Reddito minimo garantito, un’utopia ancora lontana.

reddito_minimo_garantito«Sai che cosa diceva quel tale? In Italia sotto i Borgia, per trent’anni, hanno avuto assassinii, guerre, terrore e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù». È la battuta famosa che Orson Welles rivolge a Joseph Cotten ne Il terzo uomo. Magari un’ingiustizia troppo spiccia per la Svizzera. Però, avremmo potuto aggiornarla, se al referendum che si è tenuto il 5 giugno avessero vinto i Sì. Avremmo aggiunto all’orologio a cucù il reddito minimo garantito per tutti, perché di questo trattava il referendum.
Invece, gli svizzeri – massicciamente: il 77 percento dei votanti – hanno detto no alla proposta di introdurre un reddito di 2.500 franchi al mese (circa 2.250 euro, che peraltro è la “soglia” sotto la quale lì si considera la povertà, i salari e i redditi sono moto alti in Svizzera, così come il costo della vita) garantito dalla Confederazione per ogni cittadino adulto, e di 650 franchi (circa 500 euro) per chi è sotto i diciott’anni. Per il sistema referendario svizzero, sarebbe stato comunque necessario che si fosse espressa per il Sì non solo la maggioranza dei votanti ma anche quella dei Cantoni. Però, i promotori del referendum sono soddisfatti: aver superato la soglia del venti per cento sembra loro già un successo, dopo aver raccolto tre anni fa le 126mila firme necessarie per presentarlo, e ci riproveranno. Considerano un successo il fatto stesso che nel dibattito pubblico sia stato introdotta, presa in considerazione, valutata l’idea che a ogni essere umano debba essere garantito un livello economico di dignità, indipendentemente dal fatto che attraverso il lavoro sia in grado di procurarselo. E a considerare le teorie e le argomentazioni che sulla questione si sono accumulate in anni di dibattito, non solo in Svizzera – dove se ne parla dalla fine degli anni Novanta, quando venne pubblicato uno studio comparativo dell’Università di San Gallo su esperienze di altri Paesi – non solo da noi, non solo in Europa, forse non hanno tutti i torti.
Le argomentazioni contrarie all’introduzione del reddito minimo garantito – i promotori del referendum lo chiamano: reddito di base incondizionato – sono in genere di due ordini, l’uno pragmatico e l’altro “morale”. Quello pragmatico insiste sull’insostenibilità economica – nel caso della Svizzera, si sono dette le cifre più svariate, dai 25 ai 200 miliardi. In realtà, la proposta referendaria compensava il reddito garantito con la “gestione affidata al cittadino” di una molteplice serie di prestazioni di assistenza da parte dello Stato: non è che si sarebbe risparmiato, ma le cifre erano molto meno elevate. Ma la motivazione più forte – e trasversale, nel senso che non è solo fatta propria da una posizione conservatrice, che sa di avere tutto da guadagnarci nel mantenere una fetta di popolazione in costante stato di bisogno, ma anche dalle organizzazioni del lavoro, di chi, per malinteso operaismo, continua a vedere nella fatica il riscatto e l’identità – è sempre stata quella di svilire e indebolire la società con un assistenzialismo diffuso. Un sondaggio in merito smentirebbe questa motivazione: solo il 2 per cento degli svizzeri intervistati ha detto che preferirebbe starsene a casa in panciolle piuttosto che lavorare.
D’altra parte, come recitano le posizioni di chi ha promosso il referendum, si tratta di capovolgere questo punto di vista: «attribuito senza condizioni, sopprime la dipendenza forzata dall’assistenza». Si tratta proprio di guardare le cose in un altro modo. L’introduzione della robotica e la progressiva digitalizzazione delle attività lavorative hanno falcidiato il lavoro fordista, quello basato sulla concentrazione di masse operaie, gesti ripetitivi abbastanza semplici, la catena di montaggio e un’organizzazione del lavoro dentro la fabbrica e dentro la società che seguiva il lavoratore “dalla culla alla tomba”. La perdita di posti di lavoro nell’occidente ha assunto proporzioni da catastrofe biblica. Però, la si potrebbe vedere anche così: la fine del lavoro come la fine di quella dannazione a guadagnare il pane con il sudore della fronte, «un vecchio sogno dell’umanità. Fondato sul lavoro salariato, il nostro contratto sociale esige di essere rinnovato, così che anche dopo la rivoluzione digitale tutti abbiano un reddito di cui vivere».
Con un reddito di base incondizionato si potrebbe scegliere un lavoro valutandone condizioni e vantaggi, senza l’obbligo di accettare qualsiasi impiego per sopravvivere. Si avrebbe, tutti, quella base di sicurezza che permetterebbe agli uni di optare per un tempo parziale e agli altri di trovare anche loro un lavoro, dedicandosi di più alla propria famiglia, ai propri figli, ai propri genitori; continuando a studiare e a crescere nella formazione; dedicandosi alle proprie passioni culturali, a una vita artistica, alla ricerca, all’innovazione; partecipando con più occasioni alla vita pubblica.
Dice Robert Reich, ministro americano del lavoro sotto la presidenza di Bill Clinton e convinto sostenitore del reddito minimo garantito, che «dagli anni Settanta, i redditi hanno cominciato a stagnare, mentre la produttività e l’economia crescevano fortemente. Nel 2013, il reddito mediano delle famiglie, aggiustato per l’inflazione, era inferiore a quello del 1989. A causa del progresso tecnico, circa la metà dei lavori ben pagati sparirà nei prossimi venticinque anni. Oggi questi posti di lavoro sono occupati dalla classe media. A medio-lungo termine, la maggior parte delle persone continuerà a lavorare, ma per un salario molto più basso».
Comunque, nonostante il risultato del referendum, gli svizzeri sono stati i primi al mondo a votare su un reddito di cittadinanza. In Italia l’associazione BIN-Italia porta avanti con impegno il dibattito pubblico da anni, ma a parte qualche timida manifestazione di interesse da parte del Movimento 5Stelle c’è sempre stata molta ritrosia nel mondo delle rappresentanze del lavoro a affrontare la questione.
Eppure, il 2028, l’anno in cui John Maynard Keynes nel 1928 prevedeva che, grazie al progresso tecnico, nessuno sarebbe stato più costretto a lavorare per garantirsi da vivere, si avvicina.

Nicotera, 7 giugno 2016
Pubblicato su “il dubbio” quotidiano dell’8 giugno 2016

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