Nostalgia della Guerra fredda.

ponte_glienike_spieI coniugi Jennings, Elizabeth e Philip, che vivono una normale vita di coppia nei sobborghi di Washington, sono in realtà due agenti russi che dopo un duro addestramento sono stati inviati negli Stati uniti come agenti dormienti. Il loro matrimonio è una finzione, però in qualche modo i due portano avanti una relazione, hanno dei figli, anche se lui, Philip, sembra progressivamente “affezionarsi” allo stile di vita americano, e lei, Elizabeth, è invece la più ideologica, la più dura, la più ostinata contro l’american way of life. Quando i due vengono “attivati” e iniziano il loro lavoro di spionaggio, intrigo, assassinio – senza ipertecnologie e attrezzature da 007, ma lavorando sui travisamenti, i pedinamenti e gli inganni –, la loro vita si complica, e per via dei figli che crescono e in qualche modo percepiscono che non tutto è normale quello sembra normale, e perché arriva un nuovo vicino di casa, Stan Beeman, che è un agente della Cia che sta indagando proprio sulle infiltrazioni del Kgb in America. Questa è la struttura narrativa di Americans, serie ormai alla quarta stagione e di grande successo. Anche perché è ambientata negli anni Ottanta, l’era Reagan, quella dello Scudo stellare e della sfida sui superarmamenti tra Usa e Urss, e la colonna sonora è strepitosa.
Nostalgia della Guerra fredda? Nostalgia di un tempo in cui il nemico era visibile benché capace di infiltrarsi tra le tue fila, le tue case, la tua gente, ma non era una cosa “dell’altro mondo”, come questi terroristi dell’Isis che uccidono in nome di una religione – una cosa che l’America, che fu fondata da gente che fuggiva dalle guerre di religione europee, non riesce neppure a capire – e non per una cosa comprensibile e tangibile come un altro regime politico, un altro sistema di produzione, un altro modo di distribuire la ricchezza?
A giudicare anche dal successo ottenuto lo scorso anno dal film Il ponte delle spie, con Tom Hanks, sembra di sì. Il film costeggia la storia vera: Hanks fa la parte di un avvocato che viene incaricato della difesa di Rudolf Abel, russo beccato a fare la spia, anzi a essere a capo di una rete di spie, in verità tradito da uno dei suoi a cui l’Fbi era arrivato per via di un nichelino cavo, una moneta costituita da due metà che serviva a tenere al proprio interno dei microfilm o dei messaggi, e che era stato dato per sbaglio come pagamento a un ragazzino che vendeva giornali. Siamo a metà degli anni Cinquanta, nel 1957. E siamo appena usciti dal maccartismo, la persecuzione contro tutto ciò che è un-american, i comunisti. Ma non bisogna dimenticare che la condanna a morte contro i coniugi Rosenberg – accusati dal fratello di lei di avere trafficato con i russi i segreti della bomba atomica – era stata eseguita, nonostante una veemente opposizione internazionale, nel 1953. L’ossessione che i russi potessero arrivare anche loro alla bomba atomica, ristabilendo un equilibrio che si era tutto sbilanciato dalla parte della potenza americana dopo Hiroshima e la fine della Seconda guerra mondiale, era presentissima.
Ma, come dire, la battaglia era politica. E si era scatenata fin dall’inizio, fin da dove tutte le cose erano cominciate. Al progetto segretissimo di Los Alamos lavorava anche Ted Hall, un genietto di diciannove anni, laureato in fisica, che di propria iniziativa contattò i russi. Riuscirono, lui e la moglie, a farla franca, benché molti sospetti si fossero concentrati su di loro. Dopo cinquant’anni – e dopo che era saltata fuori tutta la vicenda e dopo che Hall era morto – la moglie confessò tutto e spiegò: «Ted temeva che gli Stati Uniti potessero diventare una potenza molto reazionaria dopo la guerra. Se avessero avuto il monopolio nucleare, avrebbero potuto usare questo potere immenso per dominare il resto del mondo. Alla fine, non aveva rimpianti». E al progetto di Los Alamos lavorava anche un fisico inglese, convinto comunista, Klaus Fuchs, che fornì ai russi ben dettagliate informazioni. D’altronde Bruno Pontecorvo, fratello del noto regista, che era stato allievo di Fermi, e era un genio delle ricerche sui neutrini e le particelle elementari (dalle sue intuizioni portate avanti e messe a sperimentazione sono venuti tre Nobel per la fisica), nel 1950 aveva mollato tutto e aveva saltato la cortina di ferro per andarsene a vivere in Unione sovietica, una scelta che, la prima volta che riapparse in pubblico, nel 1955, spiegò con «il suo abbandono della società occidentale e la sua adesione al comunismo reale».
Queste erano le spie, e i traditori della patria: persone come te ma che odiavano il loro stesso paese in nome di una ragione politica. Che cosa poteva sostenere “dentro” uno come Günter Guillaume, che dall’est tedesco nel 1950 era venuto nella Germania dell’ovest, e si era iscritto alla Spd e aveva lavorato come un somaro, un oscuro e insignificante impiegato che mostrava grandi capacità organizzative, e che scalò la gerarchia del partito fino a diventare consigliere personale di Willy Brandt e da qui accedere a file e segreti di stato che passava alla famigerata Stasi? Trent’anni di infingimenti, come puoi reggere se non hai “dentro” una fede incrollabile? Certo, poi c’erano quelli che venivano ricattati, per tendenze sessuali, per vizi vari, per amore del denaro e venivano corrotti. Quelle cose tipo lo “scandalo Profumo” dei primi anni Sessanta a Londra, quando il segretario di Stato intrecciava una relazione bollente con Christine Keeler, bellissima modella, che però a sua volta era l’amante dell’addetto navale dell’ambasciata russa, sospettato d’essere una spia. Ma, a esempio, la genia intellettuale che veniva fuori dalle università inglesi negli anni Trenta, quella che aveva combattuto in Spagna e lottato contro il nazismo, quella, fu da supporto per tante operazioni di intelligence dei russi – l’Unione sovietica per tutti loro era semplicemente “Stalingrado”. E loro odiavano soprattutto una cosa: il capitalismo.
Tutto questo oggi non c’è più, tutto questo, oggi, è romanticheria, e forse per quello affascina e appassiona. C’erano i buoni e c’erano i cattivi, che poi sarebbero i nostri e i loro. E tutto – benché con cinquanta sfumature di grigio – tornava al posto suo. Oggi non hai bisogno di anni di addestramento “per sembrare” un altro, non hai bisogno di pedinare, avvicinare, raggirare, ingannare, minacciare, eseguire, non hai bisogno di una “fede politica” che ti sostenga per dieci, venti, trent’anni di oscura immedesimazione in un altro mondo che detesti, ripetendoti continuamente che stai lottando per una ragione. Oggi, puoi stare in una dacia sul Mar Nero o in qualche casermone di Mosca, o in un supersegreto compound militare negli Urali, e smanettare col tuo computer – legato a centinaia di computer – per entrare nel portatile del responsabile della campagna elettorale di Hillary Clinton e rubare le sue mail e farle vedere al mondo; oggi puoi stare in uno di quei posti e entrare nel portatile del presidente della Commissione nazionale del Partito democratico e scoprire che ha favorito Hillary nella corsa delle primarie contro Bernie Sanders e sputtanarla così; oggi puoi persino recuperare tu le migliaia di mail che la Clinton ha provato a cancellare dal suo account privato che usava quando era segretario di Stato e mostrare la sua inaffidabilità, la sua attitudine a mentire.
Forse ha grottescamente ragione Trump che, a proposito di questo casino degli hacker russi che con ogni evidenza hanno avuto un ruolo nella sua elezione, ha detto: «I computer ci hanno complicato la vita, nell’età dei computer è difficile sapere esattamente cosa stia accadendo». Dai, Donald, prova a fare di meglio.
E forse Obama vuol togliersi i sassolini dalle scarpe – e l’Ucraina, e la Crimea, e la Siria – prima che nelle sue scarpe di presidente entri Trump: non gli è proprio andata giù, a parte i sorrisi di cortesia, che The Donald abbia vinto; giorni fa l’ha detto, fuori dai denti: ci fossi stato io, col piffero che avrebbe vinto Trump (il che è pure una stoccata a Hillary, ma tanto ormai). Forse vuole minare da adesso – e su una questione così patriottica – questa presidenza spudoratamente falsa e bugiarda e magari fra due anni, con un Congresso sempre più disilluso e messo ai margini e scandalizzato, puntare a un impeachment.
Chissà. Intanto, bentornata, Guerra fredda.

Nicotera, 30 dicembre 2016
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 31 dicembre 2016

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