Benvenuti a Rosarnesburg, il paese della pacchia.

Il corteo è piccolo – sarà un centinaio di persone. È venuto fuori dalla baraccopoli. Dall’inferno. E loro sembrano diavoli. Cappellucci di lana, pantaloni di tuta, magliette di calcio, alcuni in canotta e scalzi. Diavoli rimpannucciati dalla Caritas. Poi, ne arrivano altri, a piedi o in bici. Che qui, per le bici, sembra di stare in pianura padana. Il cielo si è fatto improvvisamente velato, una cammarìa di scirocco dopo giorni di sole pieno. Si sarà stufato anche il cielo, qui, di sovrintendere le cose del mondo. Libertà libertà, gridano gli africani. E poi: tocca uno, toccano tutti. E ancora: Soumaila, uno di noi. Ecco, se volete capire cosa sia il capitalismo 4.0 e le magnifiche sorti e progressive dell’automazione – venite qui, a San Ferdinando, a Rosarno, dove regna la schiavitù. Dove regna l’apartheid. Venite qui, e forse riusciremo insieme a capire cosa significhi «non abbiamo da perdere che le nostre catene». Un bracciante nero sventola una foto di Soumaila. Io non ho paura, urla verso le auto – ferme ora che loro si sono sdraiati per terra a un incrocio. Io non ho paura. Qui è un programma minimo di riforme.
Tutti a sbracciarsi – che no, la xenofobia non c’entra. I carabinieri, il procuratore, il sindaco, il farmacista del paese. Che devono essere altri i motivi per cui un uomo imbraccia un fucile, si apposta da una posizione di vantaggio, e spara quattro colpi contro tre uomini. Che, solo per un caso del destino, sono negri. Macché xenofobia, deve esserci un altro motivo. Chesso, la vendetta, per dire. Perché a Macerata capita che uno fuori-di-testa spari ai negri per razzismo, e si bardi del tricolore, ma a Rosarno no. A Rosarno ci sparano per vendetta.
Costa dieci euro una scatola di cinque cartucce a pallettoni FEDERAL F130 BUCK CAL.12/70 – perciò fate un po’ voi il conto di quanto vale la vita di un lavoratore africano qui.
Il sindaco non si capacita del perché tirino sempre per la giacchetta Rosarno – «città accogliente. Sin dai primi anni novanta è stata tra le prime comunità d’Italia ad accogliere e aiutare, con profondo sentimento umanitario, migliaia di extracomunitari in fuga dai paesi d’origine a causa di miseria, malattie, guerre», dice. Come se la rivolta del 2010 fosse scoppiata a Trezzo sull’Adda, che so, o a Cividale del Friuli. Vuole incontrare il nuovo ministro dell’Interno il signor sindaco – perché si adopri a combattere l’illegalità, e i veri e propri ghetti che si sono formati. Ma quelli a cui hanno sparato erano regolari, sindaco, con tutte le carte in regola, sindaco. E i ghetti che crescono a dismisura – tutta la tendopoli di San Ferdinando è un ghetto che nessuno può dire quanti ci stanno là – non sono una cosa per caso, ma “tollerata”. E funzionale. Perché se tu non li vuoi i venti euro a giornata che ti do, per raccogliere le arance e i mandarini che la mattina all’alba ti bruciano le mani per il freddo, ne ho altri cinquecento che sono pronti a prendersi di meno. A Soumaila è capitato più di una volta di accettare di meno, perché aveva una figlia di cinque anni, e una moglie, lì in Mali. Una volta lo chiamavamo “esercito industriale di riserva” – era il modo per indicare la sottoccupazione e la disoccupazione. Ma le parole cambiano. Sono le cose che rimangono sempre le stesse.
Salvini adora Rosarno. Ha preso un sacco di voti qui, alle ultime elezioni. Sarà stato per la proposta di flat-tax, magari. No? E poi è tornato, per ringraziare. E c’era un sacco di gente a ascoltarlo e applaudirlo e farsi i selfie, nell’aula magna del liceo Piria, con i drappi di Salvini premier, appesi dappertutto – ma le scuole possono fare ste cose? Ah sì, è un presidio di legalità, quel liceo. Sono domande da dottor Sottile, queste; qui si va all’ingrosso. E le cose sono bianche o nere.
E la differenza è questa di qua: che nel 2010 un gruppetto di giovanotti di Rosarno decide di farsi un giretto in automobile e di spararci col fucile a aria compressa al primo negro che incontravano – così, per festeggiare il nuovo anno, come tirare a un segnale stradale, che qui sono pieni di buchi, che ci sparano per provare le armi. E oggi, 2018, un signore si apposta e ci tira col fucile da caccia. È un bel salto, no? Nel mezzo è capitato che una piccola banda di deficienti armati di catene e mazze salivano su una Punto e menavano al volo i negri che beccavano di ritorno dai campi in bici. Fratture, costole rotte, traumi cranici. Quante cose sono cambiate nella città dell’accoglienza umanitaria.
Ci vuole niente perché un incendio divampi in una distesa di ripari di fortuna quando metti su un telo di plastica con due assi di legno e poi dei cartoni tutto intorno a ripararti dal freddo – succede in tutti gli slums del mondo, a Dacca a Niamey a Manila. A San Ferdinando, Italia. Successe così a gennaio, quando tra le fiamme morì Becky Moses che al campo era arrivata pochi giorni prima da Riace, perché le avevano negato il visto di asilo politico. È per quello che ti industri che magari se ci metti due lamiere quella baracca non prende fuoco e tu finisci arrostito dentro. Era il lavoretto extra di Soumaila Sacko, cioè quando non lo chiamavano a rompersi il culo in campagna per quattro soldi. Ognuno fa gli extra che può nella baraccopoli di San Ferdinando – c’è chi vende qualche bibita, c’è chi prepara panini o uno stufato. Tutta una economia, è la legge del mercato, no? Così, s’era partito a piedi, Soumaila con due suoi amici, Drame Madiheri e Madoufoune Fofana, a cercare lamiere. Nello scattio del caldo – le quattro del pomeriggio. Loro intanto si portavano avanti, a vedere, scegliere, accantonare, e poi magari passava il furgone di un amico e caricavano. È una fabbrica abbandonata, l’ex Fornace. E pure sequestrata, perché ci avevano stoccato rifiuti che venivano dalla Centrale di Brindisi o da chissadove. In attesa di bonifica. Ai proprietari non interessa neppure più. Che la smontassero tutta, pure i muri, per quel che gli importa.
Alle cinque e mezza, sei del pomeriggio si sente il primo colpo di fucile – Soumaila e Drame sono sul tetto e Madoufoune sta di sotto, hanno già messo da parte tre lamiere, un buon lavoro. Non fanno in tempo a capire – che i colpi sono arrivati alle gambe e ai piedi – e a scendere di corsa che arriva il secondo sparo. Soumaila è colpito alla testa. Poi arriva il terzo sparo, e a Madoufoune va bene che una lamiera lo ripara e ferma la corsa dei pallettoni. È un buon bottino di caccia per averci speso dieci euro.
Vogliamo giustizia, grida Abou nel megafono, nella piazzetta di San Ferdinando, intanto che si aspetta che una delegazione incontri il sindaco e il vicequestore. La UE ha mandato un mucchio di soldi nel comparto agricolo per sistemare condizioni abitative dignitose per i migranti, dove sono? Non vogliamo ancora tendopoli. Ci sono le telecamere – arrivano sempre i giornalisti, in Calabria, quando succede un fattaccio. Abou è un sindacalista di base, e qui lo rispettano tutti. Parla di lavoro e dignità, di italiani e migranti, di chi aizza la guerra tra poveri, di fratellanza. Intorno, ci sono i giovani delle associazioni che da anni si battono per condizioni migliori. Soumaila è stato assassinato, dice Abou, e vogliamo giustizia. Non era un ladro, era in prima fila nelle lotte – al corteo del primo maggio è venuto a sfilare. È stato assassinato in un contesto politico, grida Abou.
Vogliamo giustizia, grido anch’io. Contro questo cielo di scirocco.

Nicotera, 4 giugno 2018.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 5 giugno 2018.

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L’eroica resistenza della Repubblica romana.

L’Europa è in fiamme.
I parigini si sollevano il 22 febbraio 1848, sotto la spinta dell’opposizione liberale, repubblicana e socialista al governo Guizot, prendono il controllo della città, mentre re Luigi Filippo rinuncia a soffocare con le armi la rivolta e abdica il 24 febbraio, e il governo provvisorio rivoluzionario proclama la Seconda Repubblica il 4 maggio 1848.
Berlino insorge il 18 marzo del 1848, quando scoppia una rivolta che viene repressa dall’esercito, e c’erano già state la rivolta dei Sarti (1830), quella dei Fuochi (1835) e quella delle Patate (1847). Il giorno dopo si ricomincia, e stavolta il re fa ritirare l’esercito. Il 25 marzo, Federico Guglielmo IV autorizza l’elezione di un’Assemblea Costituente Prussiana, e adotta la bandiera del movimento nazionalista tedesco (nera, rossa e oro). Tra marzo e aprile del 1848, la maggior parte degli Stati della Confederazione Germanica autorizza l’elezione di un’Assemblea Nazionale Tedesca, con sede a Francoforte, per creare uno stato unitario tedesco.
Dal marzo 1848 al novembre 1849, tocca all’Impero austriaco: governato da Vienna, comprendeva tedeschi, ungheresi, sloveni, polacchi, cechi, slovacchi, ruteni, rumeni, croati, italiani e serbi; tutti tentarono nel corso della rivoluzione di ottenere autonomia, indipendenza. Tutto era iniziato a Vienna, dove una folla di studenti universitari aveva protestato chiedendo un governo più liberale, la cacciata di Metternich dalla Cancelleria imperiale e una costituzione: circondarono la Hofburg, ponendola sotto un vero e proprio assedio. La famiglia reale insieme all’Imperatore Ferdinando fuggì, lasciando tutto in mano all’esercito. Scoppiarono rivolte anche a Praga, presto soffocate dal fedele esercito boemo.
In Polonia ci fu un’insurrezione militare del Granducato di Poznań (ci avevano già provato due anni prima) contro le forze occupanti prussiane. Dopo le prime vittorie militari si provò a trasformarla in guerra popolare, mentre si tentò di negoziare per una maggiore autonomia per il Granducato. Fu sconfitta: l’atto di capitolazione fu firmato il 9 maggio 1848.
Il 15 marzo toccò all’Ungheria, dopo una dichiarazione di indipendenza del popolo magiaro, guidato da Kossuth, dalla dominazione asburgica. Kossuth richiedeva che alcune prerogative fossero rispettate, come un ampliamento del diritto di voto. Con la sua dichiarazione d’indipendenza del 1849 il parlamento sperava in un appoggio di Francia e Inghilterra contro il giogo austriaco; naturalmente le potenze rimasero neutrali al conflitto austro-ungherese, poiché la nuova “nazione” ungherese avrebbe destabilizzato l’equilibrio raggiunto con la Restaurazione. Era proprio questo il punto, la Restaurazione. E contro questa, la Primavera dei popoli andò a sbattere.
Tutto era iniziato a Palermo. «Siciliani! Il tempo delle preghiere inutilmente passò, inutili le proteste, le suppliche, le pacifiche dimostrazioni…. Ferdinando tutto ha sprezzato, e noi Popolo nato libero, ridotto nelle catene e nella miseria, tarderemo ancora a riconquistare i nostri legittimi diritti? All’armi, figli della Sicilia: la forza di tutti è onnipossente… Il giorno 12 gennaio 1848, all’alba, segnerà l’epoca gloriosa della nostra universale rigenerazione». Era il testo del manifesto affisso per le strade qualche giorno prima dell’insurrezione. 12 gennaio 1848. È la miccia che incendierà l’Europa. I siciliani proclamarono l’indipendenza e si dotarono di un parlamento e di una costituzione. Re Ferdinando traccheggiò, poi mandò la Marina e bombardò. Lo chiamarono così, poi: Re Bomba.
In Italia è tutto un sollevarsi: nel Granducato di Toscana Leopoldo II concede la costituzione; Carlo Alberto, nel regno di Sardegna, lo Statuto albertino; Venezia insorge a marzo e dopo pochi giorni è la volta di Milano, contro gli austriaci, e sono le Cinque giornate; i piemontesi decidono di attaccare l’Austria, e è l’arrivo di corpi di volontari e la Prima guerra d’indipendenza. Non andrà bene – e tutte le speranze suscitate finiranno spazzate via.
Ma l’anno dopo, insorge Roma.
«Tutto è contraddizione nella città di Roma: un popolo ben nato e male educato; un governo pieno di grandezze e di piccolezze; leggi molto dolci e molto dispotiche; imposte molto modiche e molto pesanti; un gran fondo di sincerità naturale, tanta ipocrisia acquisita, vita economica e spese folli, prudenza meticolosa e collere cieche; abitudine di nascondersi e furia d’apparire; sentimento vivissimo dell’uguaglianza, profondo rispetto per le ineguaglianze sociali; costituzione abbastanza dispotica per riunire tutti i poteri nelle mani di un sol uomo, e abbastanza democratica per mettere una corona di re su una testa di cappuccino». Così è descritta la Città eterna, nelle gazzette straniere, a metà dell’Ottocento.
Ne scriveranno i letterati. Stendhal: «Il papa esercita dunque due poteri molto diversi: può fare, come prete, la felicità eterna dell’uomo che fa accoppare in quanto re». Dickens, descrivendo l’ascensione del papa in ginocchio della Scala Santa: «Io, in vita mia, non ho mai visto scena altrettanto ridicola e spiacevole che questa – ridicola negli assurdi incidenti che ne sono inseparabili; e spiacevole nel suo insensato e irrazionale abbrutimento». Andersen, raccontando del martedì grasso: «Poi arrivò un altro uomo con un organo sopra un carro: da ogni canna dello strumento spuntava la testa di un gatto vivo che emetteva atroci miagolii di dolore; infatti l’uomo teneva in mano delle cordicelle legate alla coda di ogni gatto e con quelle suonava l’organo». Orrore, stupore, fascino.
Speranza aveva suscitato l’inattesa elezione di Mastai Ferretti al soglio pontificio nell’estate del 1846: Pio IX, er papa novo. Giovane, aitante, il suo primo gesto, appena un mese dopo l’elezione, era stato un’amnistia: «Ora l’affezione che il nostro buon popolo ci ha dimostrata, e i segni di costante venerazione che la Santa Sede ne ha nella nostra persona ricevuti, ci hanno persuasi che possiamo perdonare senza pericolo pubblico». Dell’amnistia godettero un migliaio di sudditi, in carcere o esuli, accusati o già condannati. Fu gran festa a Roma. E poi, Pio IX fermò le esecuzioni capitali, iniziò una pratica di pubbliche udienze e istituì la Guardia civica. Tutte queste mosse non piacquero all’Austria – benché il papa si spendesse a spiegare che bisognava favorire la naturale inclinazione al moderatismo. Gli austriaci mandarono truppe in Romagna – tanto per mettere le cose in chiaro, con le potenze europee, come se fossero loro a garantire la sicurezza di Roma e del papa. Scriveva Metternich – che aveva sempre in animo di tenere distinti e separati i diversi staterelli italiani e si preoccupava del gran agitarsi di carbonari e democratici – agli ambasciatori austriaci a Londra, Parigi, Berlino: «Ciò a cui mirano le sette è la fusione di questi Stati in un solo corpo politico. La monarchia italiana non rientra nei loro piani; il Re possibile di questa monarchia non esiste né al di là né al di qua delle Alpi. È verso la creazione d’una repubblica verosimilmente federativa, sul modello di quella dell’America del Nord o della Svizzera, che tendono i loro sforzi». Metternich aveva ragione: in quel momento nel gran fermento dei patrioti italiani prevale il sentimento repubblicano, mazziniano, unitario e è forte anche l’ipotesi di una federazione di Stati; di monarchi proprio non se ne vuole.
Papa Mastai era intanto andato avanti con le riforme a piccoli passi: a novembre del 1847 si era insediata la Consulta di Stato, con primo ministro il conte Pellegrino Rossi, che era stato in Francia, era un moderato riformatore e sapeva insomma di cose del mondo, e poi il Consiglio comunale di Roma, composto di cento membri, scelti per due terzi fra i nobili e i possidenti e per un terzo fra i professionisti, gli scienziati, gli imprenditori. Due giorni prima che si insediasse la Consulta, il giornale «Il Contemporaneo» parlava di «una rivoluzione sociale che non si arresta sulla superficie, ma attacca le fondamenta». Tutto questo fermento era sempre accolto con manifestazioni di vivacità, cortei e grandi feste tra i rioni della città. Vi si distingueva un popolano, un commerciante di vini, Ciceruacchio; fu lui, come rappresentante di un battaglione rionale, che ebbe l’occasione di presentare a Pio IX le «Dimande del popolo romano»· «Libertà di stampa; allontanamento dei gesuiti; armamento civico; strade ferrate; abolizione degli arbitrii della polizia; codici con leggi utili e imparziali; istruzione pubblica; scola politecnica; incoraggiamento alle arti; abolizione del monopolio; lega italiana; emancipazione israelitica; commercio animato; municipj provinciali riformati; corrispondenze postali riformate e garantite; scola di pubblica economia; artiglieria civica; pubblicità degli atti della consulta di stato; secolarizzazione di alcuni impieghi; asili infantili; colonie nell’agro romano; riordinamento della milizia; libertà individuale garantita; riserva della guardia civica organizzata; marina incoraggiata; abolizione del lotto; amnistia ai 24 liberali rinchiusi in Civita Castellana; fiducia nel popolo, freno agli incessanti arbitrii; abolizione degli appalti camerali; abolizione dei fidecomissi; riforma delle mani morte; imporre ai preti e alle corporazioni religiose ciò che devono a Pio IX e alla Chiesa, cioè amore e rispetto».
Il ’48 con le insurrezioni e le concessioni che scoppiavano ovunque in Italia e in Europa animò ancora di più Roma – i giovani e “le sette” volevano davvero che cambiassero le cose. Fu la guerra contro l’Austria che incartò Pio IX: non voleva muovere le sue truppe contro una potenza cattolica, perciò amica, e non poteva però consentire che la propria “sicurezza” fosse garantita dall’occupazione di una potenza straniera del proprio suolo. Perciò, fece e non fece, ordinò un corpo di spedizione e si girò dall’altra parte. Ad aprile condannò la guerra all’Austria, e enorme fu la delusione. Le sconfitte dei piemontesi, la fine di Milano, l’evidente stallo delle speranze e delle costituzioni ebbero a Roma il riflesso di far crescere l’ostilità verso il governo. A novembre fu assassinato Pellegrino Rossi e una folla tumultuosa si mosse verso il Quirinale – papa Mastai fuggì a Gaeta chiedendo riparo a Re Bomba. Nel vuoto politico a dicembre fu varata una Giunta di Stato che Pio IX subito sconfessò, ma che intanto aveva convocato una Costituente romana: si indissero le elezioni per il gennaio del 1849. Vennero eletti 179 rappresentanti del popolo, e tra di loro Giuseppe Garibaldi, a Macerata, e Giuseppe Mazzini.
Il 5 febbraio iniziarono i lavori dell’Assemblea. Garibaldi scalpitava mentre i deputati discutevano di formalità e ritualità. Disse: «Intorno alle forme credo che si presenti al pensiero di tutti qualche cosa di più importante. Io dico e propongo che non si sospenda l’Assemblea, non escano i rappresentanti da questo recinto senza che l’aspettazione del popolo non sia soddisfatta. Esso intende di sapere definitivamente qual è la forma e il regime cui debba mirare lo Stato di qui innanzi. Qui sono tutti i rappresentanti della Nazione; per conseguenza, formole, cerimonie più o meno credo siano lo stesso; ma lo stabilire quale dovrà essere il Governo credo sia desiderio non solamente della popolazione romana, ma della Italia tutta. Fermamente io credo che dopo aver cessato l’altro sistema di governo, quello più conveniente oggi a Roma sia la Repubblica». Dovette aspettare, però, Garibaldi che “le formole” venissero compiute e poi, finalmente la Repubblica proclamata.
Poi venne il Triumvirato, poi una Costituzione avanzata tanto che sarà studiata in tutte le repubbliche che verranno, poi arrivarono i francesi – avuta mano libera dagli Austriaci – che dovevano restaurare il papato e attaccarono i loro fratelli repubblicani. Il resto è noto. La repubblica romana cadde, dopo eroica resistenza, il 4 luglio. Trattò una resa e la libera uscita dei volontari combattenti; Garibaldi disse: «Dovunque saremo, colà sarà Roma», ma sarà lungo e doloroso il suo percorso.
Tutte le rivoluzioni del 1848 finirono in questo modo in Europa, con città rase al suolo o incendiate, eccidi, fucilazioni, carcerazioni, esili. Ma l’equilibrio del Congresso di Vienna non può più reggere la spinta dei popoli a volere l’indipendenza e forme di libertà e democrazia: gli imperi sono destinati a crollare, il papato a cedere il suo potere temporale. Passeranno venti-trent’anni e questo accadrà, una nuova Europa si disegnerà attraverso il Risorgimento fino alla Comune di Parigi del 1870.

Nicotera, 1 giugno 2018
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 2 giugno 2018.

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