Quest’estate al mare, con pinne, fucili e amuchina.

È dal 9 marzo che il signor Antonio Ballarin da Noale ha iniziato a preparare la valigia per le vacanze estive al mare. Da quando è scattato il lockdown e l’azienda – producono elettropompe che vanno in giro per il mondo – non si è mai fermata del tutto: un po’ di cassa integrazione, orario ridotto, ma sempre lì, al chiodo. Lui fa i controlli qualità – ha un bel diploma dell’istituto tecnico, e ora ci ha le sue macchinette, zzz zzz, mette il bollino giallo, apposto, vai un’altra, una routine. All’inizio, i padroni volevano che i dipendenti utilizzassero le ferie – e lì al signor Ballarin gli aveva preso quasi un colpo: è un anno che aspetta di andarsene al mare, e ora avrebbe dovuto scambiare quel suo piccolo sogno con una clausura imposta. «Piuttosto mi licenzio» – era arrivato a dire alla moglie, in un momento di disperazione – «ma il mare no, non possono togliermelo». Un anno che sogna pinne e maschera, e fondali da esplorare, e stravaccarsi al sole, un sole che lui non vede mai, non sente mai sulla pelle. «La cicogna dev’essersi sbagliata – diceva alla moglie, in quei pomeriggi che le cicale sugli olivi facevano un cri-cri che dovevi alzare la voce per farti sentire dalla sdraio vicina – io mi sento bene qui».
“Qui”, sarebbe in Calabria, dove il signor Ballarin si reca ormai da dieci anni, nello stesso identico villaggio. Che poi “villaggio” è una parola grossa: sono cinque case-appartamenti, in quello che un tempo era solo uliveto e che poi con le sovvenzioni regionali si è trasformato in un luogo di accoglienza per le vacanze. E in queste cinque casette, da dieci anni ci vanno sempre le medesime persone – che ormai sono come una famiglia allargata, i figli si sposano, nascono nipoti, ci sono state brutte malattie, ma poi eccoli là d’agosto a raccontarsi le cose. Un po’ anche a volersi bene. Per il signor Ballarin, il posto dell’anima. Lei, la Lina, la signora Ballarin, acconsente volentieri – a parte il fatto che non si può avvicinare al marito per un mese, che ha un alito impestato, a furia di cipolle di Tropea che pure nel caffellatte se le metterebbe, e i fagioli di Caria, e la nduja di Rombiolo, e certi peti la notte che le zanzare scappano via.
E in valigia – per farsi un’idea degli spazi – ci aveva già messo le pinne, che aveva preso alla Decathlon nuove nuove l’anno scorso a dicembre che c’era l’offerta, e la maschera, e tre paia di costumi stile bermuda, di quelli larghi larghi e lunghi lunghi, con i fiori stampati, che uno si è un po’ scolorito a furia di lavarli, e una decina di magliettine senza maniche, che gli tirano tutte sullo stomaco – vedi che sono ingrassato? ah ma mi rifaccio con le insalate di cipolle – e che pure quelle sono dell’anno scorso, che qui non si può comprare niente, ma a chi vuoi che importi, siamo tra noi, no? Una famiglia.
Senonché arrivò il decreto del governo con le regole per la balneazione, e il signor Ballarin entrò nel panico. Per il sì e per il no, chiamò Ciccillo – che bada al campeggio – che ora è un uomo fatto, ma lui se lo ricorda che era ancora un giovanotto. Ciao Ciccillo, sono il Ballarin, come va? E insomma un po’ di convenevoli, finché non arriva la doccia fredda. Che Ciccillo gli dice – Non so se posso prendervi tutti quest’anno, dovrò fare la selezione, la legge dice che non vi posso tenere, farò un sorteggio.
E furono due notti insonni, che al lavoro sbagliò pure un controllo – zzz zzz – con la sua macchinetta e gli mise il sigillo di qualità a una pompa che manco si accendeva, e gli fecero quasi un cazziatone, che non era successo in trent’anni di lavoro.
Poi, il signor Ballarin prese il coraggio a due mani e chiamò a Ciccillo. Ciao Ciccillo, come va? Sono il Ballarin. Ti volevo dire, per il sorteggio, che però io, fossi in te, ai Sartori ci direi di non venire – sono un po’ anziani, dai, che magari ci fa male il mare e ci viene un raffreddore, ti ricordi che l’anno scorso se lo presero tutti e due, e poi come facciamo? E pure ai Rossi, con tutti quei nipotini che si portano dietro, che poi come li controlli i bambini? Dico per loro eh. Io li escluderei proprio. Per cui, non c’è bisogno del sorteggio, ti suggerirei – oh, è solo un’idea così che mi è venuta in mente. Per la sicurezza, anche del tuo villaggio eh, che se ci sono i controlli, e tutti quei bambini.
Ma Ciccillo era l’unico calabrese a memoria d’uomo che fosse rispettoso della legge – e ci rispose al Ballarin che solo il destino poteva decidere, che bisogna fare le cose giuste e secondo la normativa, e gli avrebbe fatto sapere, fra qualche giorno. Altre notti insonni, per il povero Ballarin. Finché una mattina arrivò il messaggio di Ciccillo su Whatsapp – Sei stato selezionato, via mail ti mando le linee-guida del decreto-governativo, leggile bene, così arrivi preparato. Che per la gioia il Ballarin quasi sbagliava di nuovo tutti i controlli qualità, manco avesse ereditato una fortuna.
Dopo che lesse la mail con le regole governative, l’indomani il signor Ballarin comprò 24 confezioni di amuchina da 300 millilitri, 12 confezioni di alcool denaturato da 500 grammi, 12 spray igienizzante-disinfettante per tutte le superfici, un mucchio di panni in microfibra, e sei pacchi di guanti di gomma in nitrile – Siamo sicuri che sono in nitrile? continuò a chiedere alla commessa, finché quella sbottò: Mona! Andò a casa con il suo tesoro di Ali Baba mostrando fiero tutto alla Lina, a cui sembrò un filo eccessivo tutto quel materiale – lo so, lo so, diceva lui, ma è sempre meglio premunirsi, queste cose le terremo per noi, e non le daremo a nessuno. Le mascherine non le aveva trovate e calcolò che per lui e la Lina ce ne sarebbero volute almeno duecento, entra in acqua, togli mascherina, esci dall’acqua, metti mascherina – e chi gliele avrebbe vendute duecento mascherine, la Cina? Così, fece una cosa che non aveva mai fatto in vita sua: le rubò all’azienda. Sapeva dove era la dotazione che la Protezione civile aveva assegnato e ne rubò una prima decina, chi se ne sarebbe accorto? Un po’ alla volta avrebbe raggiunto il quantitativo necessario.
Al Brico comprò quattro metri: uno da sarta da un metro e mezzo – era la distanza minima di sicurezza, e era bene tenerlo come standard di base; uno da falegname, quello classico pieghevole, che usano anche i muratori, che arriva ai tre metri e poteva servire per fare tutto il raggio intorno all’ombrellone; uno a nastro, a rotella, di quelli che si raccolgono a molla, che arrivava ai dieci metri, che era la misura esatta della linea di mare, così piantava due paletti da un lato all’altro e guai se qualcuno li avesse superati; e infine un telemetro a laser, con cui potevi prendere le distanze esatte. Aveva intenzione di spiegarlo bene a Ciccillo: bisognava dividere tutta l’area della spiaggia in quattro parti, e destinarne tre ai villeggianti e una – fissa – al materiale da spiaggia e a una copertura da edificare subito che se scoppiava un temporale e bisognava ripararsi, occorreva fare le cose con calma e evitare gli affollamenti, mentre che si dirigevano disciplinatamente verso i propri alloggi. Per questo, al Brico comprò anche un paio di nastri, di quelli bianchi e rossi che si usano nei cantieri per delimitare le aree. Sarebbero andati bene anche per metterlo tutto intorno la casa-appartamento dove avrebbe vissuto: state lontani.
Certo, l’area destinata alla spiaggia si riduceva, ma se si facevano le cose con un certo rigore non ne avrebbero sofferto più di tanto: si potevano fare i turni, al mattino i Rossi con i nipotini – che si scatenano e io non voglio averci a che fare; al pomeriggio i Brambilla, che tanto dormono fino a tardi; e la sera i Sartori che sono anziani e il sole troppo caldo gli fa male. Stavolta niente sorteggio – le regole le avrebbe dettate lui, per il buon senso.
Si disse che più o meno era tutto a posto – ah, aveva dimenticato i racchettoni, ma domani li avrebbe messi da parte, e cominciò a contare i giorni.

Nicotera, 19 maggio 2020.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 21 maggio 2020.

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Più Stato o più Regione? Proviamo un’altra strada?

A fine febbraio, il governo impugnò davanti al Tar delle marche l’ordinanza del governatore Ceriscioli che chiudeva le scuole, mentre il decreto presidenziale le lasciava ancora aperte. La ebbe vinta. poi, le scuole si chiusero tutte. A inizio maggio, il governo impugnò davanti al Tar della Calabria l’ordinanza del governatore Santelli che apriva bar e ristoranti mentre il decreto presidenziale li lasciava ancora chiusi. La ebbe vinta. Poi bar e ristoranti si aprirono tutti.
Ora, qui non si vuole discutere di torti e ragioni nella gestione dell’epidemia – figurarsi, non ci capiscono un czzo all’Oms, pensate noi. Si vuole discutere del rapporto fra governo e regioni nella gestione dell’epidemia. Questo, in parte per capire di chi siano le responsabilità (potremmo cavarcela con le concorrenze di competenza) di quello che è accaduto, ma soprattutto di come possiamo guardare al futuro.
A destra come a sinistra – e in occasione in particolare il 16 maggio: la legge 16 maggio 1970, n. 281, or sono 50 anni, è quella con cui si è dato avvio al processo di decentramento amministrativo – si dice ora che nella gestione dell’epidemia il rapporto stato-regioni ha mostrato enormi criticità. In sintesi, che si è persa “la primazia dell’interesse nazionale”, nell’eccessivo decentramento di competenze, a scapito dell’efficienza e del coordinamento, non solo – ma soprattutto – in momenti emergenziali, diremmo eccezionali.
Quello che è più singolare, è che i soggetti oggi “portatori di critica” al decentramento regionale (che per comodità, d’ora in poi chiameremo i neo-statalisti, senza caricare di significato la definizione) siano stati, a destra come a sinistra, tra i più accaniti nemici del progetto di riforma costituzionale portato avanti da Renzi, che vide poi prevalere il NO in un singolare afflato di forze le più eterogenee e disparate, che della ri-centralizzazione dello stato si faceva promotore. Ma questa è una notazione di “colore”, come a onor delle cronache va detto che io invece, pur se per motivi del tutto opposti ero per il SI, ma io sono un indipendentista, non un autonomista.
Il governo perciò decise di praticare la giustizia “amministrativa” (il Tar) contro governatori che facevano di “testa propria”, ma non ha usato mai l’articolo 120 della Costituzione, che pur recita così: «Il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni, delle Città metropolitane, delle Province e dei Comuni nel caso di pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica, ovvero quando lo richiedono la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali». Sarebbe bastato perciò, al governo, in forza dell’emergenza “sostituirsi” ai governi regionali – e l’epidemia («pericolo grave per l’incolumità pubblica») avrebbe tacitato tutti.
Perché il governo non ha usato (spiace per Agamben) lo “stato d’eccezione” pur configurato nell’articolo 120 – e quindi senza nessuna violazione del democratico dettato costituzionale? Questa è una bella domanda. Ma è una domanda che pertiene alla politica, alla “forza” del governo, del suo premier e della sua maggioranza. Una domanda che ha a che fare anche con l’opposizione e con gli schieramenti di appartenenza dei governatori. Una domanda cioè che non ha alcuna attinenza con il contagio, con gli algoritmi della sua diffusione, con gli esperti epidemiologi di chiara fama miei colleghi (scherzo, eh), con i tecnici di varia natura. Vale nel rapporto tra centro e governatori nelle regioni dove il virus colpiva duramente (come in Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia), ma vale anche nel rapporto con le regioni dove il virus era meno devastante: a esempio, e nei confronti del governatore campano De Luca e nei confronti del governatore siciliano Musumeci – che “chiusero” i confini delle proprie regioni quando il governo decretava di aprirli – sarebbe bastato ricordare (sempre l’articolo 120): «La Regione non può adottare provvedimenti che ostacolino in qualsiasi modo la libera circolazione delle persone e delle cose tra le Regioni». Questo era un vero lanciafiamme!
Mai acceso, ovviamente. Ai neo-statalisti d’una sponda e dell’altra che immaginano e prospettano e si augurano adesso un “ritorno allo stato” – peraltro con “l’accumulazione originaria” dei fondi europei – almeno per quello che riguarderebbe i servizi essenziali (scuola, università e ricerca, sanità, produzioni essenziali – definizione “europea” moooolto vaga), suggerirei al momento una maggiore cautela “teorica”, diciamo così.
Questo governo è stato – a mio parere – negligente e zelante, ritardatario e frenetico, omissivo e “alla lettera”, insomma tutto e il contrario di tutto, nel momento giusto e in quello sbagliato, per cui ci sarà sempre qualcuno che dirà, che ha pure fatto cose buone. E sarà anche vero.
Ma dedurne – come peraltro lo stesso premier Conte sembra fare (ha detto, per la ricorrenza del 16 maggio: «È un assetto che deve registrare qualche manutenzione: non mi concentro sulle proposte, ma credo sarà giusto fermarsi a riflettere e valutare se si può migliorare qualcosa in questa divisione di competenze», con una minimizzazione che prelude a un’auto-assoluzione) – linee teoriche per il futuro, ecco farei un bel respiro, conterei fino a dieci, prima.
Magari possiamo immaginare nuove strade.

Nicotera, 19 maggio 2020.

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