Fidel, novant’anni. La storia lo assolverà?

fidel_castro«La historia necesita tiempo / La storia ha bisogno di tempo», ha sussurrato Paco Ignacio Taibo II per rispondere a una domanda sulla rivoluzione cubana. E quanta prudenza e quanta consapevolezza e quanta tenerezza c’è in queste parole – «amoroso y critico», ha definito il proprio sentimento verso Cuba il grande scrittore di lingua spagnola, che di rivoluzionari e rivoluzioni ha impastato le sue storie. Solo che il tempo sembra esserselo preso tutto lui, Fidel, che oggi compie novant’anni. E non sembra abbia intenzione di smettere, benché in Florida gli emigré cubani continuino a accendere ceri a Nuestra Señora de la Caridad pregando che arrivi presto “the biological solution”. In più di cinquant’anni di potere ha sfidato dieci presidenti Usa, da Eisenhower a Obama. Su questo tempo, dalla metà del secolo scorso, l’avvocato Castro, nato il 13 agosto 1926 a Biràn, provincia di Holguìn, parte meridionale di Cuba, ha giganteggiato. Dall’alto del suo metro e novanta.
«La historia me absolverá» – concluse così la propria arringa difensiva, vero atto d’accusa contro il golpe del 10 marzo 1952 e la dittatura a Cuba, il giovane Fidel, citando Tommaso d’Aquino, John Locke e Martin Lutero, non certo Marx o Lenin, dopo il disastroso attacco alla caserma Moncada il 26 luglio 1953 in cui morirono ottanta uomini, armati per lo più di fucili da caccia, dopo di che erano fuggiti sulla Sierra e erano stati poi catturati, e che pure divenne l’atto fondativo della rivoluzione cubana. Raccontò al processo: «Abel Santamaria con ventuno uomini aveva occupato l’Ospedale Civile; con lui c’erano un medico e due nostre compagne per accudire i feriti. Raul Castro, con dieci uomini, occupò il Palazzo di Giustizia; e a me toccò attaccare l’accampamento con il resto, novantacinque uomini. Arrivai con un primo gruppo di quarantacinque, preceduto da un’avanguardia di otto…». Ah, come invidio gli scrittori sudamericani – è già tutto magicamente raccontato dalle cose, che ci vuole a metterle assieme.
La storia lo assolverà? Non fosse per quella tuta sportiva della Adidas, che ormai indossa da anni, Fidel sembrerebbe oggi una mummia sovietica, una di quelle che si trovavano sul palco della Piazza rossa a Mosca a veder sfilare missili e carri armati, e che salutavano con la mano o con gesto militare, e poi si abbracciavano e si baciavano congratulandosi l’uno con l’altro per la potenza sfoggiata del comunismo. Ma, come dice l’Ecclesiaste, c’è un tempo per la divisa e un tempo per la tuta, un tempo per la guerriglia e un tempo per la pensione. E Fidel l’ha capito. Lui che comunista lo è stato, lo è – per la verità aveva cominciato militando nel Partito ortodosso cubano, un miscuglio di riformismo e nazionalismo –, ma cubano.
I comunisti cubani sono una razza strana: quando lo arrestano in Messico nel 1956 nel campo di Santa Rosa, insieme al Che e altri compagni che si andavano preparando per lo sbarco a Cuba, Batista, il dittatore cubano, ne vuole l’estradizione, perché teme “un complotto comunista”. Fidel scriverà allora una lunga lettera al settimanale «Bohemia», per spiegare perché lui non sarà mai comunista, ricordando che era stato proprio Batista, nel 1940, il candidato ufficiale del Partito comunista cubano, e che in quel momento al governo ci sono ministri comunisti. Il fatto è che una razza strana erano i comunisti sudamericani: rigidi come soldatini di piombo, obbedienti a Mosca perinde ac cadaver, guarderanno sempre con malcelato fastidio alla rivoluzione cubana, quando non con ostilità. E Fidel poi si rimangerà tutto. E che poteva fare se il mondo era diviso a metà e o stavi di qua o stavi di là, e se quelli con la bandiera a stelle e strisce, gli americani, ti organizzano con la peggiore feccia della terra lo sbarco alla Baia dei Porci per rovesciarti e provano mille modi per farti fuori, allora non ti restano che quelli con la bandiera rossa, i russi, per sopravvivere? Canna da zucchero in cambio di petrolio. Diventerà una condanna – la monocultura sarà sempre la tragedia di ogni tentativo di riscatto sudamericano, anche quando assumerà il colore nero del petrolio come in Venezuela. L’avvocato Castro e il dottore Guevara ne erano consapevoli e immaginavano tutta una fioritura di imprese e attività. Ma come fai se tutto intorno hai l’embargo e l’unica cosa che vogliono i russi – i tuoi alleati, figli di puttana, ma sono gli unici alleati che hai – è la canna da zucchero? Così, comunista, Fidel, c’è diventato per conseguenza. Per via della canna da zucchero, si potrebbe dire. Rossana Rossanda non l’aveva capito: quando andò a Cuba con il suo compagno Karol gli spiegava, a lui, a Fidel, tutto il quadro internazionale del comunismo, e gli ortodossi, e gli eretici, e gli stalinisti e i trotskisti, e lui, il Fidel, le chiese: «Chi è Trotsky?»
Ah, la lunga coda degli intellettuali europei per incontrarlo, sembrava di stare non al Malecon ma sulla Rive Gauche. Altro che il Subcomandante Marcos: con tutto il rispetto per il Sup, se lo sognava quel fiore fiore di intellettuali europei che volteggiavano intorno a Fidel. Avevano cominciato Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre, febbraio 1960 – tristi, tristissimi orfani del comunismo russo virato nell’orrore dello stalinismo e che ora finalmente avevano trovato il rivoluzionario capace di tenere testa all’imperialismo americano. Sartre scrisse: «È la luna di miele della Rivoluzione».
La storia lo assolverà? La luna di miele è finita da un pezzo. «Cuba me duele», ha scritto il grande Eduardo Galeano. Il regime per un lungo periodo è diventato paranoico, vedeva nemici ovunque e l’unica risposta che trovava era stringere ancora di più diritti e libertà e sbattere in prigione qualunque voce di dissenso e di opposizione, come fossero tutti mafiosi della Florida prezzolati per rovesciare Castro. Ma qualcuno può pensare che cinquantasei anni di embargo, invasioni mercenarie, attacchi terroristi e trame d’ogni tipo possono aver dato qualche ragione alla leadership cubana per diventare paranoica. Assediata per cinquantasei anni dall’ingombrante vicino del nord, Cuba ha comunque raggiunto nel campo della scuola e della sanità standard da primo mondo pur stando nel terzo mondo. La mortalità infantile e l’alfabetizzazione hanno tassi identici a quelli americani, e il numero di alunni per classe è un terzo di quelli della Gran Bretagna, mentre, per dire, a Haiti, supportata per anni dagli Stati uniti, l’analfabetismo e la mortalità infantile registrano tassi dieci volte più alti. Cuba ha sviluppato un sistema sanitario, una ricerca biotecnologica e farmaceutica, considerata dagli stessi americani ai primi livelli dell’America latina. Fino a non molto tempo fa, cinquantamila medici cubani lavoravano gratuitamente in novantatré paesi del mondo e ogni anno circa mille studenti del terzo mondo ricevevano una gratuita formazione universitaria. Qualcuno può credere che questi numeri migliorerebbero se l’isola tornasse nelle mani dell’opposizione sostenuta dai nostalgici di Miami, dagli eredi e parenti delle aziende agricole, delle fabbriche e dei bordelli che Castro e il Che e Camilo Cienfuegos (ah, che nomi, i rivoluzionari sudamericani, sembrano storie inventate da Hugo Pratt) e i loro compagni espropriarono, che dalla Florida hanno tramato per anni per potersi riprendere le loro cose?
«A todos nos llega nuestro turno / Per tutti arriva il proprio turno» – aveva detto così il Comandante il 13 aprile scorso, durante il VII Congresso del Partito comunista cubano. «Por inexorable ley de la vida, aveva aggiunto il fratello Raul, el último Congreso dirigido por la generación histórica». Il settanta percento dei cubani è nato sotto il segno di Fidel. Magari, California dreaming, chissà. E questa è l’inesorabile legge della vita. Non li fanno più di quello stampo. Comunque la si voglia considerare, questa è una cosa che mette tanta tristezza.

Nicotera, 12 agosto 2016
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 13 agosto 2016

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