Obama è tornato.

L’ultima volta che è venuto in Europa da presidente, a novembre dello scorso anno, Barack Obama iniziò il suo viaggio in Grecia, da Tsipras, e lo terminò a Berlino dalla Merkel. Quasi un modo per prendere i due capi d’una matassa e attraversare le contraddizioni del nostro continente, stretto in un’austerità e un rigore fiscale che ancora non sembra allentarsi e che continua a produrre stagnazione, recessione e gravi problemi sociali da un lato e surplus commerciale dall’altro. Come se il Michigan diventasse tutto “rusted”, arrugginito, e la California tutta “golden”, dorata. Eppure, non sta andando proprio così, e non sta qui – in questo gnommero, in questo garbuglio – quella inattesa e incredibile vittoria di Trump che sta scombussolando il mondo? E quando, in Europa, capiremo che siamo un unico paese, e che solo un intensificarsi dell’unità politica potrà salvarci, quel “sogno” degli Stati uniti d’Europa?
Obama è tornato. Non solo per viaggiare in Europa – Milano è stata una tappa di questo tour – ma anche per riprendere il suo discorso dove l’aveva lasciato. Trump sta provando a fare a pezzi la sua eredità – a cominciare dall’Obamacare. Obama prova a rilanciare su quei temi che sono stati al centro del suo mandato presidenziale e degli accordi internazionali che è riuscito a concludere. A esempio, Parigi e gli accordi sul clima, che Trump ha già, e più volte, detto che non intende rispettare.
«Il cambiamento climatico continuerà a avere un impatto sul nostro mondo, produrre energia sarà sempre più difficile e anche produrre cibo sarà sempre più difficile. Tutto questo avrà ripercussioni, molti rifugiati arrivano nei nostri paesi anche perché nei loro Paesi esiste un problema di derrate alimentari. Ottocento milioni di persone in tutto il mondo soffrono di malnutrizione, e le migrazioni non sono causate solo dalle guerre, ma anche dalla fame, che in certi casi è conseguenza proprio del cambiamento climatico».
In un colpo solo, Obama ha messo assieme due questioni centrali, il climate change e le migrazioni. E sulle migrazioni è tornato, parlando dello straordinario ruolo avuto dagli italiani in America: «Gli Stati Uniti – ha detto – non sarebbero quello che sono senza il contributo di generazioni di migranti italiani, che hanno anche dovuto subire discriminazioni, ma che con fede, convinzione e lavoro duro hanno avuto successo dappertutto e hanno rafforzato gli Stati Uniti».
È così che Obama ha lanciato la sua campagna politica, quella della resistenza a Trump. Per capirci, visto che The Donald vuole solo costruire muri e è apertamente islamofobo, Obama ha detto: Sono certo che, in molti Paesi del Medio Oriente e del sud dell’Asia, questo sia parte del problema che fomenta la radicalizzazione e il terrorismo. Se molti giovani sono disoccupati canalizzeranno in modo malsano le loro energie».
D’altronde, Trump è proprio ossessionato da Obama, anche perché – con in mano il Congresso, da dove è difficile prevedere che possano venirgli particolari problemi – a rappresentare l’altra America c’è solo lui, l’ex presidente, l’unico in grado di esercitare una leadership. E di imporla.
Così, Obama è venuto in Europa – un’Europa dove sono ancora forti le tensioni centrifughe e neo-nazionaliste che “guardano” a Trump come un loro guru e un loro mentore – a dire a tutti che “lui c’è”. E con lui la migliore tradizione democratica americana. È venuto da leader politico, non da ex-presidente in pensione, di quelli che organizzano stratosferiche cene a pagamento e speech che solo per iscriversi un comune mortale dovrebbe accendere un leasing decennale.
Intendiamoci, ha fatto anche questo: su invito di Sam Kass, chef e consigliere per le politiche alimentari negli anni della Casa Bianca e ispiratore della campagna in favore di un’alimentazione sana, “segno” della first lady Michelle, ha parlato a Seeds&Chips, la manifestazione che ambisce a diventare riferimento globale in tema di innovazione e sostenibilità del cibo.
Servono queste cose per finanziare la sua Fondazione, il suo Centro, che sarà propriamente il suo “braccio politico” e il cui compito principale, così ha detto Obama, «sarà di formare una prossima generazione di leader americani, in grado di fare la differenza nelle loro comunità».
«Grazie Milano»: così Obama ha chiuso il suo intervento. Standing ovation. E un vero bagno di folla lo ha accolto nei suoi brevissimi giri per le strade della città.
Negli Stati uniti, ancora si vanno analizzando i perché della sconfitta di Hillary Clinton o, se volete vederla altrimenti, della vittoria di Trump. I fattori sono probabilmente diversi, eppure Clinton ha preso quasi tre milioni di voti in più. Pure, ha perso in quei tre Stati che con solo centomila voti di differenza a vantaggio di Trump gli hanno dato la presidenza. Una cosa è sicura, analizzando i flussi elettorali (c’è un’interessante inchiesta, in proposito, sul «New York Times»): che la Clinton è riuscita a “tenere” quasi tutti i suoi voti, su un discorso identitario, ma Obama aveva conquistato elettori “non democratici”, era riuscito a persuadere chi non era già un suo elettore.
Beh, bentornato presidente.

Nicotera, 9 maggio 2017
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 10 maggio 2017

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