Anatomia del complotto. La balla verosimile non ha bisogno di prove.

Il complotto paga? Il complotto paga.
Almeno, così è andata per Jaroslaw Kaczyński. Quando nel 2010 cadde l’aereo che trasportava Lech, suo fratello gemello, presidente della Polonia, insieme a importanti membri delle forze armate e politici di tutti i partiti, di destra e di sinistra, verso la città russa di Smolensk per visitare il memoriale di Katyń, dove nel 1940 Stalin aveva ucciso ventimila soldati e ufficiali polacchi, all’inizio sembrava credere che lo schianto dell’aereo fosse stato proprio un incidente, come d’altronde le indagini e le prove dimostravano. A poche ore dallo schianto, esperti forensi polacchi erano già sul posto. Erano state recuperate immediatamente le scatole nere e le registrazioni della cabina di pilotaggio spiegavano cosa fosse successo: il presidente, che doveva parlare a Katyń, era in ritardo e quando i controllori di volo russi avevano proposto di deviare la rotta dell’aereo per via della nebbia fitta il presidente non accettò. Secondo il rapporto ufficiale, che fu redatto dai maggiori esperti aeronautici polacchi, l’aereo aveva colpito un albero, poi terra, e poi si era spezzato. Dopo, però, Jaroslaw Kaczyński cambiò idea e usò l’incidente
di Smolensk per “dimostrare” che la Polonia fosse sotto il dominio di un potere oscuro che dal 1989 ne determinava i destini. Cominciò a seminare dubbi (c’erano state delle esplosioni a bordo? c’erano delle bombe?), a rimettere in discussione i risultati delle inchieste, a chiedere nuove commissioni di indagine, a rimuovere i procuratori. Quando accadde Smolensk, Jaroslaw era il capo di un partito dell’opposizione, Diritto e Giustizia, non proprio popolare. Nel 2015, dopo cinque anni di intensa “campagna” su Smolensk, che ebbe la sua apoteosi in un film che raccontava la «vera storia» dello schianto e dell’«insabbiamento» – Kaczyński ha ottenuto la maggioranza dei voti.
Il complotto paga? Il complotto paga. Anche Trump dev’esserne convinto. Nel 2011, alla Conferenza annuale della Political Conservative Action, un think tank, strillò: «Our current president came out of nowhere. Came out of nowhere / nessuno sa da dove venga il nostro presidente». Era il “cuore” della campagna del cosiddetto Birther Movement, quella “opinione” che metteva in dubbio la nascita di Barack Obama in territorio americano (e un abile “nascondimento” della cosa), e chiedeva la produzione di un certificato di nascita. La cosa incredibile è che c’era davvero una quantità enorme (repubblicana) di americani che si lasciavano convincere da questa “opinione”. Trump addirittura si spingeva oltre, promettendo di destinare 5 milioni di dollari in beneficenza se qualcuno fosse stato in grado di produrre certificati della frequentazione di Obama alla Columbia University: «The people that went to school with him, they never saw him, they don’t know who he is. It’s crazy / la gente che andava a scuola con lui, non se lo ricorda, non sanno chi fosse. È bizzarro». Beh, anche Trump è andato lontano.
Perché la gente crede ai complotti? Perché c’è gente convinta che l’attacco alle Torri gemelle non sia stata opera di bin Laden e al Qaeda ma una “domestica congiura” (delle agenzie nazionali? del Deep state?), in cui peraltro sarebbero morti più di tremila americani, per consentire al governo di avere mano libera per attaccare l’Afghanistan? Forse per lo stesso motivo per cui c’è gente convinta che Roosevelt sapesse dell’attacco giapponese a Pearl Harbor ma cinicamente lasciò che accadesse per convincere una riluttante America a scendere in guerra contro il nazismo. Prove? Nessuna (a meno di non considerare “prova” alcune informazioni sugli spostamenti di navi giapponesi e la dichiarazioni di guerra consegnata a attacco già iniziato: e d’altronde, l’ammiraglio Yamamoto basava proprio sulla “sorpresa” dell’attacco la convinzione di potere fare a pezzi la marina americana e metterla fuori gioco). Ma non è questo che conta, per i complottisti, ma la verisimiglianza.
È colpa del post-strutturalismo francese? Quella corrente, letteraria, filosofica, per cui non esiste un mondo “vero” ma punti di vista, sguardi sul mondo, e allora il mondo può essere raccontato, ri-raccontato, e di ogni vicenda, di ogni “personaggio” può essere detto tutto e il contrario di tutto, in un circolarità di versioni che si auto-affermano e si auto-contraddicono, perché ogni cosa è vera in quanto narrabile, anzi perché ogni cosa narrabile è perciò stesso vera. D’altronde, in inglese “complotto” si dice proprio “plot”, cioè trama.
È stato proprio un grande romanziere americano Philip Roth, a raccontare magnificamente un “complotto”, The Plot Against America, in cui immagina che Charles Lindbergh, il grande trasvolatore, abbia vinto le elezioni presidenziali del 1940 e deciso di tenere l’America lontano dalla guerra in Europa e anzi di farne uno stretto alleato della Germania nazista di Hitler e del Giappone dell’imperatore Hirohito. Nel romanzo, Lindbergh (che nella realtà fu tra i promotori di America First Committee, principale gruppo non-interventista) e il suo staff danno progressivamente spazio all’antisemitismo fino a un “pogrom” e alla scomparsa dell’aviatore. Dopo di che sua moglie chiamerà a raccolta il “suo popolo” contro chi ha ereditato il potere e si svolgeranno nuove elezioni e vincerà Franklin Delano Roosevelt e l’America entrerà in guerra. E tutto riprenderà il suo corso.
Qual è l’elemento potente di questo romanzo? La sua verisimiglianza: tutto è completamente inventato, eppure tutto poteva accadere davvero. Leonardo Sciascia disse una volta, a proposito di quello che lui stesso definì “l’affaire Moro”: «Si può sfuggire alla polizia italiana – alla polizia italiana così come è istruita, organizzata e diretta – ma non al calcolo delle probabilità. E stando alle statistiche diffuse dal ministero degli Interni, relative alle operazioni condotte dalla polizia nel periodo che va dal rapimento di Moro al ritrovamento del cadavere, le Brigate rosse appunto sono sfuggite al calcolo delle probabilità. Il che è verosimile, ma non può essere vero e reale». E il caso Moro di sicuro è uno di quegli episodi della storia dove le teorie complottiste si sono esercitate alla grande. E non parlo solo di Commissioni parlamentari o di parti politiche o di magistrati, ma proprio del “racconto popolare”. Perché secondo me, questo è un punto, le teorie del complotto sono “pop”.
Prendiamo questa storia: una decina d’anni fa, su richiesta di uno storico serissimo, fu scoperchiata la tomba dove si presume siano i resti di Salvatore Giuliano, il bandito di Montelepre, che nell’immediato dopoguerra diede filo da torcere alla polizia italiana, spadroneggiando nelle campagne siciliane, fino a diventare il “nemico pubblico numero uno”, che però risultò “comodo” quando si trattò di fermare il movimento contadino rendendosi autore (complice?) della strage di Portella della Ginestra, il Primo maggio del 1947. Lo storico che aveva chiesto la riesumazione non indicava con certezza a chi potessero appartenere gli eventuali resti non identificabili, e si limitava a ricordare che Giuliano, tra i tanti espedienti per depistare chi era sulle sue tracce con malevole intenzioni, aveva sempre un sosia, un giovanotto di Altofonte, a disposizione. Da sempre, un nutrito gruppo di politici e storici sostiene che dietro Giuliano ci fossero i servizi segreti alleati, inglesi e americani, persino fisicamente con i loro uomini, con l’intento di fermare a tutti i costi l’avanzata del «pericolo rosso». D’altronde erano lì sin dallo sbarco del 1943 e persino prima. La strategia della tensione, la perdita dell’innocenza, le operazioni sporche di pezzi dello Stato, nascerebbe tutto da lì, da quell’inestricabile ratking, nido di topi, in cui gli interessi economici s’intrecciavano a quelli politici e militari, condannando l’Italia a essere una nazione a sovranità limitata e allungando la loro ombra scura e perversa per decenni. La tomba di Giuliano e il corpo del bandito finivano così con il rappresentare l’arca di tutti i misteri. È davvero così? Come può accrescere la nostra consapevolezza storica, il fatto che dentro quella cassa ci siano o no i resti di Giuliano? E se si fosse scoperta vuota o si fossero trovate solo pietre sarebbe cambiato qualcosa? E, in quest’ultimo caso, dove sarebbe finito Giuliano?
Credo che la storia di Salvatore Giuliano sia importante perché è stata la prima icona pop italiana. A dispetto di ogni evidenza fattuale, intorno la figura di Giuliano si sviluppò presto una narrazione sociale mitologica che ne faceva un “eroe popolare”. Si era a metà degli anni Cinquanta, e il cadavere di Giuliano era ancora caldo – fu ucciso la notte del 5 luglio 1950 –, si può dire. Ma già il suo mito si era consolidato.
Inevitabilmente un’aura mitologica, la leggenda, cammina a fianco della storia, la rafforza o la indebolisce: può esserne la consacrazione o il disincanto. L’aura mitologica è un’operazione narrativa che viene sviluppata a volte dalle classi dirigenti – il nostro Risorgimento ne è pieno – e a volte dalla voce popolare. Più interessante è la promiscuità dell’intreccio. Con Salvatore Giuliano fu un’operazione complessa: Giuliano era intervistato e fotografato da inviati speciali di mezzo mondo: la sua storia, quella del bandito che teneva testa a uno Stato intero in nome di un vago separatismo e di una quarantanovesima stella sulla bandiera americana, aveva le copertine dei magazine internazionali. Giuliano era anche bello – una specie di Raf Vallone, attore comunista allora amatissimo – e fotogenico, virile: arrivava per le interviste a cavallo, col suo impermeabile bianco e il completo di fustagno, attraversato da una cartucciera, e la lupara in spalla. I rotocalchi, e non solo, impazzivano per lui: se ne invaghì perdutamente una corrispondente svedese. I giornali, insomma, alimentarono la leggenda del “personaggio” Giuliano, quando serviva l’interesse dei poteri. Ma è solo dopo la sua morte che prorompe il mito popolare: Besozzi ci mise del suo, con il famoso articolo su «l’Europeo» – «Di sicuro c’è solo che è morto» – fondando il filone del giornalismo dei misteri che ha fatto scuola per generazioni di giornalisti. La morte lo riscatta, il tradimento del cugino Pisciotta, che poi finirà avvelenato in carcere come parecchi anni più tardi Sindona, in combutta coi carabinieri lo riscatta, riscatta la storia vera delle sue alleanze coi latifondisti e contro i contadini. Qualunque malvagità avesse potuto fare Turiddu, lo Stato era ancora più malvagio.
Ma questa in fondo è la trama del pop. Forse quanto diceva Propp per le fiabe di tutto il mondo, in cui lo schema narrativo ricorre identico a qualunque latitudine e in qualunque lingua o dialetto, potrebbe dirsi del pop. Che si tratti di Elvis, nelle mani perfide del colonnello Parker, della povera Marilyn, alla mercé di pillole e Fbi, o di Lady D, vittima di un complotto dei servizi inglesi a difesa della famiglia reale, la narrazione pop strappa il personaggio alla sua realtà storica, raccontando una verità parallela, controfattuale, spesso conflittuale e rovesciata – Giuliano diventava l’eroe dei contadini –, che ne impedisce l’oblio.
Tutte le analisi condotte da istituti serissimi nel mondo confermano questo dato: crediamo ai complotti perché siamo terribilmente in ansia e in crisi, perché non ci fidiamo dei potenti, e perché raccontarsi una storia “alternativa” semplifica la complessità del mondo e ci fa credere di non essere tanto fessi da berci tutte le cose che ci propinano. La storia del “falso sbarco” sulla Luna è esemplare: nonostante prove e controprove – ci sono anche le immagini di un satellite giapponese che fotografò resti della missione dell’Apollo 11 sul suolo lunare – c’è ancora tanta gente convinta si sia trattato di una operazione messa in piedi dal governo americano per raccontare al popolo americano che erano in grado di reggere e vincere la sfida con i sovietici, ma si trattò solo di un’abilissima messa in scena in un set hollywoodiano. Basterebbe solo chiedere come mai proprio i russi, che allora erano benissimo in grado di “sorvegliare” la situazione, abbiano sempre fatto pippa, invece di mentire clamorosamente questa storia che appunto li danneggiava.
Ma questo è un altro punto: analizzare i dati, portare elementi concreti di certificazione in grado di smantellare ogni falsificazione, non fa indietreggiare il complottista, anzi, pare si instauri un effetto boomerang. Tanto più si smascherano le prove, tanto più significa che chi ha organizzato il complotto s’è fatto furbo. Il complotto è indimostrabile, ma nello stesso tempo non può essere smantellato. Sembra il “paradosso del mentitore”: «La frase seguente è vera. La frase precedente è falsa».
I politici ormai praticano con una certa familiarità il complotto: per dire, Salvini se n’è lamentato a proposito delle indagini sui traffici petroliferi all’Hotel Metropol durante il suo viaggio in Russia; la Raggi risolve così – verso oscure burocrazie e trasversali resistenze – il problema della spazzatura di Roma, quando non sfiora il ridicolo, il grottesco parlando di “complotto dei frigoriferi” perché aveva “notato” un inusuale aumento di elettrodomestici abbandonati vicino ai cassonetti proprio quando lei tentava di mettere ordine. Berlusconi era un maestro nel recitare la parte della vittima di un accanimento di indagini sul suo conto – un vero “complotto” di una parte della magistratura, da cui ogni vota usciva innocente e ogni volta si ricominciava. Magari, non aveva sempre torto.
E qui è il problema: che a furia di millantare Protocolli dei Savi di Sion, piani Kalergi, sopraffazione del miliardario Soros, oscure trame del gruppo Bildeberg, e via di questo passo – si perde di vista il fatto che c’è una realtà dove davvero si organizzano trame. Che è un connotato, come dire, “naturale” della lotta per il potere e della teoria politica connessa, almeno da Machiavelli. Ma che a furia di evocarlo, si finisce con il farne metafisica del potere, con lo stancarsene.
Questo dicono molte indagini: che chi è più propenso a credere ai “complotti” è più propenso a abbandonare la vita democratica, quella delle elezioni, della partecipazione civile, della vigilanza e della mobilitazione sociale – che tanto, a che servirebbe? Stanno tutti pappa e ciccia.
E qui sta il pericolo.

Nicotera, 16 luglio 2019.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 17 luglio 2019.

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4 luglio, festa dell’Indipendenza americana: Trump, la luna, Marte, le proteste.

Era il 12 settembre 1962, una giornata calda e soleggiata, e davanti una folla di 40.000 persone nello stadio della Rice University, molti dei quali bambini, Kennedy pronunciò il suo discorso “sulla luna”: «Salpiamo verso questo nuovo mare perché ci sono nuove conoscenze da acquisire e nuovi diritti da vincere, e devono essere vinti e utilizzati per il progresso di tutte le persone… io dico che lo spazio può essere esplorato e dominato senza alimentare il fuoco della guerra, senza ripetere gli errori che l’uomo ha compiuto in questo nostro mondo. We choose to go to the Moon! We choose to go to the Moon! Abbiamo scelto di andare sulla Luna! Abbiamo scelto di andare sulla Luna non perché sia facile, ma perché è difficile; perché questo obiettivo servirà per organizzare e misurare il meglio delle nostre energie e abilità, perché siamo disposti ad accettare quella sfida, una che sfida non siamo disposti a rimandare, e che intendiamo vincere».
È il 4 luglio 2019, festa dell’Indipendenza americana, e è un giorno piovoso, insolitamente piovoso, e il presidente Trump, al Lincoln Memorial dice: «We are going to be back on the Moon very soon, and someday soon, we will plant the American flag on Mars». Trump pronuncia il suo “discorso sulla luna” mentre nel cielo di Washington rombano i caccia F-22 Raptors, un bombardiere Stealth B-2, aerei dell’esercito, della marina, della guardia costiera e dei Marine Corps e, in via di massima formazione, sei Blue Angel F-18, e “a terra” sfilano i carri armati Abrams e i veicoli da combattimento Bradley – e tutto questo rende aggressive le sue parole. Persino il suo Air Force One – l’aereo dei suoi spostamenti – esegue qualche volteggio, tra gli ohhh degli astanti e urla dei sostenitori USA! USA! USA!
In molti hanno criticato questa scelta di Trump di “muscolarizzare” una festa che è sostanzialmente patriottica, ci sono le canzoni e gli hot-dog e poi gli straordinari fuochi d’artificio – e vengono le famiglie con i passeggini e i nonni portano i nipotini e si parte qualche giorno prima, magari per fare un giro che non s’è fatto mai.
Eppure, è vero, quello di Trump è stato uno dei discorsi meno “divisivi” del suo repertorio. In un discorso durato 47 minuti, Trump ha sciorinato una versione eroica della storia militare americana, raccontando storie non solo della guerra rivoluzionaria che ha conquistato l’indipendenza dalla Gran Bretagna ma anche della guerra civile e della Seconda guerra mondiale: «Non dimenticheremo mai che siamo americani e il futuro ci appartiene. Il futuro appartiene ai coraggiosi, ai forti, agli orgogliosi e ai liberi: siamo un solo popolo che insegue un sogno e un destino magnifico. For Americans, nothing is impossible». E a proposito di “sogni”, va ricordato che è proprio qui, al Lincoln Memorial, che il 28 agosto 1963 Martin Luther King pronunciò il suo famoso discorso I have a dream. È mancata quella accentuazione di partigianeria che in genere è presente nei suoi discorsi, ma forse quello che gli interessava di più era mostrare la potenza americana, di cui lui è comandante in capo.
Alcuni dicono che questa accezione “militaresca” del 4 luglio (una cosa che in qualche modo somiglia alle parate sovietiche sulla Piazza Rossa) a Trump sia venuta da quando un paio d’anni fa partecipò a Parigi alle celebrazioni sugli Champs Élysées per la presa della Bastiglia – e i francesi, si sa, ci tengono molto allo sfoggio della forza. È curioso (ma poi non tanto: i soldati sono sempre gli ultimi a voler fare le guerre, perché sono loro a morire) che proprio dagli ambienti militari – benché tutti i vertici fossero stati chiamati sul palco d’onore e siano state distribuite medaglie a parenti e veterani – siano filtrate le maggiori perplessità e una certa avversità. La deputata Eleanor Holmes Norton, che rappresenta il distretto di Columbia, ha detto alla CNN: «Nulla potrebbe essere più incongruo di vedere i carri armati nel centro commerciale di Washington». È chiaro che il 4 luglio è stato l’inizio della campagna di Trump per la sua rielezione – tanti, troppi gli striscioni “Trump 2020”.
C’era tanta gente sull’enorme National Mall? Sì, c’era gente, nonostante la pioggia – persino il grande vetro antiproiettile che proteggeva presidente e consorte era tutto striato. Trump è molto sensibile ai numeri delle sue “performance”: si irritò tantissimo quando disse che non c’era mai stata altrettanta folla per un giorno di insediamento ma le foto impietosamente mostrarono che c’era molta più gente quando a giurare era stato Obama nel 2009.
Ma c’erano anche due Americhe: mentre Trump pronunciava la sua ambiziosa frase su Marte, quella stessa bandiera veniva bruciata da alcuni manifestanti davanti la Casa Bianca. Era una cosa che non succedeva da decenni, era una cosa che succedeva in Pakistan o nei paesi del Medio Oriente – nessuno più, in occidente, brucia le bandiere americane.
Breitbart, il circuito dei media radiofonici e web della Alt-right, quello, per capirsi, che faceva riferimento a Steve Bannon, ha subito tacciato di “comunisti” i manifestanti. Nessuno più diceva “comunisti” in America come un insulto, come una minaccia, da decenni – da quando il senatore McCarthy metteva sotto accusa il mondo di Hollywood per essere “un-american”. O da quando si insultava Jane Fonda, “Hanoi Jane”, per schierarsi dalla parte sbagliata nella guerra del Vietnam.
Però questo corto-circuito retorico sta tornando: contro Megan Rapinoe, la capitana della squadra di calcio che tanto bene sta facendo ai Mondiali femminili e che ha promesso che vincesse non andrebbe mai in quella f***ing White House, e non canta l’inno nazionale e non mette la mano sul cuore, Trump si è scagliato accusandola di essere “anti-patriottica”.
Due Americhe: per chi evidentemente adora l’esibizione delle armi – è stata una grande giornata. Per gli altri, è stata l’ennesima dimostrazione di come un “bambino troppo cresciuto” abbia voluto mostrarsi come un imperatore romano.
Il fatto è che la campagna per il 2020 è già iniziata. Alla vigilia del 4 luglio Trump ha insistito perché nel nuovo censimento venga inserita una domanda sulla cittadinanza, nonostante l’opposto parere di molti giuristi e della stessa Corte Suprema. E diversi manifestanti anti-Trump portavano cartelli con le foto dei terribili campi di detenzione in cui sono costrette migliaia di persone al confine con il Messico e tanti, troppi bambini.

Nicotera, 5 luglio 2019.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 6 luglio 2019.

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