Il coronavirus: la tempesta sociale perfetta.

Ogni volta che una notizia ci informa che un uomo importante di un governo, un politico di primo piano, un manager di una qualche multinazionale, è stato colpito da coronavirus – è tutto un: «Il virus non guarda in faccia nessuno», e anche: «Il virus non risparmia i potenti». Ammettiamolo, ne gioiamo. Oh, l’ha preso pure Zinga. Oh, un poliziotto della scorta di Salvini era infetto. Oh, dopo Fontana pure il presidente della Regione Piemonte. Evvai. Non c’è neppure da vergognarsi, è un sentimento umano. Troppo umano. Anzi, vorremmo fossero molti di più. Vorremmo che il virus fosse proprio “dalla nostra parte”. Quella plebea, contro i patrizi.
Forse il coronavirus arriva laddove non arriva più l’intelligenza, la forza della lotta. Colma il grande assente di questi anni, il conflitto. Se non possono avere paura di noi, se non riusciamo a far loro paura, che almeno lo faccia il virus. Il virus è come ‘a livella di Totò, la grande livella – siamo tutti eguali davanti al virus, poveri e ricchi, emarginati e potenti.
Non è così, lo sappiamo – i ricchi a volte piangono, ma per lo più se la godono. «Basta che c’è la salute, che contano i piccioli» – il vecchio adagio popolare è una dichiarazione di impotenza, la frustrazione dove cova il rancore. I ricchi e i potenti si fanno il tampone e se risultano positivi possono andare in terapia intensiva tranquillamente e fare tutte le cure del caso, o stare nelle loro comode dimore e dare disposizioni ai loro sottoposti per portare avanti la macchina dei piccioli o del potere.
Eppure, in qualche modo il virus, l’epidemia, la pandemia sono l’incarnazione di un’attesa lunga. Un’epifania. Noi aspettavamo l’apocalisse. Noi aspettavamo la catastrofe. Ci irritano le tranquillizzazioni, le minimizzazioni: questa è solo un’influenza, poco più di un’influenza, non fatevi prendere dal panico. Col piffero, che è un’influenza. Io voglio che sia un cataclisma generale. Mal sopporto le disposizioni generali di prevenzione – la chiusura delle scuole, la rinuncia ai momenti sociali, agli assembramenti, agli affollamenti, ai luoghi di lavoro – perché mi tolgono l’unica vera soddisfazione di questi giorni: parlare, parlare, parlare di quelli che se la sono presa. I tedeschi, francesi, i cinesi, gli americani – tutti nella merda. Tutti giù per terra. Siamo disposti, in cuor nostro, a sacrificare un pezzo di umanità – quanti: diecimila, centomila, un milione di esseri umani? – purché. Purché chi sta in alto cada nella polvere, chi sta in alto assaggi la paura, che è la nostra compagna di viaggio quotidiano.
È stata una lunga attesa – e dopo la grande crisi del 2008 non ci speravamo più. Si sono ripresi da quella crisi che sembrava letale, la finanza era a pezzi, l’industria non trovava più credito, la bolla speculativa scoppiata aveva azzerato ricchezze incredibili costruite sul nulla. Erano nella polvere. Eppure, sono tornati sull’altare. Perché il capitalismo è distruzione e creazione, e questo a volte ce lo dimentichiamo. Faceva le guerre, per conquistare ma anche per ricavarne un’economia.
In cuor nostro, la globalizzazione ha portato solo disastri: è vero, possiamo comprare a un euro cianfrusaglie cinesi, però pure sti cinesi erano diventati troppo arroganti – li abbiamo visti tutti mangiare topi vivi, e non è solo la sciocca gaffe di un governatore cretino, è un convincimento radicato, il risvolto di un fastidio mal simulato, anche di una ammirazione maledetta. Ci ha portato, la globalizzazione, torme di migranti affamati che vogliono sbarcare qua a campare alle nostre spalle, a rubarci il pane – ma quando piglia sto virus in Africa? Sporchi come sono, ne dovrebbe falciare un bel po’, alleggerire la pressione. E la Germania, la Francia che si sentono sempre superiori e fanno di noi carne di porco in Europa e non ci hanno dato una mano, considerandoci poco meno che degli appestati? Beh, rideteci a sto czzo, ora. La pandemia è la faccia oscura della globalizzazione – anzi è la sua faccia finalmente scoperta, che essa è stata peggio delle dieci piaghe d’Egitto. La libera circolazione di merci e uomini e capitali – era questo che voleva il mercato? Eccolo, il risultato – un mondo infetto, dall’Alaska alla Nuova Zelanda. In un batter d’occhio. Come non sentire una certa soddisfazione? Il virus è la tempesta sociale perfetta.
In qualche modo, la pandemia era proprio quello che volevamo. In un attimo, sappiamo dei casi appena scoperti in Giappone o nella Corea del Sud o in Iran o negli Stati uniti o qui e là in Europa: non ho bisogno di bollettini medici, di gazzettini dell’epidemia. E sono certo, assolutamente certo – che mi nascondono le cose. Consulto mappe, compulso notiziari – internet ne è pieno, la tv è ormai diventata la tv della pandemia 24×24 7×7, come un prontosoccorso informativo sempre in allarme rosso e operativo. Controllo l’andamento dei ricoveri, i risultati dei tamponi, le statistiche sugli infetti, sui dimessi, sui decessi, sulle malattie pregresse, sulle fasce d’età più esposte. Scopro e capisco la differenza tra tasso di mortalità e tasso di letalità. Non ho bisogno di esperti, di tecnici, di virologi – è sotto gli occhi di tutti: il virus dilaga, e nessuno sa cosa fare. Tra me e il mondo non c’è nessun filtro, nessun “corpo intermedio” che possa reggere: siamo io e l’universale. E l’universale oggi è la malattia del mondo. Non si annuncia un mondo migliore, ma mi auguro che almeno si certifichi l’agonia di questo mondo di merda.
Invece, dalla pandemia, il capitalismo uscirà più bello e più superbo che pria. E non per le misure eccezionali, gli stati d’emergenza che metterà in campo. Possono provare a pattugliare tutti i lazzaretti e tutti i confini del mondo – ma il virus arriva devastante nelle loro caserme, tra le loro casematte. La Cina riprenderà a correre con un PIL a due cifre, l’Europa sarà ancora più debilitata eccetera. Eccetera. A meno che.
A meno che non riusciamo a uscire dalla trappola che ci divide tra gli “irresponsabili” – quelli dell’apericena comunque, che a noi il virus ci arimbarza – e gli “zeloti” – ve la state cercando, restate in casa, isolatevi, il sistema sanitario è al collasso, pensate agli altri. A meno che non riusciamo a trasformare questo tempo della pandemia in tempo della lotta. A meno che non trasformiamo questo tempo morto della quarantena globale in critica politica, in proposte, in iniziative. A meno che non riscopriamo il benessere comune. Letteralmente. Piegando le iniziative di governo agli interessi della società. Gli appelli di politici, esperti, operatori a salvare il “sistema Paese”, quand’anche venati da sincera preoccupazione sono ipocriti: di quale “sistema Paese” stiamo parlando? Di quello che – restiamo al piano sanitario – distilla numeri di morti anno dopo anno per incuria, ritardo, inefficienza, assenza di strutture e personale e materiale? Se possiamo ricostruire la sanità pubblica – non basteranno misure-tampone. E non staremo buoni al nostro posto, per lasciarvi fare. Senza essere scriteriati, con senso di responsabilità, adottando misure di prevenzione, dobbiamo però assumerci il rischio della socialità. La socialità è un processo – non un evento. È una microfisica, fatta di corpi, di gesti, di parole, di cura reciproca. Di opposizione. Dobbiamo politicizzare la pandemia.
Il virus non farà il lavoro per noi.

Nicotera, 8 marzo 2020.

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La scienza arranca, la politica dà i numeri: solo la civica virtuosità può salvarci.

Benché l’invito delle persone più autorevoli, quelle che con l’atteggiamento, le parole, persino la postura, ti dicono di non farti prendere dal panico, di non dare retta a sprovveduti che pontificano dai social, ma di affidarsi ai medici, agli esperti, ai tecnici, alla scienza – questa del coronavirus è la conclamata impotenza della scienza. La scienza non è mai pronta per l’emergenza, per l’improvviso esplodere di una eccezionalità – la scienza ha bisogno di tempo, per la ricerca, e ha bisogno di tempo, per scoprire un rimedio, perché deve verificare, incrociare, aspettare, riverificare, riaspettare. Se tutto va bene, fra diciotto mesi avremo il vaccino contro il virus – forse neanche in tempo per quelle vaccinazioni di massa dell’autunno inoltrato (il vaccino ormai porta l’inverno, come l’arrivo della rondine faceva primavera) che sono diventate consuetudine.
Le misure di prevenzione non appartengono alla scienza, appartengono alla politica. O meglio: alla disciplina della società. Forse ormai le due cose si sovrappongono, nella tecnica, nell’ingegneria sociale. Nella medicalizzazione della società. Proprio come sarebbe stato possibile evitare certe disastrose esondazioni, certi smottamenti improvvisi: la scienza ci dice che occorre la forestazione, che occorre non desertificare, che occorre favorire la presenza dell’umano ma anche di non eccedere nell’antropizzazione disordinata – prima che accadono; quando accadono, la scienza si fa di lato. Intervengono gli ingegneri, i genieri. I militari.
Le misure che l’Oms consiglia – lavarsi le mani, eccetera – sono misure di buon senso che valgono sempre e ovunque. Se non seguite, favoriscono l’ingresso del virus, ma se seguite non garantiscono proprio nulla, né che il decorso della malattia, se interviene, sia debole. D’altronde il dottor Li Wen Liang, l’oftalmico che per primo intuì l’esplodere del virus a Wuhan, è morto, e non aveva neanche trent’anni. La lettura dei decessi, che snocciola cifre sugli “anziani” e i “malati”, dovrebbe tranquillizzare i più, che sono la maggioranza dei forse-salvati – ma accade con il virus quello che accadrebbe con un qualunque cataclisma, con una qualunque catastrofe. Gli anziani non ce la fanno a scappare, e rimangono in trappola. I malati sono abbandonati da chi ce la fa a scappare, e sono già condannati. Sono già-sommersi.
In tutto questo, la scienza non c’entra nulla – e c’entra l’umano. E per capire l’umano – occorre la letteratura e la storia. Perché, e questo non dovrebbe sorprenderci, in realtà sta accadendo quello che è sempre accaduto quando un morbo si diffonde, quello che ci hanno sempre raccontato la letteratura e la storia. Anzi, si diffonde rapida la “percezione” del morbo, ché questa è poco più che una cattiva influenza, ci viene detto. Ma ci è stato talmente spiegato e ripetuto a iosa che la percezione ha un ruolo nella rappresentazione della realtà e nell’incrementare la realtà, che ormai non stiamo troppo a sottilizzare. Gioca poi, l’atavica diffidenza verso il potere – se ci dicono di stare tranquilli, c’è qualcosa sotto. Come in un carnevale sfrenato, la malattia rompe ogni argine di rispetto e sottomissione.
È qui che interviene la disciplina della società, per salvare l’ordine delle cose. Il lazzaretto d’un tempo non era una misura clinica – o lo era in quanto misura disciplinare, basata sul principio antico quanto l’uomo che l’isolamento del difforme è l’unica salvezza per la comunità. Un istinto animale, riprodottosi nella brutale semplificazione del sociale. Tutte le misure intraprese dai governi – senza distinzione di regime e bandiera – sono improntate allo stesso principio, modulato a seconda l’intensità. Tutti i governi che si sono adoperati sono guidati da un principio di eccezionalità e emergenza: chiudere le frontiere verso l’esterno, isolare le zone del contagio. Bloccare ogni scambio e ogni mobilità – che sono poi i principi della vita. D’altronde, da cosa dovrebbero essere guidati? La stessa scienza dice – chiudete, chiudiamo, isoliamo. È l’unica prevenzione possibile. È dall’impotenza della scienza che viene la prepotenza della politica disciplinare. Noi stessi chiediamo di essere salvati, di essere messi al sicuro. E le procedure della politica disciplinare sono uguali ovunque, proprio perché ossificano le procedure dell’umano: il lebbroso va allontanato. E non condannato all’erranza, ma rinchiuso in un ospedale. Anzi, a casa. Intere società chiuse in casa. Visto che ormai il “modello” della concentrazione massiccia (la fabbrica, la caserma) è finito – usiamo la segregazione domestica. La segregazione diffusa, proprio come la fabbrica diffusa. La segregazione per ventiquattr’ore al giorno, proprio come il lavoro è diventato una quarantena perenne. Siamo perciò gettati nella malattia del virus – che è la forma assunta dalla mondanità, che regola cioè la nostra vita quotidiana, nel lavoro e nel dopo-lavoro – o siamo gettati nella disciplina societaria. Per provare a scampare dall’una – anche fallisse una volta, la risposta sarebbe una disciplina ancora più stretta e rigorosa – non abbiamo a disposizione che l’irreggimentazione.
Ma l’umano e la politica potrebbero non essere obbligati a questo. La società non dovrebbe avere paura di se stessa: se c’è è perché sappiamo di essere già malati, sappiamo di essere infetti da patologie sociali – il razzismo, la xenofobia, l’odio del diverso, la ricerca sempre di un capro espiatorio, di untori. Nella nuda forma della malattia si riproduce la nuda forma della disgregazione sociale. L’umano e la politica dovrebbero trovare la forza e il coraggio e l’intelligenza di organizzarsi altrimenti. L’umano non è solo cinico abbandono dei deboli, e la politica non è solo delega al potere disciplinare. È qui che si gioca la partita per salvarci – salvarci tutti, non solo i più giovani o i più veloci o i più attenti. Salvarci come società e comunità. O riusciamo a “politicizzare” il virus o siamo dannati. Dannati come società e comunità. Politicizzare il virus non significa le paranoie complottiste sulla sua voluta diffusione per giochi tra potenze o la fuga involontaria da laboratori segretissimi scavati nelle rocce – sono sciocchezze, che peraltro alimentano frustrazione e isolamento, rancore. Politicizzare il virus, significa partire dalla dimensione sociale della resistenza, dall’umanizzazione della risposta. Dal prendersi cura gli uni degli altri. Dalla virtuosità civica che è il fondamento di ogni repubblica dell’umano. Dall’opporsi alle cialtronerie e alle meschinità della politica e all’ordine della militarizzazione. Questo è – i cataclismi sono conflitti di potere. Il “loro” è organizzato – per il potere disciplinare siamo già tutti pazienti. “Loro” hanno già i piani per le epidemie. Noi no.

Nicotera, 26 febbraio 2020.
Pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 28 febbraio 2020.

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