4 luglio, festa dell’Indipendenza americana: Trump, la luna, Marte, le proteste.

Era il 12 settembre 1962, una giornata calda e soleggiata, e davanti una folla di 40.000 persone nello stadio della Rice University, molti dei quali bambini, Kennedy pronunciò il suo discorso “sulla luna”: «Salpiamo verso questo nuovo mare perché ci sono nuove conoscenze da acquisire e nuovi diritti da vincere, e devono essere vinti e utilizzati per il progresso di tutte le persone… io dico che lo spazio può essere esplorato e dominato senza alimentare il fuoco della guerra, senza ripetere gli errori che l’uomo ha compiuto in questo nostro mondo. We choose to go to the Moon! We choose to go to the Moon! Abbiamo scelto di andare sulla Luna! Abbiamo scelto di andare sulla Luna non perché sia facile, ma perché è difficile; perché questo obiettivo servirà per organizzare e misurare il meglio delle nostre energie e abilità, perché siamo disposti ad accettare quella sfida, una che sfida non siamo disposti a rimandare, e che intendiamo vincere».
È il 4 luglio 2019, festa dell’Indipendenza americana, e è un giorno piovoso, insolitamente piovoso, e il presidente Trump, al Lincoln Memorial dice: «We are going to be back on the Moon very soon, and someday soon, we will plant the American flag on Mars». Trump pronuncia il suo “discorso sulla luna” mentre nel cielo di Washington rombano i caccia F-22 Raptors, un bombardiere Stealth B-2, aerei dell’esercito, della marina, della guardia costiera e dei Marine Corps e, in via di massima formazione, sei Blue Angel F-18, e “a terra” sfilano i carri armati Abrams e i veicoli da combattimento Bradley – e tutto questo rende aggressive le sue parole. Persino il suo Air Force One – l’aereo dei suoi spostamenti – esegue qualche volteggio, tra gli ohhh degli astanti e urla dei sostenitori USA! USA! USA!
In molti hanno criticato questa scelta di Trump di “muscolarizzare” una festa che è sostanzialmente patriottica, ci sono le canzoni e gli hot-dog e poi gli straordinari fuochi d’artificio – e vengono le famiglie con i passeggini e i nonni portano i nipotini e si parte qualche giorno prima, magari per fare un giro che non s’è fatto mai.
Eppure, è vero, quello di Trump è stato uno dei discorsi meno “divisivi” del suo repertorio. In un discorso durato 47 minuti, Trump ha sciorinato una versione eroica della storia militare americana, raccontando storie non solo della guerra rivoluzionaria che ha conquistato l’indipendenza dalla Gran Bretagna ma anche della guerra civile e della Seconda guerra mondiale: «Non dimenticheremo mai che siamo americani e il futuro ci appartiene. Il futuro appartiene ai coraggiosi, ai forti, agli orgogliosi e ai liberi: siamo un solo popolo che insegue un sogno e un destino magnifico. For Americans, nothing is impossible». E a proposito di “sogni”, va ricordato che è proprio qui, al Lincoln Memorial, che il 28 agosto 1963 Martin Luther King pronunciò il suo famoso discorso I have a dream. È mancata quella accentuazione di partigianeria che in genere è presente nei suoi discorsi, ma forse quello che gli interessava di più era mostrare la potenza americana, di cui lui è comandante in capo.
Alcuni dicono che questa accezione “militaresca” del 4 luglio (una cosa che in qualche modo somiglia alle parate sovietiche sulla Piazza Rossa) a Trump sia venuta da quando un paio d’anni fa partecipò a Parigi alle celebrazioni sugli Champs Élysées per la presa della Bastiglia – e i francesi, si sa, ci tengono molto allo sfoggio della forza. È curioso (ma poi non tanto: i soldati sono sempre gli ultimi a voler fare le guerre, perché sono loro a morire) che proprio dagli ambienti militari – benché tutti i vertici fossero stati chiamati sul palco d’onore e siano state distribuite medaglie a parenti e veterani – siano filtrate le maggiori perplessità e una certa avversità. La deputata Eleanor Holmes Norton, che rappresenta il distretto di Columbia, ha detto alla CNN: «Nulla potrebbe essere più incongruo di vedere i carri armati nel centro commerciale di Washington». È chiaro che il 4 luglio è stato l’inizio della campagna di Trump per la sua rielezione – tanti, troppi gli striscioni “Trump 2020”.
C’era tanta gente sull’enorme National Mall? Sì, c’era gente, nonostante la pioggia – persino il grande vetro antiproiettile che proteggeva presidente e consorte era tutto striato. Trump è molto sensibile ai numeri delle sue “performance”: si irritò tantissimo quando disse che non c’era mai stata altrettanta folla per un giorno di insediamento ma le foto impietosamente mostrarono che c’era molta più gente quando a giurare era stato Obama nel 2009.
Ma c’erano anche due Americhe: mentre Trump pronunciava la sua ambiziosa frase su Marte, quella stessa bandiera veniva bruciata da alcuni manifestanti davanti la Casa Bianca. Era una cosa che non succedeva da decenni, era una cosa che succedeva in Pakistan o nei paesi del Medio Oriente – nessuno più, in occidente, brucia le bandiere americane.
Breitbart, il circuito dei media radiofonici e web della Alt-right, quello, per capirsi, che faceva riferimento a Steve Bannon, ha subito tacciato di “comunisti” i manifestanti. Nessuno più diceva “comunisti” in America come un insulto, come una minaccia, da decenni – da quando il senatore McCarthy metteva sotto accusa il mondo di Hollywood per essere “un-american”. O da quando si insultava Jane Fonda, “Hanoi Jane”, per schierarsi dalla parte sbagliata nella guerra del Vietnam.
Però questo corto-circuito retorico sta tornando: contro Megan Rapinoe, la capitana della squadra di calcio che tanto bene sta facendo ai Mondiali femminili e che ha promesso che vincesse non andrebbe mai in quella f***ing White House, e non canta l’inno nazionale e non mette la mano sul cuore, Trump si è scagliato accusandola di essere “anti-patriottica”.
Due Americhe: per chi evidentemente adora l’esibizione delle armi – è stata una grande giornata. Per gli altri, è stata l’ennesima dimostrazione di come un “bambino troppo cresciuto” abbia voluto mostrarsi come un imperatore romano.
Il fatto è che la campagna per il 2020 è già iniziata. Alla vigilia del 4 luglio Trump ha insistito perché nel nuovo censimento venga inserita una domanda sulla cittadinanza, nonostante l’opposto parere di molti giuristi e della stessa Corte Suprema. E diversi manifestanti anti-Trump portavano cartelli con le foto dei terribili campi di detenzione in cui sono costrette migliaia di persone al confine con il Messico e tanti, troppi bambini.

Nicotera, 5 luglio 2019.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 6 luglio 2019.

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A 50 anni dall’allunaggio: la luna e il cinema fantastico.

Per quanto breve sia stata la loro contemporaneità, Jules Verne non sopportava H.G. Wells. È vero che entrambi scrivevano romanzi di “fantascienza” ma per Verne i dettagli delle sue avventure, che fossero nei cieli, in fondo agli oceani o nel ventre della Terra, scaturivano da ricerche scientifiche, da esperimenti, da qualcosa che era già tecnologicamente possibile; secondo lui, l’altro, l’inglese, inventava invece di sana pianta. In parte Verne aveva ragione: quello che interessava Wells non era strettamente legato alla scoperta scientifica e ai campi della sua utilizzazione, quanto piuttosto ai risvolti sociali, all’impatto che la tecnologia aveva sugli uomini e la loro società: d’altronde, era associato alla Società fabiana, quella che puntava su graduali riforme per l’emancipazione delle classi lavoratrici.
Fu così che Méliès quando cominciò a immaginare il suo film muto Le Voyage dans la lune (1902) decise che sarebbe stato “in compartecipazione”: la prima parte attingeva al romanzo di Verne De la Terre à la Lune, trajet direct en 97 heures 20 minutes (1865) e la seconda si ispirava al romanzo di Wells The First Men in the Moon (1901). I soci del Gun Club, associazione americana di artiglieri con sede a Baltimora, che sono certi di avere inventato un cannone capace di sparare un proiettile per raggiungere la Luna, descritti da Verne, diventano nel film di Méliès un consesso di astronauti pronti a lanciarsi nell’avventura del viaggio; mentre la descrizione del paesaggio lunare – di atmosfera respirabile e nelle cui caverne germogliano piante e funghi, e abitato dai Seleniti, dal corpo di insetto e dalla testa d’uccello – che era di Wells, diventa nel film la trama dell’avventura lunare e del ritorno sulla Terra.
Come che sia, Le Voyage dans la lune di Méliès – che da uomo di spettacolo non mancò di inserire le ballerine all’inizio e alla fine del film – diviso in diciassette quadri e della durata di quindici minuti è tutt’altra cosa dai lavori dei fratelli Lumière, come L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat o il precedente La Sortie de l’usine Lumière, che ritraeva il momento dell’uscita degli operai della fabbrica Lumière a Lione, entrambi “documentari” di 45 secondi. Méliès introduce il fantastico e lo fa a mezzo di “trucchi”, cioè del montaggio, e di effetti speciali – una cosa mai vista prima. Quale miglior “soggetto” della Luna avrebbe potuto trovare per il “sogno” cinematografico? La sequenza del razzo sparato dalla Terra che va a conficcarsi in un occhio della faccia umana della Luna, visibilmente irritata, è diventata una delle più famose della storia del cinema (e bisognerà aspettare il 1982 e l’E.T. di Spielberg, con l’immagine del piccolo Elliott che pedala in volo con la luna piena sullo sfondo mentre nel cestino della bici c’è il suo amico extra-terrestre per avere di nuovo una sequenza memorabile con la Luna).
Eppure, i film sulla Luna si contano sulle dita di una mano, come se la possibilità sempre maggiore di osservazioni e informazioni esatte e realistiche ne allontanasse definitivamente quegli elementi di fascino, di mistero, di ignoto, di avventuroso, di paura che avevano sempre accompagnato l’uomo quando volgeva lo sguardo al cielo, verso sorella Luna. Ora semmai, lo sguardo – e insieme la poetica narrativa – si volgeva più lontano verso lo spazio profondo e insondabile. In 2001: A Space Odyssey di Kubrick l’uomo ha già colonizzato la luna, e vi è una base scientifica dove viene inviata una missione coperta dal segreto a studiare la misteriosa “cosa” ritrovata in un cratere: un monolite nero, che emette un segnale-radio verso Giove. E sarà appunto il viaggio verso Giove e oltre il tema del film.
Un anno dopo – Odyssey è del 1968 – l’uomo sbarca sulla Luna. È il “primo spettacolo globale” – in ogni angolo della Terra dove c’è un apparecchio televisivo si rimane inchiodati a vedere, tutti nello stesso momento, quel “piccolo passo per un uomo e un gigantesco balzo per l’umanità”. L’era della televisione, come la intendiamo adesso, ha inizio lì: il “villaggio globale” (1964) di Marshall McLuhan si realizza lì. Cosa può rimanerne per il cinema? D’altronde, dopo lo sbarco, lentamente l’interesse va scemando. La missione Apollo 12 è poco seguita. Il pubblico è stanco, ormai l’allunaggio è diventato uno “spettacolo” e una volta visto, lo spettacolo, non ha senso vederlo di nuovo, tanto – piccole varianti – non può che essere lo stesso. E così accade anche per la partenza di Apollo 13, finché.
Finché qualcosa non spezza la razionalità e la linearità dell’evento tecnologico e l’imponderabile, il destino, l’umano – con l’inevitabile incombere della tragedia – non prendono il sopravvento. Di nuovo, il mondo incollato allo schermo a seguire palpitando l’avventura dei tre astronauti che “falliscono” la Luna ma lottano disperatamente per tornare sulla Terra. È come se il sentimento sociale verso i viaggi sulla Luna si fosse improvvisamente rovesciato: quello che suscitava partecipazione adesso non era il “successo” ma il “fallimento”. D’altronde, nel successo erano la scienza, la capacità tecnologica, l’invenzione il vero “personaggio” del racconto; mentre nel fallimento, è l’uomo, l’eroe, forse tragico, il personaggio.
Alla base del film sull’Apollo 13 c’è un libro, Lost Moon: The Perilous Voyage of Apollo 13, scritto dal comandante della missione, Jim Lovell e da Jeffrey Kluger, redattore del «Time» magazine. Il libro è del 1994, il film, diretto da Ron Howard, con Tom Hanks nella parte di Lovell, è del 1995. Apollo 13 faceva parte del programma Apollo – era la settima con personale umano – e doveva essere la terza missione, dopo Apollo 11 e 12, a sbarcare sulla luna. Decollò l’11 aprile 1970 da Cape Canaveral, al Kennedy Space Center, Florida. Dopo cinquantacinque ore dal lancio della missione, a 321.860 chilometri dalla Terra, uno dei quattro serbatoi di ossigeno del modulo di comando “Odyssey” esplose. L’esplosione danneggiò diverse parti del modulo. L’equipaggio comunicò l’evento al Mission Control a terra con il messaggio che divenne celebre: «Houston, we’ve had a problem here». L’allunaggio fu annullato. Fu necessaria una considerevole ingegnosità per portare in salvo l’equipaggio, con tutto il mondo – ora sì, ora che la tragedia incombeva – che seguiva l’avvicendarsi dei drammatici eventi in televisione. Il rifugio che salvò la vita all’equipaggio fu il Modulo Lunare (utilizzato come “scialuppa di salvataggio”). Il LEM, però, era predisposto per ospitare due persone per due giorni, e ora doveva invece ospitare tre persone per quattro giorni di viaggio. Solo poco prima della fine della missione, gli astronauti fecero ritorno nella capsula dell’Apollo. Nonostante il grande disagio causato dalla limitata potenza, dalla perdita di calore nell’abitacolo, dalla carenza di acqua potabile e dalla necessità fondamentale di effettuare riparazioni improvvise, l’equipaggio tornò in sicurezza sulla Terra il 17 aprile 1970, ammarando nelle acque dell’Oceano Pacifico, sei giorni dopo il lancio. Anche nella parte finale della missione non mancò l’angoscia, a causa della prolungata interruzione del contatto via radio durante la fase di rientro: di norma tale fase non superava i 3 minuti, mentre per l’Apollo 13 durò oltre 6 minuti. L’equipaggio venne recuperato e portato a bordo della portaerei USS Iwo Jima. Jim Lovell, il comandante della missione, compare nel film in un cameo nel ruolo di un capitano della nave di recupero – si racconta che in realtà avrebbe dovuto interpretare la parte di un ammiraglio, cosa che respinse fermamente dicendo: «No, mi sono ritirato come capitano, tirerò fuori la mia vecchia uniforme, e guarderò i nastrini che aveva, e li metterò su».
Il film di Howard sostanzialmente ripercorre la vicenda – con piccoli spostamenti temporali sugli aspetti più “umani” – e dando conto non solo della complessità del salvataggio ma della cooperazione straordinaria che si realizzò tra il centro di controllo a terra, una enorme “macchina” di competenze e di calcolo “sulla carta”, e l’esperienza vissuta, fatta di piccoli accorgimenti e adattamenti, dagli uomini nello spazio.
L’altra faccia della tragedia che incombe e della capacità dell’uomo di sfuggirvi è il “complotto”. A ridosso delle missioni di allunaggio nacque presto una “narrazione parallela” che negava esservi mai stato sbarco sulla Luna ma che tutte le “prove” fossero delle falsificazioni messe in atto dalla Nasa e dal governo per “imbrogliare”. Addirittura nacque la leggenda che fosse stato proprio Kubrick l’autore di tutte le riprese video e che esse fossero state realizzate in appositi studios segretissimi. Naturalmente, la più banale delle osservazioni, cioè che fosse praticamente impossibile che da quella “macchina organizzativa” che contò tra le trecento e le cinquecentomila persone non si fosse mai levata una voce di sospetto o di denuncia non è stata mai presa in considerazione. Tutti ricattati e costretti al silenzio.
La “teoria del complotto lunare” prese forma cinematografica in Capricorn One, 1978, di Peter Hyams, spostando però “l’oggetto” dalla Luna a Marte. Dietro il soggetto e la sceneggiatura di Hyams c’è un libro: We Never Went to the Moon, di Bill Kaysing, che è diventato la “bibbia” dei complottisti. Era successo che nel luglio del 1976 la sonda automatica Viking 1, atterrata su Marte, aveva trasmesso le prime immagini a colori del pianeta con cielo in tonalità rosso mattone; la NASA le pubblicò con un cielo tendente all’azzurro per non sconvolgere il pubblico, ma fu scoperta e ci furono notevoli polemiche. Ma la realtà è che l’America era ancora sotto shock dopo lo scandalo Watergate del 1972 – e il fatto che un governo mentisse e complottasse per manipolare l’opinione pubblica non era una remota e fantasiosa possibilità ma un dato reale.
Nel film, sta per prendere il via, dopo 15 anni di preparazione e un grande dispendio di mezzi tecnici ed economici, la missione spaziale che prevede lo sbarco sul pianeta Marte. La Nasa sa però che c’è un difetto a un componente essenziale della missione, a causa delle “economie” di produzione e al disinteresse della politica che taglia sui finanziamenti, che la mette a rischio. Così, architetta una messinscena: pochi minuti prima del lancio i tre astronauti vengono fatti uscire dalla capsula e, mentre il razzo parte senza equipaggio, vengono trasportati in aereo in un luogo segreto, dove – sotto ricatto – sono costretti a prendere parte alla macchinazione. La missione “prosegue” tramite una finta sala controllo, ma un tecnico riscontra alcune anomalie e ne parla con un amico giornalista, e subito dopo sparisce misteriosamente. Quando la “missione” sta per finire, la navicella (vuota) si brucia, nell’avvicinarsi alla Terra, a causa dello scudo termico difettoso. Viene annunciato che gli astronauti sono morti a causa del malfunzionamento. E questo significa la condanna a morte per gli astronauti nella base: capiscono la cosa e tentano di fuggire dirigendosi in direzioni diverse. Il giornalista, intanto, ha trovato in una base militare abbandonata il set cinematografico utilizzato per fingere lo sbarco su Marte. Uno solo degli astronauti è ancora in vita – gli altri sono stati eliminati – e verrà salvato, e farà la sua comparsa proprio mentre si svolgono i funerali di Stato, portando alla luce la cospirazione.
Povera Luna – alla fine, per parlare di lei il cinema ha dovuto scambiarla con Marte.

Nicotera, 25 giugno 2019.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 26 giugno 2019.

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