Estate 1948.

«Viva i pompieri di Viggiù / che quando passano / i cuori infiammano / viva i pennacchi rosso e blu / viva le pompe dei pompieri di Viggiù / e pompa qua e pompa là».
Clara Jaione canta così alla radio e l’Italia sorride maliziosa – ce n’è bisogno. È un’estate bagnata, alluvionata anzi. E i pompieri si troveranno spesso in prima linea (a dicembre, il parlamento approverà la legge 1542, disposizioni in dipendenza delle piene e alluvioni dell’estate 1948: art. 1: «È autorizzata la spesa di lire 300 milioni, da iscriversi nello stato di previsione della spesa del Ministero dei lavori pubblici per l’esercizio 1948-1949, per provvedere, in dipendenza dei danni causati dalle alluvioni e piene dell’estate 1948 nel Piemonte, nella Liguria e negli Abruzzi» – 300 milioni, una spesona.
Il campionato di calcio, stagione 1947-48, è appena finito. La sorpresa è stata la Triestina di Nereo Rocco, che ha appena iniziato il mestiere di allenatore e si sta facendo le ossa e sperimentando moduli: è arrivata seconda, con Milan e Juve, dove ha esordito, diciannovenne, Giampiero Boniperti, capocannoniere con 27 reti. Campione d’Italia è il Grande Torino, che te lo dico a fare: l’anno dopo sarà la tragedia di Superga.
A giugno si è concluso anche il Giro d’Italia. Ha vinto Fiorenzo Magni ma tra polemiche a non finire. Sulle Dolomiti Coppi faceva sfracelli e sul Pordoi Magni per raggiungerlo si fece spingere. La Bianchi, la squadra di Coppi, non ci stava e denunciò la cosa e arrivò la squalifica per Magni, ma gli tolsero solo qualche secondo, e la Bianchi e Coppi per protesta si ritirarono. Così, vinse Magni. Gino Bartali è ottavo, a 11 minuti e 52”. È stanco Ginaccio, ha trentaquattro anni, e milioni di chilometri nelle gambe.
Andare al cinema costa 70 lire, e lo stipendio medio di un impiegato di terzo livello è di 13mila lire – si può fare, e le arene all’aperto sono piene. Commediole leggere o drammoni – c’è Totò, ma anche Hollywood: Victor Mature, Spencer Tracy, Humphrey Bogart. De Sica sta lavorando al montaggio di un suo film, Ladri di biciclette, che uscirà in autunno, ma anche Rossellini sta completando Germania Anno zero e a Venaria, in un’azienda agricola degli Agnelli, De Santis ha iniziato le riprese di Riso amaro – uscirà l’anno dopo. Il cinema italiano produce ancora meraviglie.
L’Italia è in pieno Piano Marshall, come l’Europa tutta. La storia era iniziata l’anno prima, quando George Marshall aveva parlato alla cerimonia delle lauree di Harvard, anche se ancora non era stato pianificato nulla. Anzi, per tutto il discorso, Marshall (era allora Segretario di Stato, dopo aver fatto il soldato in due guerre e essere diventato generale, aveva lavorato prima con Roosevelt e ora con Truman, che lo sosteneva, ma non era democratico né repubblicano, un non-partisan) si preoccupò di convincere l’auditorio, e chiunque avrebbe ripreso quel discorso della bontà ecumenica dell’iniziativa, senza l’intenzione di escludere nessuno. Compresi quei dannati comunisti. «Our policy is directed not against any country or doctrine but against hunger, poverty, desperation and chaos / la nostra politica non è diretta contro un paese o una dottrina, ma contro la fame, la povertà, la disperazione e il caos», disse Marshall. Ma aggiunse, subito dopo: «Governments, political parties, or groups which seek to perpetuate human misery in order to profit therefrom politically or otherwise will encounter the opposition of the United States / Governi, partiti politici o gruppi che si provassero a perpetuare la condizione umana di miseria per approfittarne politicamente, incontreranno l’opposizione degli Stati uniti».
Era questa la preoccupazione americana: che l’influenza dei partiti comunisti d’occidente crescesse mentre le difficoltà economiche continuavano e gli aiuti fino allora forniti dagli americani si dimostravano un fallimento. La propaganda comunista stava funzionando. E secondo la “teoria del domino”, se cadeva un paese strategico – nel mirino c’erano Grecia e Turchia e Italia – poteva cadere l’intero impianto faticosamente messo assieme dopo la guerra a Jalta.
Marshall era stato a Mosca nella primavera del 1947, per seguire i negoziati su un trattato di pace accettabile con Germania e Austria, e era rimasto sconcertato dal comportamento dei sovietici. Li definì “Troublemakers”, piantagrane, e si convinse che non negoziassero in buona fede. Qualcosa doveva essere fatto subito. Il fatto è che non era facile convincere gli americani che dovessero sborsare denari per gli europei. C’era stata una guerra in Europa – cavolo – e ora bisognava pure tirare fuori i dollari?
In realtà, al Dipartimento di Stato americano c’erano due linee, una più cauta che prevedeva due fasi di intervento, a partire dalla produzione di carbone, e lasciando dopo l’iniziativa agli europei; l’altra più diretta e massiccia, in cui fosse evidente il ruolo degli Stati uniti. Erano state istituite più commissioni e si produsse una quantità di documenti e dati. Si temeva l’opposizione del Congresso, dove – sia tra i Democratici che i Repubblicani – si trovavano “isolazionisti” (che si opponevano al Piano) che “internazionalisti” (che lo appoggiavano). In realtà, poi l’opposizione fu abbastanza minoritaria, e il problema semmai fu convincere la pubblica opinione: ma si costituì una Commissione inzeppata di tecnici e professori e i sondaggi rilevarono presto che l’appoggio sociale era alto. Solo la sinistra americana – come quella europea e i russi – continuò a considerare il Piano Marshall una “manovra ideologica”.
Beh, non è che avevano tutti i torti. De Gasperi, a gennaio del ‘47, era volato a Washington, dove era considerato un leader carismatico e assolutamente affidabile, su cui contare per gestire la delicata situazione politica in Italia, crocevia strategico nel centro del Mar Mediterraneo. Il segretario della Dc aveva riportato a casa considerevoli aiuti economici, la concessione di crediti a condizioni molto favorevoli e l’assicurazione che non sarebbero mancati rifornimenti di carbone e grano. A maggio, De Gasperi forma un esecutivo senza i socialisti e i comunisti. Ha pagato il suo biglietto. Il 20 marzo, a Berkeley, Marshall affermò che gli aiuti economici all’Italia – che a quel momento, in soli tre mesi, erano di 176 milioni di dollari – sarebbero cessati in caso di vittoria elettorale sella sinistra. Mancava un mese al voto.
Le elezioni furono uno “scontro di civiltà”, un Armageddon. Con i Comitati civici di Gedda che sfornavano continuamente martellante propaganda; con manifesti del tipo: “Sei senza cervello? Vota falce e martello”, oppure “Nel segreto dell’urna, Dio ti vede, Stalin no”, ma anche quelli che raffiguravano cosacchi che venivano a rubare “le nostre donne”. Trecentomila volontari, organizzati in oltre ventimila comitati parrocchiali, queste furono le loro forze. D’altronde era stato lo stesso pontefice, Pio XII, a dire che la scelta del voto era «con Cristo o contro Cristo».
La Sinistra si presentò unita nel Fronte democratico popolare che aveva come simbolo il bel faccione di Garibaldi, ma non moltiplicò i propri voti e nemmeno li sommò, perché c’era stata la scissione di Palazzo Barberini voluta da Saragat e la scelta di Nenni di correre insieme ai comunisti non fu condivisa dalla destra del partito che se ne uscì, togliendo una fetta di voti. Fu un trionfo democristiano e un ridimensionamento della Sinistra.
Poi, a luglio, l’attentato a Togliatti.
«Hanno sparato a Togliatti». È un attimo e tutta l’Italia sa la notizia. È un attimo e le fabbriche si fermano, le piazze si riempiono di operai, si assaltano e distruggono sedi dei partiti. È un attimo e i partigiani vanno a prendere i mitra Sten che hanno tenuto nascosto. Genova, Milano, Torino sono già in fiamme, ma anche Napoli e Taranto. È il 14 luglio, e l’estate si fa torrida. Un’estate da insurrezione, da guerra civile. In poche ore ci sono quattordici morti e trecento feriti, e saranno di più nei giorni successivi.
Un giovanotto catanese, Antonio Pallante, se n’è partito dalla sua città siciliana e se n’è venuto a Roma per sparare a Togliatti. L’ha aspettato davanti a Montecitorio, e quando il leader comunista ne è uscito avendo al fianco Nilde Iotti ha tirato fuori il suo revolver comprato al mercato nero per millecinquecento lire e gli ha tirato quattro colpi: uno alla schiena, uno alla nuca, uno al braccio, l’altro finito in un cartellone. Le pallottole sono di tipo scadente e a bassa penetrazione, e non saranno mortali. Ma questo si saprà dopo. Adesso Togliatti è a terra in una pozza di sangue. Sono le undici e trenta. I giornali escono in edizione straordinaria con titoli a 9 colonne: «Togliatti colpito a morte in Piazza Montecitorio».
Il ministro dell’Interno, il democristiano Scelba, mostra i muscoli e manda l’esercito a presidiare strade e piazze: fa sapere che è pronto alla guerra. Ma Alcide De Gasperi, il capo del governo, telefona in Francia. C’è il Tour in Francia.
– Monsieur Bartalì, au telephone s’il vous plait…
– Pronto?
– Pronto, Gino, ciao, sono Alcide De Gasperi, ci davamo del tu una volta…
È il 14 luglio, e il Tour quel giorno riposa. Bartali è sulla spiaggia davanti all’albergo a Cannes. Seduto sulla sdraio fuma una sigaretta dopo l’altra e disegna sulla sabbia la tappa del giorno dopo, le salite, i punti in cui avrebbe potuto attaccare.
Bartali sapeva dell’attentato a Togliatti, tutti lo sapevano e poi quasi tutti gli inviati dei giornali erano stati immediatamente richiamati in patria.
De Gasperi venne subito al punto.
– Gino, puoi vincere il Tour?
Bartali non stava andando bene, in classifica era indietro e venti minuti di distacco lo separavano da Louis Bobet. Ha trentaquattro anni, e milioni di chilometri nelle gambe. Gino fu schietto, come era la sua natura.
– Eccellenza, il Tour non lo so, ma la tappa di domani la vinco.
La “tappa di domani” sono in realtà due tapponi massacranti consecutivi: la Cannes-Briancon e poi la Briancon-Aix les Bains. Quello che combina Bartali su quelle salite è ormai leggenda, mito, storia. Vola da solo sull’Izoard e lascia a bocca aperta i francesi. Il giorno dopo vince nuovamente, conquistando la maglia gialla. Oh, quanta strada nei miei sandali / quanta ne avrà fatta Bartali / quel naso triste come una salita / quegli occhi allegri da italiano in gita / Io sto qui aspetto Bartali / scalpitando sui miei sandali / da quella curva spunterà / quel naso triste da italiano allegro.
La notizia arriva in Italia nel pomeriggio. Il deputato Tonengo, piemontese, democristiano, annuncia a Montecitorio che Bartali ha stravinto la tappa decisiva del Tour: applausi, evviva, la tensione sembra attenuarsi. Nel paese ci sono cortei festosi. Togliatti, appena sveglio dall’intervento che lo ha salvato, chiede come sia andata la tappa al Tour: è un appassionato di ciclismo, e di calcio – tifa per la Juventus – come tutti gli italiani.
Il 16 luglio del 1948 esiste una sola notizia per i giornali italiani: Gino Bartali ha vinto al Tour De France.
La guerra civile è scongiurata. Gino Bartali ha salvato la patria. Anni dopo, sono emerse le lettere e le cartoline che Bartali inviava alla moglie durante le pause del Tour: «Vorrei tu potessi vedere quello che è e che può essere questa corsa, la manifestazione stessa di questi italiani all’estero piangere per la gioia di vedermi vincere, sia pure una tappa. Fai conto essi sì sono liberi, ma sempre mal visti perché considerati stranieri». Era un grand’uomo Bartali.
Neanche il tempo di respirare e iniziano le Olimpiadi a Londra, XIV edizione. Che poi in realtà la XII, che era prevista a Tokio, non s’era svolta per via della guerra sino-giapponese, e poi la XIII neppure per via della guerra mondiale, e il Comitato olimpico era rimasto sospeso e si era riunito solo nel 1945. La Russia non ci verrà, la guerra fredda è iniziata e attraversa anche lo sport. Per l’Italia fu un trionfo, medaglie nella boxe, nel ciclismo, nella scherma, nel canottaggio, nell’atletica, nella pallanuoto: è lì che nasce la denominazione del Settebello – che poi in origine era utilizzato per definire la Rari Nantes Napoli, perché i giocatori, per ingannare il tempo durante le lunghe trasferte, erano soliti giocare a scopa, e durante un’intervista con Carosi alcuni della squadra napoletana, impegnati con la nazionale, gli dissero: «Noi siamo quelli del “settebello”, alla radio ci chiami così», e restò per tutti.
Un bottino consistente. Forse la vittoria che si ricorda di più fu quella di Alfonso Consolini, il discobolo. Era un pezzo d’uomo con una classe straordinaria, per tre volte detentore del titolo mondiale e che ebbe una lunghissima carriera. Ma in quell’anno, a quell’Olimpiade, l’Italia piazzò un altro gran atleta, Giuseppe Tosi, al secondo posto dietro Consolini. Una cosa che non si ripeterà mai più.
Ci stavamo risollevando dalla guerra, dal fascismo e dalle distruzioni, e avviando verso il miracolo economico: avevamo fame. Con le pezze al culo, lasciavamo tutti a bocca aperta.
Viva i pompieri di Viggiù.

Nicotera 3 agosto 2018.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 8 agosto 2018.

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Estate 1938.

Il direttore dell’albergo è stato molto gentile – ha esaudito subito la nostra richiesta e chiamato prontamente un pescatore del luogo e poi gli ha parlato per conto nostro. Il pescatore – un uomo anziano o tale sembra, piccolo, ossuto, asciutto, la pelle arsa dal sole di qua, e due occhi incredibilmente azzurri e luminosi, proprio come il mare e il cielo di Taormina – voleva venire lui, per questa “gita in barca”. Ma noi abbiamo insistito, faremo da soli. Il direttore ha detto, a remare ci vuole forza e abitudine, si fa tanta più fatica se non si è abituati. Gli avrei voluto dire, quando eravamo ragazzi, remavamo a forza sul Danubio di Budapest, io e mio fratello, e gareggiavamo nei remi delle scuole. E venivano anche da Praga e da Vienna. Ma avrebbe forse intristito lui, e di sicuro anche me. Credo abbia anche trattato a nostro vantaggio – forse il pescatore aveva chiesto una cifra spropositata, o che a lui sembrava tale, e sa che ormai i nostri soldi stanno finendo. Alla fine, gli abbiamo dato una spilla di mamma, è l’ultimo gioiello che ci è rimasto, forse ci ha guadagnato qualcosa anche lui, ma ora è l’ultimo pensiero che ho.
Parlavano in dialetto stretto e non capivamo nulla – ma noi in poche settimane abbiamo imparato a amare questa sonorità. È il Mediterraneo. È bello lasciarsi andare a queste voci, quando al mercato vendono il loro pesce e la loro frutta – spesso arrivano fin sotto l’albergo, dove ci sono “i gnuri”, e questo l’ho imparato, vuol dire: “i signori”. Vorrei restassimo qui per sempre. C’è tanta luce qui – aveva ragione Goethe: «Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn / Die Myrte still und hoch der Lorbeer steht / Kennst du es wohl? Dahin!» ah, com’è ancora bella questa lingua. Ma ora la so recitare anche in italiano: «Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni? / Il mirto è immobile, alto è l’alloro / Lo conosci tu? Laggiù». Il mondo è diventato così oscuro. Ma domani, tutto sarà finito.
L’albergo è bello. Pulito – mamma ha una vera mania per la pulizia, e sentirle dire che gli asciugamani sono perfetti mi calma e mi rallegra il cuore – e accogliente. Ci hanno dato due stanze grandi, comunicanti, in una dormiamo io e Jenö, nell’altra mamma e Renée. Entrambe le stanze hanno una stretta veranda che dà sull’ingresso dell’albergo – due piccole colonne impreziosiscono l’accesso, noi siamo al primo piano – e si affaccia sul mare. Se ci sporgiamo un poco, vediamo anche l’Etna, col suo pennacchio. Abbiamo pensato anche all’Etna, al suo fuoco, alla lava. Ma Renée ne ha terrore, e poi dice che si stancherebbe a salire, così ci ha convinti. D’altronde, ognuno ha anche il diritto di scegliere come morire. Ormai ne parliamo con una tale distanza, come si trattasse di decidere dove andare a teatro stasera – è un epilogo ineluttabile.
In realtà, Renée non ama neanche il mare – o almeno non ama stare sulla spiaggia. Le poche volte che è scesa a Mazzarò o a Isola Bella ha portato sempre con sé l’ombrellino e era vestitissima. Dice che troppo sole le rovinerebbe la pelle – e non ha mai voluto sentire ragioni anche se io e Jenö le abbiamo parlato a lungo delle virtù dell’elioterapia. Non le abbiamo detto che abbiamo partecipato insieme anche a un campo di nudisti in Germania – allora non dovevamo nascondere la nostra circoncisione. Era il tempo della Lebensreform Bewegung, il movimento di riforma della vita, della cultura del corpo nudo, Freikörperkultur. Luce e sole. Beh, qui ce n’è proprio tanto di Licht und Sonne. Non gliel’abbiamo detto, non certo perché se ne sarebbe scandalizzata – ma si sarebbe messa a piangere. Una volta è scoppiata a ridere di fronte alle nostre argomentazioni – e poi a piangere convulsamente. Così non ne abbiamo più parlato.
Noi, io e Jenö, speravamo che convincendo Renée lei sarebbe riuscita a spostare mamma dall’albergo, a farla uscire un po’. Ma la giornata di mamma è scandita dai pasti – colazione, pranzo e cena – e da qualche chiacchiera che fa nel pomeriggio con altri ospiti, nella sala da tè; lì c’è una radio, che sta quasi sempre accesa, e mamma ha imparato un motivetto dell’EIAR: «Della radio l’usignol / stamattina ha preso il vol/ l’uccellino della radio ha preso il vol». Ha voluto che glielo traducessi. Scambia davvero pochissime parole con gli altri ospiti. Credo sia impaurita, che qualcuno possa andare a dire in giro che siamo ebrei. Che ci denuncino. Mussolini parla sempre più insistentemente di ebrei. Quando eravamo a Roma, tra i nostri amici girava voce che anche i fascisti stessero preparando un provvedimento sulla razza, e all’università circolava un “manifesto” redatto da docenti universitari. È la fine, anche l’Italia adotterà le leggi razziali.
Mamma parla di più con il personale dell’albergo – quelli che cambiano lenzuola e biancheria o che lavano i corridoi, e puliscono le maniglie, i vetri. Parla con loro come fossero alle sue dipendenze – non so come faccia, non conosce e non capisce una parola d’italiano, ma la sentiamo spiegare come vanno pulite perfettamente le posate, come usare il piumino senza far volare la polvere. Loro la ascoltano pazientemente. Sono tutti molto pazienti, con noi. Tutto è wunderbar – come dice mamma. In qualche modo, ora che si va avvicinando la fine, credo stia provando a ricostruire il mondo che amava, prima della Grande guerra, prima che l’Impero finisse. Ancora prima che ci trasferissimo tutti a Berlino.
Jenö è molto depresso. Questo colpo a Roma lo ha proprio prostrato. Era così contento di essere rientrato nel giro del cinema. Beh, sì, non è che È tornato carnevale sia proprio un capolavoro, e lui è il primo a saperlo. Una commediola brillante, basata su degli equivoci, con un lieto fine amoroso. Voglio dire, Jenö a Berlino ha lavorato con Carl Sternheim, uno dei maestri dell’espressionismo tedesco. In Die Hose, I pantaloni, c’è anche farina del suo sacco. E fu un successo di pubblico incredibile, non solo della critica. Tanto che poi Sternheim gli affidò anche la riduzione del libro di Zola, Thérèse Raquin, e anche quello fu un successo. Jenö ripeteva sempre quel concetto con cui Sternheim definiva l’espressionismo: «La caratteristica della forma d’espressione che oggi viene chiamata Espressionismo è la seguente: essa non esprime le cose essenziali e rifiuta tutto ciò che è accessorio, il che avviene ogni volta che il sostantivo si presenta senza articolo, senza epiteto, senza attributo e rende la nozione più esatta e più chiara». Lo ripeteva come l’avesse detto lui.
Ma dal 1933 a Berlino non si poteva più lavorare, eravamo stati espropriati di ogni cosa e di ogni occasione di lavoro. Anche per Renée, che era un’attrice, si chiusero tutte le porte in faccia. Avevamo combattuto per la Germania, io ero stato anche funzionario della Polizia, a Berlino. Niente, tutto spazzato via. Avevamo tirato avanti per qualche anno, poi iniziammo a temere per la nostra vita. Mamma insistette tanto per tornare a Budapest, e così facemmo. Ma lì erano tutti terrorizzati e chi poteva preparava le valigie. Spendemmo un sacco di soldi, e poi pensammo di passare a Vienna. Ma anche lì i nazisti stavano prendendo il sopravvento e ormai si parlava apertamente di annessione alla Germania. Durammo poco, senza lavoro e continuando a spendere i nostri risparmi e i gioielli di mamma e Renée. Decidemmo di andare a Roma, sperando che l’Italia restasse fuori dalla follia nazista contro gli ebrei. Non andrà così. È per questo che abbiamo deciso di arrivare fino in Sicilia. E finirla.
Credo che a Jenö abbia fatto proprio del male sapere di Veit Harlan, l’attore, hanno anche lavorato insieme. Continua a ripetere, ma era sposato con Dora, un’ebrea. Arrivano notizie che Goebbels lo abbia preso sotto la sua ala protettrice e lo abbia promosso come regista di propaganda del regime – certo, sono scappati tutti verso Hollywood, a chi devono rivolgersi. Pare che stia preparando un film proprio sugli ebrei, forse il titolo sarà Süss l’ebreo. Non si dà pace, Jenö.
Il direttore dell’albergo è proprio gentile. Ha fornito ago e filo a Renée: nella sua carriera nel cinema ha lavorato anche come costumista, sa come fare. Un giorno ha deciso di andare in spiaggia, e noi eravamo contenti. Poi l’abbiamo vista rientrare con dei sassi: «Li cucirò nei nostri vestiti, così non torneremo a galla», ha detto. Era agghiacciante, ma in qualche modo ci sembrò un gesto di tenerezza, di attenzione e di cura nei nostri confronti. E così per qualche giorno andava sulla spiaggia di Isola Bella e ne tornava con dei sassi, che nascondeva in una sporta. Adesso, lei è di là che cuce – ha voluto la mia giacca e quella di Jenö.
Scenderemo per la colazione, prenderò caffè e succo d’arancia. «Im dunkeln Laub die Goldorangen glühn / Ein sanfter Wind vom blauen Himmel weht – Brillano tra le foglie cupe le arance d’oro / Una brezza lieve dal cielo azzurro spira». Amo il tedesco, la mia lingua. Ancora Goethe, certo.
Ma resteremo qui per sempre. In qualche modo, vicino a lui.

Questa è la storia un po’ romanzata – ho spostato qualche data e immaginato qualche scena – di quello che accadde davvero nel 1939 a Eleonore Lindelfeld, 73 anni, e ai suoi tre figli Eugene, Arthur e Renée Kuerschner, ebrei ungheresi da qualche settimana ospiti dell’Hotel Flora a Taormina: la mattina del 2 marzo scendono a Mazzarò, noleggiano una barca a remi e, una volta giunti al largo, insieme si lasciano cadere in acqua. La notizia troverà spazio, il 23 marzo nel «Jewish Telegraph Agency», un ciclostilato che dava informazioni su quel che stava accadendo agli ebrei nell’Europa nazi-fascista, e il giorno stesso sul «New York Times». Nella loro camera d’albergo fu trovata questa lettera d’addio:
«Caro amico,
mia madre, di 73 anni, mio fratello, Eugene, mia sorella, Renée, e io andiamo oggi a morire, volontariamente e forzatamente. Il mare profondo, forse, ci accoglierà in una maniera più amichevole di come hanno fatto i governi dei paesi un po’ dappertutto. Ci appesantiremo con delle pietre, così che i nostri corpi non tornino più a galla. La nostra risoluzione risale a sei mesi fa. È stato più facile per noi per la consapevolezza di aver sempre vissuto una vita onorevole e utile, talvolta anche costellata di qualche successo, e questo senza aver mai fatto del male a alcun essere umano. Non lasciamo pendenze in sospeso con nessuno né conti. Non abbiamo mai cercato aiuto da nessuno e non ne abbiamo mai accettato. Gli ultimi mesi a Roma e in particolare le ultime settimane a Taormina sono passate serenamente e pacificamente. Per un posto di addio alla vita abbiamo scelto uno dei luoghi più belli. Ricordo con piacere le ultime ore passate insieme a B. e il piacevole scambio dei nostri ricordi di guerra e di pace. Porgo un cordiale saluto a te e alla tua affascinante moglie. Arthur Kueschner, ex funzionario di Berlino».
I corpi, invece, aggallarono e furono recuperati. E tumulati nel cimitero di Taormina, nella parte acattolica. C’è una lapide, dove è scritto: «Sotto il roseto noi riposiamo, posti vi fummo quando i giorni tristi correan per noi miseri ebrei. Fummo accolti in quest’isola dorata, lasciammo in patria il nostro avvenire. Tremendo è per la madre sceglier la morte per sé e per i figli. In barca tutti e quattro andammo, poi uno dietro l’altro in acqua ci tuffammo. Quando ci ritrovarono, le corde ancora il corpo ci cingevano».

Nicotera, 26 luglio 2018.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 2 agosto 2018.

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