Il mio nome è Trump, sono il capo dei populisti.

giuramento_trump«I do solemnly swear that I will faithfully execute the office of President of the United States, and will to the best of my ability, preserve, protect and defend the Constitution of the United States». È questa la formula del giuramento del presidente degli Stati uniti: «Giuro solennemente che adempirò fedelmente all’incarico di Presidente degli Stati Uniti, e preserverò, proteggerò e difenderò, al meglio della mia capacità, la Costituzione degli Stati Uniti».
Fu Lincoln a introdurre la frase finale – So help me God / Dio, aiutami – che non è prevista nel rituale ma che da allora è quasi sempre ripetuta. Così come la Costituzione non prevede che si giuri sulla Bibbia. Theodore Roosevelt non usò la Bibbia quando giurò nel 1901. E sia John Quincy Adams che Franklin Pierce giurarono ponendo la mano su un libro della legge, a indicare la fedeltà alla Costituzione. Anche il numero delle Bibbie non è previsto: Harry Truman, Dwight Eisenhower, Richard Nixon, George H. W. Bush e Barack Obama giurarono tutti su due Bibbie. Una è fissa, diciamo “nazionale”, quella usata da Lincoln, l’altra è personale. Obama giurò su una Bibbia della famiglia della moglie, Trump ha giurato sulla Bibbia che gli fu data dalla madre nel 1955 al termine della scuola domenicale.
Insomma, l’unica cosa che prevede la Costituzione è che il 20 gennaio, o il 21 se il 20 è domenica, il presidente eletto debba prestare giuramento. Il resto è solo il consolidamento di prassi e abitudini sedimentate dal tempo.
La cerimonia ha avuto inizio giovedì con le performance al Lincoln Memorial. “Voices of the People”, la prima parte di un concerto che è durata per l’intera giornata. Molte polemiche, perché i grandi big dello show business, i volti più noti dello spettacolo, per un motivo o l’altro si sono rifiutati di partecipare. La cosa non ha scalfito minimamente Trump. Nel pomeriggio di giovedì Trump e il vicepresidente Mike Pence hanno partecipato a una cerimonia di deposizione di una corona di fiori al cimitero nazionale di Arlington, in onore dei veterani di guerra.
Ieri, venerdì, il clou: in mattinata Trump, Pence e le loro famiglie hanno partecipato a un servizio religioso presso la chiesa episcopale di St. John, a pochi passi dalla Casa Bianca. Poi il presidente uscente Barack Obama e la first lady Michelle hanno accolto Trump e la moglie Melania alla Casa Bianca per un tè. Le due coppie hanno poi viaggiato insieme verso il Campidoglio in un corteo di auto.
Tra i presenti alla cerimonia del giuramento i membri del Congresso, i giudici della Corte suprema, diplomatici e il pubblico. Hanno partecipato anche gli ex presidenti Jimmy Carter, George W. Bush e Bill Clinton, con Hillary. Assente per motivi di salute l’ex presidente H.W. Bush.
Dopo il giuramento la nuova “first family” ha preso possesso della Casa Bianca, che è stata intanto svuotata del mobilio e dell’arredo dei coniugi Obama, dopo la tradizionale parata lungo Pennsylvania Avenue.
E veniamo al discorso. Dopo un breve ringraziamento a Barack e Michelle per come hanno gestito il periodo del trasferimento dei poteri – da novembre, ma in realtà Obama è riuscito a piazzare almeno un paio di colpi, prima di mollare – Trump ha fatto subito l’affermazione più significativa, che è poi assolutamente in linea con tutta la sua campagna elettorale. «Oggi non stiamo trasferendo il potere da un partito all’altro, ma da Washington D.C. al popolo». Per tutto questo tempo Washington ha prosperato, ma le aziende chiudevano, si celebravano trionfi ma non erano i trionfi dei cittadini, e c’era poco da celebrare per le famiglie americane. Trump ha insomma ricalcato i tono della lotta contro l’establishment. Ora – ha continuato – inizieranno i cambiamenti. Questa è la vostra celebrazione. Ciò che conta è se il nostro governo è controllato dal popolo. Questo giorno, 20 gennaio 2017, sarà ricordato come il giorno in cui il popolo americano ha ripreso il potere.
Trump sembra poco interessato al Partito repubblicano, ai partiti, al Congresso, alle istituzioni, e parla di “movimento”. Al centro di questo movimento, dice, c’è il fatto che una nazione esiste per i suoi cittadini.
Gli altri temi della sua campagna si sono riaffacciati, come il fatto che l’America per decenni ha arricchito le altre nazioni o si è svenata per la loro sicurezza, mentre le proprie aziende arrugginivano – le nostre aziende sono andate all’estero, senza pensare al deserto che lasciavano dietro. Perciò, da oggi ogni decisione, sul commercio, sulla difesa, sulla produzione, sarà presa guardando per prima cosa gli interessi americani. Trump promette di riportare a casa il lavoro, di costruire strade, porti, aeroporti, ferrovie. Insomma, le infrastrutture saranno una priorità. Lo ha sempre detto, l’ha ripetuto. Dove troverà i soldi, non sembra al momento preoccuparlo. Ha solo coniato due nuovi slogan: americani assumeranno americani. E: «buy american», compra americano. Questa è la nuova regola. Si toglierà la gente dall’assistenza e gli si troverà un lavoro.
Chiudendo, è tornato di nuovo sul suo tema preferito, la lotta all’establishment: «Non accetteremo più politici che non fanno nulla, il momento delle chiacchiere è finito».
Chi si aspettava un Trump diverso – prima e dopo la campagna elettorale, prima e dopo l’assunzione della presidenza – sarà rimasto deluso. È vero, nel suo discorso Trump è sembrato meno divisivo, ha più volte ripetuto l’importanza di restare uniti, di essere un’unica nazione, di non badare al colore della pelle – se bianco, marrone o nero – non è questo che conta.
Ma la platea davanti al Campidoglio era bianca. E a poche centinaia di metri una manifestazione di protesta fischiava ogni volta che l’altra applaudiva. Ci sono stati scontri con la polizia e qualche vetrina rotta. E questo da Portland a New York. Oggi è la volta della Women’s March on Washington, la manifestazione delle donne.
La politica è tornata nelle piazze.

Nicotera, 20 gennaio 2017
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 21 gennaio 2017
foto: abc news

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