Calderoli Roberto, e le opinabili opinioni del Senato.

cecile-kyengeE così, la sua era davvero “una battuta simpatica”. «Inserita in un ben più articolato e politico intervento di critica al ministro e alla sua politica», come spiegò appena iniziò la bufera. Era l’estate di due anni fa, e in un comizio leghista a Treviglio, Roberto Calderoli si lasciò prendere la mano e si lanciò contro l’allora ministro Kyenge: «Quando la vedo non posso non pensare a un orango». Vennero le scuse al ministro, anche di persona, che lei accettò, anche perché disse non c’era alcuna questione personale, ma considerava solo l’offesa al ruolo istituzionale che ricopriva. Difatti, non fu lei a far partire la querela, ma una parte terza.
E così si arrivò a un procedimento giudiziario, dove la diffamazione era sostenuta dall’accusa di istigazione all’odio razziale. Secondo la legge attualmente in vigore, infatti, non essendoci stata una querela diretta, il procedimento penale si reggeva grazie all’aggravante dell’istigazione all’odio razziale. E il Tribunale di Bergamo aveva portato avanti la cosa. E era partita l’autorizzazione a procedere.
Il Senato l’ha negata. E l’ha pure autorizzata. Cioè, il Senato ha spacchettato l’accusa, in due parti separate – una cosa mai successa prima. E così ha votato una volta per la diffamazione e una volta per l’istigazione all’odio razziale. Ha autorizzato la prima (126 voti a favore e 116 contro) ma ha negato la seconda (196 i no e 46 i sì). Negando la seconda, cade pure la prima. Magari il procedimento a Bergamo prosegue, ma è come svuotato, essendoci state anche le scuse, ufficiali e accettate. Geniale.
La Kyenge, attualmente europarlamentare a Bruxelles, non ci sta. Pensa di rivolgersi al proprio avvocato per portare il caso davanti alla Corte europea. «Ora è una questione di principio – ha detto – perché il messaggio che arriva dalle istituzioni ai nostri ragazzi e giovani è devastante».Si sente tradita. Senza il voto del Pd, la cosa non si sarebbe sistemata così. Manovre al Senato, in vista della riforma?
É quello che sospettano in tanti. Calderoli – che dei procedimenti e degli iter del Senato è diventato una specie di mammasantissima – aveva presentato una cosa come cinquecentomila emendamenti al decreto legge Boschi. Avete letto bene, cinquecentomila. Ma forse sono di più, o potrebbero esserlo. Calderoli si avvale di un programmino, di un software, di un algoritmo che produce parole a partire da parole. Perciò, se tu inserisci un testo, ti fa migliaia di variabili su ciascuna parola, su ciascuna punteggiatura, e così all’infinito, perché ogni variabile interferisce con le altre. Parole che non hanno senso se non di assonanza, sinonimi e contrari, occorrenze e ricorrenze, svuotate di qualunque intento legislativo. Un vero filibustering, cioè un ingranaggio per tentare di bloccare un percorso nelle aule parlamentari. Ammodernato al digitale.
L’avesse usata a Treviglio, Calderoli, la sua macchinetta “sparaparole” chissà cosa gli sarebbe venuto fuori contro la Kyenge. In qualunque paese, un episodio così avrebbe portato alle dimissioni di Calderoli, che allora era vicepresidente del Senato. Figurarsi. Qui da noi, la condotta di Calderoli è stata ritenuta “insindacabile” in quanto coperta dal primo comma dell’articolo 68 della Costituzione. Che recita così: «I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni».
Era un’opinione, quell’insulto alla Kyenge, espressa nell’esercizio della funzione?

Nicotera, 17 settembre 2015

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