La nuova questione siciliana. Che poi è quella di sempre: lo Stato d’Italia.

«Noi, o signori, siamo tutti concordi sovra due punti, se mi è lecito dir così, negativi. Non vogliamo la centralità francese. Per quanto siano grandi i privilegi della centralità, per quanto vi sia oggi in Europa incontrastabilmente una tendenza verso di essa, nondimeno, tali sono gli inconvenienti che generalmente seco adduce, e che recherebbe più specialmente in Italia, che io credo sia opinione comune in questa Camera e fuori, che noi dobbiamo evitare accuratamente questo sistema. Dall’altra parte non vogliamo neppure un’indipendenza amministrativa come quella degli Stati uniti d’America, o quella della Svizzera…».
È il 31 marzo 1861, e Marco Minghetti, ministro dell’Interno, sta presentando alla Camera dei deputati i lavori della Commissione per lo studio e la compilazione di progetti di legge relativamente alla riforma dell’ordinamento amministrativo dello Stato – Commissione che era stata istituita presso il Consiglio di Stato dal suo precedessore, Farini, presidente del Consiglio Cavour.
È della “forma” che lo Stato italiano dovrà assumere, che si sta discutendo in quel consesso. Minghetti presenta quattro progetti di legge: 1) la ripartizione del Regno e l’ordinamento delle autorità governative e amministrative; 2) l’amministrazione comunale e provinciale; 3) i consorzi tra privati, comuni e province per cause di pubblica utilità; 4) l’amministrazione regionale.
Con il progetto su “l’amministrazione regionale”, le Regioni venivano costituite sotto forma di consorzi obbligatori fra le province, e in quanto tali riconosciute come persone giuridiche, come enti autarchici, sia pur a fini limitati, quali la cura dell’istruzione degli istituti superiori, degli archivi storici, delle accademie di belle arti, e inoltre dei lavori pubblici per fiumi, torrenti, ponti, argini e strade, «di fare regolamenti per il prosciugamento e la bonifica dei terreni, per le colture irrigue, e per gli esercizi della caccia e della pesca».
Minghetti argomentava il progetto dicendo che le tendenze, le abitudini, gli interessi che si erano stabiliti intorno ai centri regionali in modo corrispondente all’indole diversa delle popolazioni non potevano essere distrutti, e che comunque non sarebbe stato opportuno distruggerli; che l’imporre subito e ovunque le identiche forme e i medesimi regolamenti avrebbe arrecato gravi inconvenienti e suscitato forti ripugnanze, senza corrispondente profitto.
Si ebbe, Minghetti, molti applausi dagli onorevoli deputati. Ma la Camera respinse il suo progetto. Per l’Italia tutta sarebbe andato bene il sistema accentratore che vigeva nel Piemonte. Il regionalismo veniva sepolto.
Solo una volta si venne meno, con il regio decreto 5 aprile 1896, convalidato in legge il 30 luglio 1896, con il quale veniva istituito per la durata di un anno un Commissario Civile per la Sicilia, dotato di poteri davvero considerevoli: «Il Regio Commissario è investito dei poteri politici e amministrativi che spettano ai Ministri dell’interno, delle finanze, dei lavori pubblici, della pubblica istruzione, dell’agricoltura, industria, commercio, per quanto si riferisce alla pubblica sicurezza, all’amministrazione delle province e dei comuni, alle opere pie, alle opere pubbliche comunali e provinciali, alle tasse locali, all’istruzione primaria, alle miniere e cave, al lavoro delle donne e dei fanciulli, alle foreste, ai pesi e alle misure, purché i relativi provvedimenti non impegnino il bilancio dello Stato […] avrà le facoltà spettanti ai Ministri suddetti circa le sospensioni dei funzionari da essi dipendenti […] alla revisione straordinaria e, occorrendo, alla modificazione dei bilanci provinciali e comunali […] assicurare l’equa ripartizione dei tributi locali e rivedere, e occorrendo modificare, i regolamenti provinciali relativi ai tributi stessi, le tariffe dei dazi addizionali e comunali, i ruoli delle tasse comunali, e le linee daziarie ai fini del dazio di consumo nei comuni chiusi». E non basta: l’ultimo comma dell’articolo 5 attribuisce al regio commissario la facoltà, in relazione a tali revisioni, «di derogare alle disposizioni vigenti riguardanti le spese obbligatorie delle provincie, dei comuni e a quelle riguardanti gli enti locali» [1]. Una facoltà, questa, che non avevano neppure i ministri. È, insomma, la nomina di un vero e proprio Viceré per la Sicilia.
Ma è il 1896 e il nuovo governo Di Rudinì – che era stato sindaco a Palermo durante la rivolta del 1866, spenta tra cannonate e fucilazioni – ha varato l’amnistia per tutti i condannati dei Fasci Siciliani, dopo che il suo predecessore, Crispi, un altro siciliano, li aveva massacrati di stragi e arresti tra il 1892 e il 1894. Ora, dopo la cruenta repressione, bisogna gestire quel che rimane della Sicilia, e un viceré ci può stare. Anche se solo per un anno.
Di questa “figura” del regio commissario se ne ricorderà esplicitamente il “congresso” della Democrazia cristiana a Caltanissetta nel 1943. Sarà Mattarella, il 16 dicembre, a annunciare come imminente il passaggio dei poteri al governo di Bari (come una proposta del Comitato consultivo alleato per l’Italia, che aveva sede ad Algeri) e la prevista nomina di un Alto Commissario per la Sicilia. L’ordine del giorno, che concluse i lavori del congresso, chiedeva (al punto 5) che «ove si ritenesse necessaria in occasione dell’auspicato passaggio dei poteri dal governo alleato a quello italiano, la nomina di un Alto Commissario, questi venga assistito da una commissione composta dagli esponenti dei partiti nazionali che hanno più largo seguito in Sicilia». C’era da fronteggiare la crescita del movimento indipendentista e separatista, e c’era da immaginare quale sarebbe stata la “forma” dell’Italia, una volta che gli Alleati se ne fossero andati.
È questa la forma che si è dato lo Stato d’Italia. Una “forma” che sempre, sempre, ha un suo “specchio negativo”: ma non sono gli Stati uniti d’America, non è la Svizzera federale. È la Sicilia. La forma dello Stato d’Italia ha avuto sempre una sua linea di fuga: la Sicilia.

«La Sicilia soffre di un bubbone maligno, che forse non si ha in Sardegna: il separatismo. I separatisti sono in armi e affermano che la promessa di autonomia è una turlupinatura, un gioco che si conduce dal Governo, dall’Alto Commissario e dagli autonomisti perché non se ne vuole fare nulla. Alla vigilia delle elezioni si deve dimostrare che il Governo non intende turlupinare nessuno, perché se l’affermazione dei separatisti dovesse essere accresciuta da ulteriori rinvii, le conseguenze sarebbero dolorosissime»: così Guarino Amella, nella seduta del 7 maggio 1946 delle Commissioni riunite Affari politici e amministrativi, Giustizia e Finanze e Tesoro, quella che sta esaminando il progetto di Statuto per la Sicilia.
L’1 settembre 1945, Aldisio – Alto Commissario per la Sicilia – nomina una commissione per l’elaborazione di un progetto di statuto regionale. Ne fanno parte Alessi (Dc), Amella (Pdl), Mineo (Psi), Mirabile (Pd’A), Montalbano (Pci), Orlando (Pli) e tre docenti dell’Università di Palermo: Restivo (di Istituzioni di diritto pubblico), Ricca Salerno (di Economia politica) e Salemi (di Diritto amministrativo).
La Commissione per lo Statuto fu insediata il 22 settembre, presenti solo cinque dei nove membri. Aldisio, che nel decreto dell’1 settembre aveva limitato a quarantacinque giorni la durata dei lavori, in tempo per esser sottoposti all’esame della Consulta regionale (in quarta sessione), chiede ora che il progetto venga elaborato nelle tre settimane restanti. I lavori veri e propri della commissione ebbero inizio, sotto la presidenza del professor Mirabile, il 28 settembre. Alle prime tre sedute (28 settembre, 1 e 3 ottobre) intervennero solo in quattro (Mirabile, Restivo, Salemi e Mineo) dei nove membri; e, dopo un sommario esame del progetto Amella e dei decreti istitutivi dell’autonomia valdostana, si ricorse alla consulenza autorevole del professor Gaspare Ambrosini, «espressamente invitato dall’Alto Commissario». Ambrosini, che parteciperà anche alle sedute dell’8 e del 10 ottobre, darà comunque un apporto importante ma circoscritto.
Nella seduta del 15 ottobre, il professor Salemi otterrà dagli altri quattro membri presenti (Mirabile, Cortese, Grasso, Amella) l’incarico di preparare «un progetto concreto di statuto». Elaborato in una settimana, quel progetto diventò in qualche modo il progetto ufficioso; e fu posto al centro dei lavori della commissione, che a partire dalla seduta del 27 ottobre lavorerà sotto la presidenza del Salemi, eletto «per unanime consenso, su designazione dell’Alto Commissario». Con questa seduta cominceranno propriamente i lavori della commissione.
Un mese è trascorso pertanto dall’inizio dei lavori senza alcun risultato apprezzabile. I politici della Commissione sono spesso assenti: Orlando interviene solo alla quarta seduta (a partire dalla tredicesima sarà sostituito da La Loggia), Alessi solo alla quinta (sarà sostituito da Cortese a partire dalla sesta); anche Guarino Amella vi fa apparizioni piuttosto rade (dalla quindicesima, impegnato a Roma, sarà sostituito da Rondelli).
L’allentarsi dell’iniziale urgenza di Aldisio è dovuto alla nuova fase politica, aperta dall’arresto (1-2 ottobre) dei capi indipendentisti e dalla conseguente chiusura delle sedi del MIS.
La breve e agitata quarta sessione della Consulta siciliana (6-7 novembre) e i lavori della Commissione per il progetto di statuto si svolgono in questo clima politico. La Commissione completò l’elaborazione del progetto di statuto il 7 dicembre. Il 10 dicembre De Gasperi annunzia la formazione del suo primo ministero, con forte impronta moderata, dopo la crisi del governo Parri. Tra il 19 e il 23 dicembre, inizia così alla Consulta il dibattito sul progetto di statuto regionale, che si svolge occupando nove sedute della quinta sessione.
La mattina del 23 dicembre la Consulta completava la discussione sul progetto di statuto regionale. L’art. 39 («Il presente statuto sarà approvato con decreto legislativo… ») era stato approvato con 17 voti contro 12: la questione dell’urgenza è presente a tutti ma non convince tutti. 
Aldisio ricorderà, nella sua relazione al governo, che «tre partiti furono per l’approvazione a mezzo di decreto legislativo, da sottoporsi poi alla Costituente; tre altri per l’approvazione solo a mezzo della Costituente; tuttavia, a causa della partecipazione disuguale dei rappresentanti dei partiti alla votazione, l’articolo fu approvato nel testo proposto dalla Commissione».
La scena siciliana tra la seconda metà di dicembre del ’45 e il gennaio del ’46 è segnata dall’assalto di Giuliano alla caserma di Bellolampo (26 dicembre) e dall’assalto della banda dei Niscemesi alla stazione dei carabinieri di Feudo Nobile (10 gennaio: otto carabinieri presi prigionieri, denudati e fucilati in panciera e calzini) e vari attacchi contro militari e forze dell’ordine.
Il 18 gennaio 1946 Aldisio – che è sottoposto a critiche dai partiti – esprime l’intenzione di lasciare la carica; il 21 però, con una lettera indirizzata all’Alto Commissario, De Gasperi prende decisa posizione a favore di Aldisio, del quale ribadisce la politica di “normalizzazione” nell’isola, intesa da un lato a reprimere la delinquenza ma dall’altro a «discriminare la situazione di coloro che ingannati e fuorviati dimostrino di recedere prontamente dalle false e pericolose posizioni assunte»: la Dc sta provando a riassorbire le spinte indipendentiste moderate nel progetto dell’autonomia. E nella Dc è Scelba a avere idee precise; in un’ampia conversazione radio dell’1 novembre 1944, aveva dichiarato che per sconfiggere il separatismo occorreva «attuare quell’autonomia regionale, invano invocata sin dal 1919… senza aspettare la Costituente» e senza attendere «il vento del Nord»: «Il vento del Nord batte la Sicilia da 80 anni, e i risultati sono dati dalla guerra distruttrice in corso. Diffidente di ogni innovazione estranea allo spirito indipendente del suo popolo, la Sicilia non si era lasciata suggestionare dai miti socialisti, l’ultimo dopoguerra fu l’ultima a cedere al fascismo. Che cosa riserba, per l’avvenire, il vento del Nord alla Sicilia?» È una lettura rovesciata dell’autonomismo sturziano: concedere presto l’autonomia regionale, prima della Costituente, perché la Sicilia non sia “influenzata” dal vento “socialista” del Nord.
Il 26 gennaio e l’1 marzo 1946 ci sono gli assalti contro il trasmettitore radio di Palermo. Il governo, che interpreta come provocati dal ritardo nella concessione dell’autonomia anche i fatti di Palermo (11 marzo) e di Messina (22 marzo, un corteo di centocinquanta licenziati dall’Arsenale si ingrossa e si moltiplica, con disoccupati, mogli, madri, ragazzi, e sono assaltati il consorzio agrario, il mercato popolare di piazza Due Vie, l’esattoria comunale, l’intendenza di finanza, gli uffici dell’assistenza postbellica) determinati da proteste contro la disoccupazione, esamina nella seduta del 12 marzo il progetto di Statuto regionale per la Sicilia [4]. Ne seguì un ampio dibattito, e alla conclusione di esso si decise di trasmetterlo alla Consulta nazionale perché lo sottoponesse all’esame di una speciale commissione. Lo Statuto doveva costituire «l’inizio di un’opera di pacificazione
e di più attiva collaborazione per la più efficace ripresa economica e sociale dell’isola».
Intanto, il 9 marzo, iniziano i colloqui con i capi indipendentisti, portati dall’isolamento di Ponza a Roma, in vista di una loro liberazione che deve preludere al rientro del MIS nella legalità. È del 13 marzo l’annunzio della revoca dell’internamento a Ponza dei capi indipendentisti. Il 27 marzo Finocchiaro Aprile e Varvaro giungono a Palermo su un aereo militare.
Solo il 4 aprile il governo trasmise il progetto di Statuto alla Consulta nazionale, senza alcuna modifica o relazione, come
«schema di provvedimento legislativo n. 158». Il 13 aprile le tre commissioni riunite Affari politici, Giustizia, Finanze e Tesoro nominavano su proposta di Guarino Amelia una ‘giunta’ per Io studio del progetto: presieduta da Gilardoni, era composta dai consultori Allara, Berlinguer, De Pietro, Einaudi, Amella, La Malfa, Li Causi, Lussu, Manes, Molinelli, Morandi, Musotto e Ziino.
La Giunta della Consulta esaminò il progetto di Statuto per la Sicilia il 27 e 29 aprile. Lo svolgimento del dibattito nella Giunta e successivamente (il 7 maggio) presso le tre commissioni riunite della Consulta non lascia dubbi sul pressoché totale accoglimento della pregiudiziale ‘politica’ esposta da Guarino Amella: «La Sicilia soffre di un bubbone maligno: il separatismo…».
Einaudi fu il solo in Giunta a sostenere l’esigenza di un esame analitico del progetto; prevalse invece la tesi di «un esame compendiario di alta sintesi», di «un esame di principio». Sempre per motivazioni ‘politiche’: « il ritardo… imposto da un esame dettagliato… avrebbe corrisposto praticamente ad una reiezione». Per i comunisti, è Li Causi a dare il proprio assenso per le conclusioni della Giunta, favorevoli alla concessione per decreto legge dell’autonomia, ribaltando quanto aveva affermato tra il 19 e il 23 dicembre, nella quinta sessione della Consulta regionale, e cioè che l’alternativa tra autonomia ‘democratica’ e autonomia ‘dei baroni’ non sarebbe dovuta esser sciolta prima, ma dopo – dalla Costituente. [2].
Quando il progetto di Statuto per la Sicilia torna il 15 maggio ’46 al Consiglio dei ministri, l’opposizione di Nenni, Cattani e Gasparotto, i quali voteranno contro, non impedirà che venga approvato. Nessuno sa ancora se l’Italia sarebbe stata una monarchia o una repubblica, ma anzitutto bisogna “sistemare” la Sicilia. L’urgenza politica è stata accolta. Il decreto legislativo, emesso lo stesso giorno, sarà pubblicato nella «Gazzetta Ufficiale» del 10 giugno. Il 21 giugno, quasi due settimane dopo, verrà eletta l’Assemblea costituente.
Il Regio Decreto Legislativo 15 maggio 1946, n. 455, immediatamente dopo aver approvato lo Statuto, affermava, al secondo comma dell’unico articolo di cui si componeva, che: «Lo Statuto predetto sarà sottoposto all’Assemblea Costituente, per essere coordinato con la nuova Costituzione dello Stato». Ma la Costituente non ebbe tempo per effettuare il coordinamento: dello Statuto siciliano si trattò soltanto nelle due sedute del 31 gennaio 1948, poche ore prima della cessazione delle funzioni legislative dell’Assemblea, e la cosa cadde da sé. Questo “vuoto” di coordinamento – che ha poi costituito la “specialità” dello Statuto siciliano – è stato, soprattutto negli ultimi anni, colmato da un’attività livellatrice della Corte costituzionale e dal prevalere delle norme attuative, fino a far parlare esplicitamente di «totale smantellamento dello statuto siciliano ad opera della giurisprudenza costituzionale».
Il testo del ’46 era fortemente segnato da una prospettiva “riparazionista”. Era l’impronta lasciata dal vecchio La Loggia. Nell’ottobre 1943 esce a Palermo, per i tipi dell’editore G. B. Palumbo, Ricostruire di La Loggia, «la prima pubblicazione che vede la luce sotto il regime dell’occupazione militare anglo-americana». Poche settimane dopo, ai primi di novembre, esce la dichiarazione antiseparatista del Fronte unico unitario siciliano – sottoscritta, oltre che dal La Loggia, da Baviera, Ramirez, Mattarella, Aldisio, Restivo, Alessi, Montalbano, Mineo, Lo Presti, insomma da tutti i partiti “nazionali” in Sicilia. È accompagnata da un memoriale illustrativo, al centro del quale sta la tesi di La Loggia delle «complesse cause della inferiorità economica isolana», e delle «possibilità riparatrici di uno Stato unitario, che in una maggiore perequazione economica regionale veda il più valido presidio della indipendenza e della forza della nazione».
Questa interpretazione trova d’altronde eco nello spirito nazionale del tempo, e prenderà forma nell’articolo 119 della Costituzione che, al terzo comma, recitava così: «Per provvedere a scopi determinati, e particolarmente per valorizzare il Mezzogiorno e le Isole, lo Stato assegna per legge a singole Regioni contributi speciali». Questa norma è stata abrogata nel 2001, rappresentando al più alto livello normativo una cesura storica ormai verificatasi: la decostituzionalizzazione, la scomparsa della questione meridionale e siciliana tra i grandi temi del Paese [3].

L’autonomia siciliana è finita già da un pezzo, e l’idea di un suo Statuto “tradito”, “incompiuto”, “violato”, da riscoprire e valorizzare appartiene più alla mitologia che a una analisi storica e politica reale. Un conflitto di idee tra “unitari” e “autonomisti” non ha proprio alcuna “materia” concreta – una frattura nel paese e la sua ricostruzione, l’esplosione di un vasto e radicato movimento sociale, il pericoloso intrecciarsi tra antichi interessi economici, spiriti separatisti e poteri banditeschi, una geopolitica del mondo che ci veda nel bel mezzo delle spartizioni e delle linee di confine – su cui poggiarsi e a cui dare “forma politica”. Politicamente, la Sicilia non esiste più. Non è una minaccia, e non è un progetto. Paradossalmente, è per questo – per questa “assenza” – che è l’anello più debole della forma-Stato d’Italia: niente la tiene insieme all’Italia, se non un principio di territorialità che, senza costituzione materiale e senza “visione”, è solo un atto debole di imposizione e di asservimento.
È questo il punto nodale: a petto delle crisi e delle trasformazioni – produttive, finanziarie, di governo dell’Europa e del mondo – il dibattito teorico in Sicilia è rimasto “fissato” nel tempo a quel lontano 1946. Allo Statuto. Che è, ormai, lettera morta. E sono passati ben più di tre giorni, per sperare ancora in una sua “resurrezione”.
Non so dire se “indipendenza” – e il suo nuovo significato, perché nuove sono le condizioni storiche e materiali – sia la parola giusta da spendere e riscoprire adesso. So, però, che la riflessione sulla nuova questione siciliana non può che partire da qui. Dalle cose.

luglio 2017

[1] Commissione per la Costituzione – Seconda Sottocommissione: Relazione del deputato Ambrosini Gaspare sulle Autonomie regionali, 26 luglio 1946.
[2] Giuseppe Giarrizzo, Sicilia politica 1943-1945 La genesi dello statuto regionale, in Consulta Regionale Siciliana (1944-1945), Edizioni della Regione siciliana, Palermo 1975.
[3] Antonio Saitta, L’autonomia siciliana alla prova della riforma costituzionale, in «Rivista di diritto delle autonomie territoriali», Anno 2016 – Fascicolo I.
[4] Alfio Caruso, Quando la Sicilia fece guerra all’Italia, Longanesi, Milano, 2014.

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