L’ultimo figlio della Barbagia.

Nel disegno, c’è un uccellino su un muretto a secco, a cui sono appoggiate una falce e una zappa, e, di lato, si vede il profilo di un ficodindia. È il francobollo del valore di 0,95 centesimi, autoadesivo, in fogli da quarantacinque, con una tiratura di ottocentomila unità, che Poste Italiane ha emesso il 24 ottobre 2015 per la Giornata della Filatelia. Più precisamente, è il francobollo che ricorda il progetto Filatelia nelle carceri, un percorso siglato da Poste Italiane con il dicastero alla Giustizia, la Federazione fra le società filateliche italiane e l’Unione stampa filatelica italiana, e è l’esito dell’esperienza vissuta nel penitenziario milanese di Opera. A realizzare il bozzetto è stato Matteo Nicolò Boe. Per la verità, Boe ha realizzato anche l’altro bozzetto, sempre del 2015, per una carta valore del Vaticano, “Visitare le carceri”, e tutti i bozzetti realizzati dai detenuti di Opera che parteciparono al percorso furono messi assieme in una mostra, visitata dall’arcivescovo Scola a cui Boe illustrò le opere.
Matteo Nicolò Boe è uscito ieri l’altro dal carcere di Opera. Dopo venticinque anni. Lui, di anni ne ha cinquantanove. Per il sequestro di Sara Niccoli, nel 1983, era stato condannato a sedici anni. Ma il primo settembre del 1986 era riuscito a fuggire dall’Asinara – e gli diedero altri quattro anni. Poi, per il sequestro del piccolo Kassam – quando lo arrestano in Corsica nel 1992, lo estradano nel 1995 e lo processano nel 1996 – si prende altri vent’anni. Un cumulo di trent’anni – ridotti a venticinque per buona condotta. Sembra sia intenzionato a tornare a Lula, nel Nuorese, la sua terra. Forse andrà a vivere nella casa della madre, in piazza Sos Ballos, a due passi dal municipio, dove i fratelli gli hanno preparato un appartamento per lui. Ma da dove, da più di dieci anni, è andata via, per tornare in Emilia da dove viene, Laura, la compagna di Boe e i suoi due figli. Quelli rimasti. Perché una di quattordici anni, Luisa, gliel’ammazzarono mentre stendeva i panni sul balcone di casa.
È la fine di novembre del 2003. Laura è con un altro figlio, il piccolo Andrea, a casa di amici. È sera, poco dopo le diciannove, già buio. Luisa si affaccia sul balcone. Somiglia molto alla madre – forse la scambiano per lei, chissà. Qualcuno è acquattato nell’ombra – nascosto in un vicolo fra la casa di Matteo Boe e quella dei genitori, a poche decine di metri dalla chiesa. Qualcuno spara otto pallettoni contro il balcone, uno colpisce Luisa alla tempia. Laura sente i colpi, scappa verso casa. Dopo un quarto d’ora arriva l’ambulanza, Luisa respira ancora. È trasportata all’ospedale di Nuoro, non ha ripreso conoscenza, muore durante un intervento chirurgico.
Un atto crudele, una vendetta spietata – ma perché, per chi? Matteo Boe era rientrato a Lula un anno prima, anche se non aveva mai allentato i rapporti con il suo paese, scriveva alla moglie, ogni settimana. Lula restò per dieci anni senza sindaco, nessuno aveva voglia di presentarsi, troppo rischioso – e ora un sindaco finalmente ce l’aveva. Ma il paese s’era proprio spaccato, tra il “partito del non-voto” e quelli che volevano un sindaco, con lettere minatorie, intimidazioni, bombe, spari contro la caserma dei carabinieri, giuramenti di vendetta. In alcuni volantini è stato fatto il nome di Laura Manfredi, la compagna di Boe, anche se lei – militanza giovanile nella sinistra radicale – non si è mai interessata delle faide elettorali. Eppure è lì che lei indica, tra veleni, faide e assassini: perché alla storiella di una “cosa sentimentale”, per cui misero per anni sotto torchio un ragazzino, amico di Luisa, lei non ci ha mai creduto. Una porcheria irrimediabile – così, poi, la definì. A dicembre Boe era tornato: scorta di venti carabinieri, pattuglie lungo il percorso, tiratori scelti sui tetti. Una visita lampo alla madre molto malata. Misure eccezionali per un detenuto eccezionale. Alto, barba nera, elegante nel suo vestito di velluto, “divisa” del balente sardo. «Con lui mai fidarsi, ricordava il questore di Nuoro: ha promesso che non finirà i suoi giorni in un carcere e prima o poi tenterà di evadere».
D’altronde, era stato l’unico a riuscire a fuggire dal famigerato carcere/isola dell’Asinara – dove l’avevano rinchiuso la prima volta. L’Asinara, dopo le rivolte dei detenuti politici e comuni e dopo il sequestro del magistrato D’Urso, alto funzionario del ministero di Grazie e Giustizia, nel 1980, non è più carcere speciale. Lo ha deciso il governo – schieramenti della fermezza e della trattativa, come sempre – con un “atto autonomo”. Ma le condizioni naturali la rendono inaccessibile e impossibile sia per attaccarla, sia per evadere – un po’ come era Alcatraz nella baia di San Francisco. È il 1986, primo settembre, fine estate. Boe riesce con un compagno di cella, Salvatore Duras, a beffare le motovedette della polizia penitenziaria. Li aspettano su un gommone, con cui raggiungono le coste della Sardegna. È Laura, che è andata a riprendersi il suo uomo. Duras viene catturato qualche settimana dopo, Boe raggiunge le foreste del monte Albo di Lula. Ci rimase sei anni, e a stanarlo furono inviati anche reparti dell’esercito. Tutto inutile, quella terra lui la conosce palmo a palmo.
Boe è figlio di pastori. Dopo il diploma, si iscrive a Bologna, facoltà di Agraria. È qui che conosce Laura, anche lei studentessa di Agraria, sinistra extraparlamentare. Sono gli anni del Movimento del Settantasette, di radio Alice, dell’Autonomia operaia. Poi, se ne vanno in Sardegna. È qui che inizia la sua “carriera” di bandito, balente della Barbagia, come non se n’era mai visto più dai tempi di Grazianeddu Mesina.
In quegli anni, gli attribuiscono un po’ tutto: il rapimento di Giulio De Angelis, industriale romano e papà di Elio, campione di Formula uno, in Costa Smeralda, per 138 giorni; poi, dell’imprenditore sassarese Salvatore Scanu, per 156 giorni; poi, un’incursione sempre in Costa Smeralda nella villa di Marta Marzotto; e legami, mai provati, con Barbagia Rossa.
Ma l’unica cosa certa è stato il rapimento del piccolo Farouk Kassam, nel 1992. Un rapimento clamoroso e crudele: il padre Fateh amico dell’Aga Khan, la villa in Costa Smeralda, il taglio dell’orecchio, mandato in una busta, un riscatto miliardario, pagato – si disse anche – dallo Stato. Eppure, quando spararono alla figlia di Boe, fu la madre del piccolo Farouk la prima a mostrarsi raccapricciata, a considerarlo un gesto orribile.

Nicotera, 26 giugno 2017
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 27 giugno 2017

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Niente tasse senza diritti: così nacque l’America.

Sulla Magna Carta del 1215 c’era scritto ben chiaro: i pagamenti dei baroni alla Corona inglese hanno un limite. E il limite è che il Parlamento li acconsenta. E la tassa sulle navi – lo ship money – non era sfuggita al patteggiamento: le città inglesi che stanno sulle acque dovranno in caso di guerra contribuire con la costruzione di una flotta o, in cambio, con il pagamento di una tassa. Poi, lungo tutto il medioevo, qualche volta la tassa veniva richiesta e qualche volta no, qualche volta accadeva non solo in tempo di guerra ma anche di pace. Sembrava dimenticata, senza mai essere estinta. Solo che a un certo punto, nel 1634 re Carlo I che stava traccheggiando con gli Spagnoli per fare guerra agli Olandesi aveva bisogno di denari, e qualcuno della corte gli suggerì di ripristinare lo ship money. Detto fatto. I malumori verso la Corona aumentarono, e John Hampden, un nobilotto, ricco proprietario terriero a sudest di Londra, Buckinghamshire, si rifiutò di pagare. Il Parlamento non aveva approvato quella tassa, quella tassa era iniqua. Fu trascinato in giudizio, ma fece in tempo a morire in battaglia nella guerra civile scoppiata contro re Carlo I.
Era alla fiera resistenza di John Hampden che Jonathan Mayhew si rifaceva nei suoi sermoni. Mayhew era un pastore della Old West Church, Boston, Massachusetts, nato da una famiglia di originari coloni di Martha’s Vineyard che prima di diventare secoli dopo una delle località più esclusive dei liberal americani era popolato da indiani. Per tradizione di famiglia, il primo Mayhew era un missionario, e così il secondo e così il terzo e via di seguito. Jonathan Mayhew era un missionario. Si laureò a Harvard nel 1744. Poi, iniziò i suoi sermoni.
Quando il parlamento britannico il 22 marzo del 1765 approvò una legge, lo Stamp Act, che imponeva alle colonie dell’America Settentrionale di pagare una tassa su ogni foglio stampato, incluse le carte di bordo, i documenti legali, le licenze, i giornali e tutte le altre pubblicazioni, tra le tredici colonie successe il finimondo. Anche questa volta, come per lo ship money, i soldi raccolti attraverso lo Stamp Act dovevano servire a sostenere le spese di guerra, quella dei sette anni contro la Francia e contro gli Indiani. Poi, gli Inglesi la tassa la ritirarono, ma non avevano alcuna intenzione di concedere rappresentanza ai coloni americani – il parlamento di Westminster rappresentava già gli interessi di tutto l’Impero – e non ritirarono quella del 1764 – il Sugar Act – con cui venivano tassati zucchero, caffè e vino, e quella successiva, del 1767 – il Townshend Act – con cui erano tassati vetro e pittura. E non ritirarono nemmeno il Tea Act, nel 1773, quella che fece traboccare il vaso. E che portò al Tea Boston Party, la notte in cui un gruppo di patrioti, i Sons of Liberty, travestiti da indiani, salirono sulle navi inglesi e buttarono a mare tutto il tè della Compagnia delle Indie. John Hancock, che era un ricco uomo d’affari – qualcuno lo accusava di essere solo un contrabbandiere – ma aveva sposato la causa dell’indipendenza americana, rilanciò lo slogan del pastore Mayhew: «No taxation without representation».
E ci fu la Rivoluzione americana.
Questo legame storico stretto tra tassazione e rappresentanza – quello che con tutti gli sforzi immaginabili ben difficilmente può sembrare un concetto sovversivo e sembra piuttosto appartenere a un’elementare raffigurazione della democrazia – andrebbe ricordato, quando si parla di nuova cittadinanza.
Dieci anni fa, secondo un Rapporto Caritas-Migrantes, gli immigrati contribuivano al 6,1 per cento del Pil e assicuravano al nostro paese un gettito fiscale pari a 3 miliardi e 749 milioni di euro, dei quali 3,1 miliardi per i soli versamenti Irpef.
Secondo una recente ricerca della Fondazione Leone Moressa di Venezia, un comitato scientifico che si occupa prevalentemente dei temi dell’economia dell’immigrazione, il contributo economico e fiscale degli immigrati al nostro paese è ancora aumentato. La Lombardia è la Regione d’Italia con il maggior numero di contribuenti immigrati: 262mila per un gettito IRPEF totale di 774 milioni di euro. Dopo la Lombardia, è il Veneto la seconda regione italiana per numero di contribuenti (262mila), con un gettito IRPEF complessivo di 774 milioni di euro. Gli immigrati che vivono nel Nord Est versano al fisco 1,3 miliardi di euro, ovvero il 5,3 percento del totale. Si tratta, inoltre, di un gettito in aumento rispetto al 2016 (+7 percento), così come è in crescita il numero dei contribuenti (+3,1 percento).
Non è solo un “fenomeno” del Nordest: in Italia, nell’ultimo anno, i contribuenti nati all’estero che hanno versato l’imposta netta sono 2,3 milioni, pari al 7,5 percento del totale. L’Irpef complessivamente versata raggiunge i 7,2 miliardi di euro, pari al 4,6 percento del totale, con un aumento del 6,4 percento rispetto all’anno precedente. E non è neppure solo un “fenomeno” di nazionalità o di mestiere: i romeni sono al primo posto, seguiti da albanesi e marocchini; poi ci sono filippini, moldavi e indiani.
Dal 2010 al 2016 l’Irpef degli stranieri, che non votano, non eleggono rappresentanti e non possono essere eletti, è aumentato del 13,4 percento, mentre il gettito degli italiani, che votano, eleggono rappresentanti e possono essere eletti, è diminuito dell’1,6 percento.
Poi, c’è la singolare situazione degli italiani all’estero – italiani per ius sanguinis –, quelli che non pagano le tasse in Italia, ma che, attraverso la Circoscrizione estero, votano e eleggono rappresentanti al parlamento italiano, che a loro volta non risiedono in Italia e non pagano le tasse all’Italia.
Per carità, ci mancherebbe, sono italiani anche loro, e di serie A, certo. Ma che, quegli altri no?

Nicotera, 19 giugno 2017
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 20 giugno 2017

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