Tomasi di Lampedusa, il 1860 e i gattopardi.

La lezione l’avevano imparata, eccome. Eppure, era stato solo tre anni prima. «Eran trecento, eran giovani e forti / e sono morti». La spedizione di Sapri guidata da Carlo Pisacane era stata un disastro. Ma l’idea era buona: un pugno d’uomini, uno sbarco, la rivolta delle masse locali e la guerriglia all’esercito borbonico colto di sorpresa, liberando via via le terre meridionali, fino a Napoli. Solo che i trecento di Pisacane erano tutto cuore e generosità e niente preparazione meticolosa. Perciò, tutto fu uguale e pure tutto fu diverso. Il punto di imbarco, le navi, le armi, il punto di sbarco, la preparazione della rivolta, le alleanze. E questo era probabilmente il nodo più importante. Perché senza questo – senza l’architettura organizzativa e logistica e politica – non ci sarebbe stato mai sbarco a Marsala e non ci sarebbe stata mai unità d’Italia.
Gli inglesi in Sicilia ci stavano da un pezzo. Perché volevano governarlo tutto, il Mediterraneo, e non gli garbava molto doverlo spartire coi russi, gli spagnoli e coi napoletani – la marina borbonica era allora una discreta potenza. Avevano Malta, avevano le isole ionie, stavano per sbancare il canale di Suez. Le isole del Mediterraneo erano basi, commerciali e militari. Prendersi militarmente la Sicilia non era possibile – per l’equilibrio geopolitico, ma si potevano influenzarne le politiche, gli andamenti, gli esiti. Era il soft power. Nel 1812, quando i baroni siciliani proclamarono la loro insofferenza verso il re di Napoli, fu agli inglesi che guardarono: dichiararono un Parlamento e la loro Costituzione fu redatta proprio come un calco da quella. Troppa democrazia dal mondo francese, e troppo potere concentrato in un uomo solo. E poi, s’era visto com’era finita la rivoluzione del ’99. Meglio gli inglesi. E i Woodhouse, gli Ingham, i Whitaker erano solo l’avanguardia di una comunità ben consistente: imprese, investimenti, macchine, tecnologie, tecnici. Commerciavano, gli inglesi. Nel vino marsala – che loro stessi, anzi, avevano messo a punto, mescolando saperi d’altrove, il madeiras, lo sherry – e, soprattutto nello zolfo, che allora era fondamentale per l’industria tessile. E la Sicilia produceva praticamente buona parte dello zolfo mondiale. E costava poco.
Ma la Corte di Napoli era avida e aumentò i dazi e poi decise di affidare il monopolio dello zolfo ai francesi – e per tenerne alto il prezzo ne ridusse la produzione. Così, gli inglesi mandarono le navi davanti il porto di Napoli – poi i francesi si misero di mezzo, e insomma le acque si calmarono. Più o meno – perché Londra divenne un porto sicuro per tutti i rifugiati politici italiani e meridionali, e si facevano collette per i mazziniani e i garibaldini, e non erano solo le logge massoniche.
Così, quando il Piemonte e il Lombardo, i due battelli garibaldini, partirono da Quarto e affrontarono il Tirreno, non erano come il Cagliari di Pisacane – solo la società di navigazione era a stessa, la Rubattino. C’erano due navi inglesi, l’Argus e l’Intrepid, a aspettarli a Marsala, e armati di tutto punto, e la Royal Navy s’era data un gran da fare prima, nei porti siciliani, per far capire che loro c’erano. Così, la marina borbonica si vide arrivare i due battelli garibaldini ma non ci provò neppure a sparare un colpo, perché gli inglesi erano lì – “chiamati” dagli interessi dei loro compatrioti nell’isola, “preoccupati” di quel che stava succedendo – e non era cosa di farci guerra. I Mille sbarcarono e il resto – Calatafimi, Milazzo, il passaggio in Calabria, lo sfaldarsi dell’esercito borbonico, in parte corrotto in parte demotivato, la risalita avventurosa e entusiasta dello stivale fino a Napoli – lo si sa dai banchi di scuola. Ci fu ardimento, ma fu anche un capolavoro di ingegneria politica internazionale: i Borbone erano finiti.
Il fatto è che ai siciliani del capolavoro di ingegneria politica internazionale interessava poco. E invece gli era piaciuto assai il primo punto del proclama del 2 giugno di dittatura a Palermo di Garibaldi: «Con decreto dittatoriale è disposta la quotizzazione delle terre dei demani comunali tra coloro che si sono battuti per la patria e l’ereditarietà di tale diritto per i discendenti». È qui che nasce la secessione, sulla questione della terra: tra “unità” e “libertà” della nazione. Sono i fatti di Bronte, agosto 1860, un pugno di mesi dall’inizio della liberazione, quando Bixio viene mandato per sedare nel sangue la rivolta dei contadini. Giuseppe Cesare Abba, uno scrittore “italiano e patriottico”, nella sua Vita di Bixio [1905], raccontando proprio i fatti di Bronte scrisse: «Si parlava persino di divisione dei beni…». Per far capire che non d’un episodio isolato si trattava ma dì una precisa condotta, Bixio, andando via da Catania proclamò: «Se non io, altri in mia vece rinnoverà le fucilazioni di Bronte se la legge lo vuole». Le cose si rimettevano al loro posto, i siciliani si separavano dai siciliani. Nel 1883, Verga scrive la novella Libertà – in cui si narrano i fatti di Bronte e la repressione di Bixio, con cui Verga si schiera decisamente. La novella – Verga aveva non solo la distanza storica dai fatti, ma all’arrivo di Garibaldi si era arruolato nella Guardia Nazionale dove restò per tre anni – termina così: «Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: Dove mi conducete? In galera? O perché? Se non ho avuto nemmeno un palmo di terra! Se avevano detto che c‘era la libertà!»
Che le cose si stessero rimettendo al loro posto di sempre, i siciliani lo impararono presto. 16 settembre 1866, Palermo insorge. Contro lo Stato d’Italia. Le speranze del 1860 sono andate deluse, i proclami della dittatura garibaldina – «Noi siamo con voi, e non chiediamo altro che la liberazione della vostra terra» – sono ormai echi nel vento. Sono tornati gattopardi e cappelli a comandare, a arricchirsi, anche delle terre confiscate alla Chiesa. Lo Stato d’Italia, con l’aumento dell’esazione fiscale e il corso forzoso dei biglietti di banca che ha fatto lievitare i prezzi, ha imposto anche la coscrizione obbligatoria: le braccia più forti sono sottratte al lavoro. C’è una nuova guerra, e i generaloni d’Italia hanno già saputo perdere a Custoza e Lissa, serve carne da cannone. Cresce la renitenza alla leva, ci si rifugia nelle campagne e lo Stato ha risposto con la guerra al brigantaggio, mandando eserciti di piemontesi.
I democratici spingono per una politica unitaria, tutt’al più temperata da una blanda autonomia; agli azionisti, l’ossatura del garibaldinismo, non importa neanche quella; gli autonomisti, che poi erano in pratica la maggioranza dell’opinione pubblica, sono in larghissima parte cattolici liberali; i moderati o “fusionisti”, si contentano di rappresentare le istanze del Regno. C’è, in pratica, un “partito unitario”, da cui sono ai margini clericali e rivoluzionari, in elezioni dove si vota ancora per censo – la politica è già una cosa distante.
Il 15 di luglio 1866, giorno di Santa Rosalia, corsero voci in Palermo che stessero per scoppiare disordini, ma nulla avvenne. Poi, la voce si ripeté l’8 settembre e nulla accadde. Poi, apparvero carte rosse ai canti della città e ritornò la voce il 15 settembre, e si videro donne dei quartieri che compravano più forme di pane del solito e generi alimentari. Si accumulava paglia per i cavalli. Il popolo aspettava.
All’alba del 16, centinaia di contadini delle campagne vicino a Palermo, armati e comandati per gran parte da ex capisquadra dell’impresa garibaldina, assalirono la città. In un niente, Palermo insorse: ai contadini si era aggiunto il popolo minuto, artigiani dei mestieri, operai, donne, scatenando una rivolta che parse indomabile. Presero il Palazzo di Città, costruirono barricate, assaltarono Poste e Delegazioni di Polizia. Più volte si tentò l’assalto all’Ucciardone. Ai repubblicani, che avevano scatenato la rivolta – riuscendo dove avevano fallito l’anno precedente – si unirono preti e monache, frati e suorine: i conventi e i campanili divennero luoghi dei rivoltosi o dove si curavano i feriti. Come in ogni rivolta di popolo, interessi diversi, e a volte distanti, si unirono. Viva la Repubblica, si gridò. Viva Santa Rosalia, si gridò.
Il Sindaco, la Giunta, generali e benestanti, aristocratici e borghesi fuggirono verso il Palazzo Reale, asserragliandosi e a un certo punto ipotizzando una resa e una trattativa, da dove chiesero rinforzi, l’intervento della Marina e del regio esercito.
Arrivarono le navi, e bombardarono a mitraglia e polvere, compiendo stragi e sventrando la città. Sbarcarono i soldati, ma vennero respinti, più volte. Per sette giorni, Palermo resistette. Poi, arrivarono altre navi e vomitarono migliaia e migliaia di militari. Palermo capitolò. La repressione fu brutale: bisognava punire chi aveva osato ribellarsi, cancellarne perfino la memoria. Il colera, portato dai soldati strappati alla quarantena per intervenire in fretta, farà il resto.
L’Italia era questa cosa qui. Rimarrà così.

Nicotera, 13 novembre 2018.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 14 novembre 2018.

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I Dem si prendono la Camera, Trump si tiene il Senato. E ora?

Com’è potuto accadere che una delle cose più boring, noiose al mondo, le elezioni di metà-mandato americane, sia diventato l’argomento più scottante del giorno, the hottest thing? Chi mai aveva sentito parlare delle mid-term americane? – lo stesso Trump se l’è chiesto in un rally in Indiana.
C’è da presumere che Trump ne abbia addebitata la colpa ai media – il nemico pubblico n. 1 del popolo, come amabilmente li definisce. E a un loro complotto, per dargli fastidio. Beh, una parte di verità sta anche qui: dopo due anni di una delle presidenze più controverse, diciamo così, della storia americana, che ha letteralmente spaccato il paese a metà, costellando questa prima parte del suo mandato di gesti e dichiarazioni fortemente divisivi – era un’attesa più che lecita vedere se le condizioni che avevano contribuito al suo successo nel 2016 erano ancora capaci di sostenerlo, o meno. A partire dal fatto che tutti i commentatori non potevano che prendere atto del buon momento della situazione economica – riduzione della disoccupazione, aumento degli occupati, il mercato azionario in grande spolvero, il fatturato in crescita, un leggero aumento dei salari. Avrebbe fatto aggio su tutto, the economy? Sulla durissima battaglia per l’elezione di Brett Kavanaugh alla Corte Suprema? Sulla descrizione dei migranti come stupratori e criminali, una “national security” contro i quali schierare l’esercito? Ma l’attenzione dei media non spiega tutto. La verità è che i Democratici ci hanno messo un po’ a svegliarsi dalla batosta, da quella notte delle lacrime di Hillary, ma da un anno almeno sono ventre a terra per risalire. E questa, proprio questa era the hottest thing, verificare se fosse possibile battere Trump.
Trump twitta di un “tremendous success”. Ma le cose non sono esattamente così. Intanto, va detto, stavolta i sondaggi ci hanno azzeccato – dopo l’inaspettata e sorprendente vittoria di Trump. Sarà che sono diventati più bravi, sarà che lo spostamento elettorale del 2016 si è stabilizzato e quindi era più prevedibile, però ci hanno preso proprio giusto: l’80 percento di possibilità che i Democratici si prendessero la Camera, e l’80 percento di possibilità che i Repubblicani si tenessero il Senato – è andata esattamente così. Non nelle proporzioni immaginate – il divario è più ampio. Ma era da otto anni (anche sotto Obama) che i Democratici non avevano la maggioranza alla Camera. Che la durezza di Trump fosse servita a galvanizzare i suoi, e che la rinnovata mobilitazione e passione dei candidati democratici abbia costruito una forte affluenza di elettori e propri sostenitori, sono state vere entrambe le cose. Le donne hanno votato e in buona parte hanno votato democratico; anche i giovani si sono mobilitati e in buona parte verso candidati democratici: il risultato è un’onda di giovani candidate che entrano alla Camera e al Senato (la più giovane di sempre, la prima palestinese-americana, la prima somalo-americana, la prima nativa americana). Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti la maggior parte dei candidati di un grande partito non erano uomini bianchi. I Democratici hanno avuto un vantaggio di 21 punti tra le donne, mentre i Repubblicani hanno segnato solo due punti di vantaggio tra gli uomini; le donne bianche si sono divise 50 a 48 contro Trump, e due anni fa avevano dato a Trump nove punti di vantaggio contro la Clinton, e le donne sposate si erano divise a metà, ma ora vanno verso i Democratici; l’unica fascia d’età in cui i Repubblicani vincono sono i maschi sopra i 65, e anche qui solo di un punto. Quali sono stati i cavalli di battaglia, gli argomenti vincenti di questa ondata di candidate? L’assistenza sanitaria per tutti (la difesa dell’Obamacare), la legge sulle armi (il movimento di giovani nato dopo le continue stragi nei college), l’aumento dei salari minimi (a cominciare dallo sciopero delle lavoratrici McDonald’s contro gli abusi sessuali e per l’aumento della paghe a 15 dollari l’ora), questioni a cui si sono intrecciati i movimenti del #metoo e BlackLivesMatters.
Forse, la sintesi migliore l’ha trovata Jim Dean, presidente del comitato di azione politica progressista Democracy for America, che ha dichiarato: «Il cambiamento alla Camera degli Stati Uniti verso il controllo democratico è un ripudio diretto del programma nazionalista bianco di Donald Trump, e un chiaro mandato per un populismo multirazziale inclusivo e un lascito alla leadership di una Nuova Maggioranza Americana di elettori neri, latini e bianchi progressisti che l’hanno resa possibile».
La realtà è che ora la Camera sarà un tormento per Trump. Può rallentare e bloccare la sua agenda legislativa, non ci saranno più tagli alle imposte per le grandi imprese e nessun taglio alla sicurezza sociale o all’assistenza sanitaria. Ci saranno indagini sulla scandalosa perdita di migliaia di vite americane a Puerto Rico dopo l’uragano Maria: i Repubblicani hanno bloccato qualsiasi seria inchiesta sulle centinaia di milioni di dollari in contratti per soccorsi in caso di calamità che avrebbero potuto salvare così tante vite. E può sfiancare la Casa Bianca con indagini, citazioni e richieste su quelle dichiarazioni delle tasse che il presidente non ha mai presentato; e può anche affondare ancora di più il coltello – oltre le indagini del giudice Mueller – sulle presunte collusioni con la Russia nelle elezioni del 2016. Può anche immaginare, se la “corrente” rappresentata da Elizabeth Warren, di nuovo eletta in Massachusetts, avrà spazio, di puntare all’impeachment, per il Russiagate. Con nessuna speranza di portarlo a termine, ma certamente azzoppando l’anatra per le elezioni del 2020. Come ha scritto il sito Politico.com: «Tutto questo potrebbe anche dare slancio a Trump, fornirgli – con Nancy Pelosi, di nuovo speaker della Camera – un nuovo capro espiatorio per dire che non gli consentono di costruire il muro sui confini. Però, la cosa importante è che il 2016 per i Democratici è finito e che sono di nuovo in pista».
Trump sarà meno trumpy? No, non è possibile – l’uomo è quella pasta là. I Democratici hanno vinto, ma Trump non ha ancora perso. e il paese è sempre più spaccato a metà, tra grandi agglomerati urbani e piccoli sobborghi, tra il Nord e l’Ovest da una parte e il Sud e il centro dall’altra. La nuova guerra civile americana, una guerra tutta politica, è appena cominciata.

Nicotera, 7 novembre 2018.
Pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 8 novembre 2018.

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