Turchia: quell’orrendo buco nero delle carceri dove la tortura è il Potere.

Se devi dire delle carceri turche, uno non sa da dove cominciare, se dalle cose che accadono da decenni o se dalle inchieste più recenti. Che magari da dove cominci cominci sempre lì finisci: a denunciarne gli aspetti drammatici. Puoi partire a esempio dalla malagiustizia: nella top five dei paesi per ricorsi riguardanti violazioni dei diritti civili e politici stabiliti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo presentati alla Corte europea dei diritti dell’uomo, l’Italia c’è ma siamo messi un filo meglio della Turchia (gli altri, nell’ordine sono: Ucraina, Russia, Ungheria, e appunto Turchia – ma ora la Romania ci ha scalzato). Se l’amministrazione della giustizia è “deformata”, le carceri si riempiono. E non sono cose di cui andar fieri.
Oppure, puoi partire da un Rapporto di Amnesty del 2003: «Basta alla violenza sessuale nei confronti delle detenute», un dossier in cui si denunciano le terribili condizioni delle donne detenute nelle carceri in Turchia.
 Il Rapporto si basa su interviste a oltre cento detenute a Diyarbakir, Mus, Mardin, Batman e Midyat. «Le vittime degli abusi – si legge – sono soprattutto le donne curde e coloro che hanno idee politiche inaccettabili, dal punto di vista delle autorità o dell’esercito. Vengono spesso denudate, bendate e perquisite da agenti di sesso maschile durante gli interrogatori che si svolgono nelle stazioni di polizia o in prigione. Sono inoltre costrette a sottoporsi a test della verginità, allo scopo di punirle e umiliarle».
Oppure, puoi partire dalle inchieste pubblicate nel 2018 dal centro di giornalismo investigativo tedesco «Correctiv», che parla dei cosiddetti “Black Sites Turckey“, le “Guantanamo” di Erdogan dove vengono rinchiusi e torturati presunti terroristi e cospiratori. In particolare, a finire nella ragnatela dei servizi turchi sarebbero soprattutto i seguaci di Fethullah Gulen, il magnate predicatore islamico inizialmente vicino a Erdogan ma adesso in esilio negli Usa e che sarebbe l’organizzatore del tentato golpe del luglio 2016. L’inchiesta sui Black Sites della Turchia, i “buchi neri” dove scompaiono le persone, è stata portata avanti sentendo testimoni, sopravvissuti, gente rilasciata ma subito dopo costretta a lasciare la Turchia, da nove testate internazionali, coordinate da «Correctiv», tra cui «Le Monde», «El País», «Haaretz», «Il Fatto Quotidiano». Il governo turco non ha mai risposto alle domande dei cronisti. L’unica risposta del presidente turco Erdogan è stata: «Ci dicono che usiamo torture, ma in realtà l’unica tolleranza zero che abbiamo è proprio contro le torture».
Oppure, puoi ricordare quello che diceva Dino Frisullo nel 1999, pochi anni prima di morire, dopo essere stato, l’anno prima, il primo e unico prigioniero politico europeo nelle carceri turche. Era stato arrestato dalla polizia turca a Diyarbakir il 21 marzo 1998. «Ero andato lì – raccontava a “CaffèEuropa” – con una delegazione di cento osservatori europei per seguire una manifestazione in occasione del Newroz, il capodanno curdo. C’erano 70mila persone. Sembrava tranquillo. Poi però la situazione è precipitata. Centinaia di feriti, una donna e un bambino finiti sotto i cingoli dei carri armati e ridotti in coma. Dino Frisullo venne arrestato. «Su di me lo stato turco decise di costruire il processo esemplare», diceva. Durò quaranta giorni, la sua incarcerazione. Un ricordo che rimase indelebile. «C’erano ovunque per il carcere le tracce degli strumenti di tortura. Ho visto gli anelli di metallo sospesi a due metri e mezzo da terra a cui venivano appesi i prigionieri, le vasche in cui venivano immersi in acqua gelida, o nell’orina e gli escrementi, i fili elettrici. La cella di fronte alla mia è stata per decenni uno dei principali luoghi di tortura. Era divisa in veri e propri loculi. Ciascuno aveva un finestrino che dava sul corridoio: da lì i prigionieri ogni giorno dovevano esporre le mani e i piedi per la bastonatura».
Oppure, puoi riportare la relazione della delegazione italiana, guidata da Alessandro Margara, magistrato, già Presidente del DAP (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) e Giudice di sorveglianza del Tribunale di Sorveglianza di Firenze, che si recò a Istanbul dal 5 all’8 gennaio 2001, invitata dall’Associazione Turca per i Diritti Umani, visitando e incontrando associazioni dei familiari dei detenuti, avvocati, esponenti della società civile impegnati a vario titolo per il rispetto dei diritti umani. «Soltanto nello scorso anno sono state oltre cento le istanze accolte dalla Corte Europea per indagare su casi individuali di maltrattamenti e torture perpetrate su detenuti per ragioni politiche. A questo si aggiunge il conflitto tuttora in atto con la popolazione Kurda che sovente sfocia anche in sconfinamenti militari in territorio irakeno, nonostante la sospensione decretata dal PKK della lotta armata. Permangono poi: lo stato di emergenza determinato dalle leggi antiterrorismo del 1991, i continui attacchi alla libertà di stampa e di associazione, l’esistenza di tribunali speciali, la lunghezza della carcerazione preventiva, l’erogazione di condanne alla pena capitale. La popolazione carceraria in Turchia ammontava fino a poco tempo fa a circa 75.000 detenuti, 13.000 dei quali accusati genericamente di terrorismo o comunque di reati associativi connessi alla propria militanza politica. L’80% di questi è accusata di far parte dei movimenti indipendentisti kurdi. A seguito di un recente provvedimento di amnistia condizionale da cui erano esclusi gran parte dei detenuti politici, la popolazione carceraria si riduceva del 50% circa. Tre anni fa, in seguito alle pressioni esercitate da organismi internazionali, il governo turco dava il via a un piano di rimodernamento dell’edilizia carceraria: alle carceri di massima sicurezza di tipo “E”, sovraffollati ma che consentivano ai detenuti di condividere spazi comuni si volevano sostituire le carceri di tipo “F”, più piccole, in grado di ospitare circa 400 persone in celle singole o per 3 persone. Contro il trasferimento nei nuovi penitenziari iniziava il 20 ottobre uno sciopero della fame dei detenuti che rapidamente si estendeva a 41 carceri. Nel tentativo di mediare e di sbloccare la situazione nasceva una trattativa fra il governo e i detenuti che vedeva protagonisti intellettuali, uomini di legge, soggetti della società civile turca. Il 19 dicembre, poche ore prima di un incontro fra i mediatori, latori di proposte del governo, e delegazioni dei detenuti, l’esercito irrompeva nelle carceri in sciopero con un’operazione beffardamente chiamata “Ritorno alla vita” che si concludeva con un tragico bilancio: 31 le morti accertate fra i detenuti, due fra i militari, 720 i feriti, alcuni dei quali molto gravi».
Poi, c’è il dramma dei detenuti-bambini in Turchia, di cui parla un report di “Osservatorio Iraq” del 2010: «Sono diverse centinaia i bambini e gli adolescenti arrestati, processati e condannati negli ultimi quattro anni in Turchia, in virtù degli emendamenti alla “Legge anti-terrorismo” (Tmy) approvati dal parlamento di Ankara nel 2006. La contestata norma ha esteso anche ai minori di 18 anni la possibilità di essere puniti per la semplice partecipazione a manifestazioni di protesta, per aver cantato slogan in lingua kurda o per il lancio di pietre contro le forze di polizia, assimilandoli di fatto a “membri di un’organizzazione terroristica”. Per lo più a fare le spese delle legge sono stati ragazzi kurdi, di età compresa tra i 15 e i 18 anni, ma spesso di soli 12 anni, che hanno subito condanne anche a diversi anni di detenzione. Per loro il trattamento è in tutto e per tutto assimilabile a quello destinato agli adulti: periodi di detenzione “cautelare” che possono arrivare fino a un anno; processi “farsa” celebrati davanti ai Tribunali penali speciali (invece che ai Tribunali minorili); reclusione in cella assieme agli adulti; violenze fisiche e psicologiche, maltrattamenti e, in alcuni casi, vere e proprie torture. Sotto la pressione della società civile turca e internazionale, nell’estate scorsa il governo di Ankara guidato dai filo-islamici del Partito di giustizia e sviluppo (Akp) ha deciso di emendare la legge, mitigandone alcuni aspetti. Tutt’oggi, tuttavia, i minorenni incriminati in base alle vecchie norme e rimessi in libertà ammontano a poche decine. A limitare la scarcerazioni, sono alcune contestate norme del Codice penale turco (Tck) rimaste in vigore anche dopo la riforma della Tmy, ma anche la discrezionalità che abitualmente viene lasciata alla magistratura e la lentezza del sistema giudiziario turco. Le condanne – secondo l’organizzazione Çocuk için adalet çağırıcıları (Coloro che chiedono giustizia per i bambini) – sono state in media di 4 o 5 anni di carcere, mentre l’età dei condannati in alcuni casi era di soli 13 anni. Non essendovi ad Adana Tribunali minorili, tutti i condannati erano stati processati davanti alle Corti penali speciali. A Diyarbakir invece – stando a un rapporto dell’ong Çocuk İçin Adalet Girişimi (Justice for Children Initiative) – nell’ottobre 2009 erano 159 i ragazzi di età compresa tra 15 e 17 anni in attesa di essere processati davanti ai Tribunali penali speciali, mentre altri 15, di età compresa tra i 12 e i 14 anni, aspettavano di essere giudicati dalle Corti penali minorili. Un rapporto sul carcere di Diyarbakir, redatto dall’Associazione degli avvocati della stessa città, rilevava che nel cibo dato ai ragazzi erano stati trovati chiodi, aghi e insetti; che venivano garantiti solo dieci minuti di acqua calda al giorno e che i ragazzi dovevano lavarsi i vestiti a mano, e le loro celle erano piene di insetti e topi. Ad Adana sono state riscontrate anche prove di torture usate contro I bambini».
Poi uno dice, non è che puoi sempre parlare del passato, come se dovessi raccontare la trama di Fuga di mezzanotte, il film di Alan Parker del 1978, tratto da una storia vera, in cui si racconta il viaggio all’inferno di Billy Hayes, uno studente americano in vacanza in Turchia con la propria fidanzata che viene fermato da guardie turche all’aeroporto di Istanbul, ottobre 1970, mentre sta per imbarcarsi verso gli Stati uniti con addosso due chili di hashish. E qui comincia l’incubo, una condanna prima a quattro anni e poi all’ergastolo – tra pestaggi, torture, violenze, abusi – fino all’evasione di notte, il Midnight Express, come veniva chiamato nel gergo carcerario, che lo porterà prima in Grecia e poi finalmente a casa.
Così, decidi di dire dell’attualità. Allora ti guardi l’ultimo rapporto Amnesty (2019-20): «Sono emerse nuove accuse attendibili di tortura e altri maltrattamenti. A Urfa, nella Turchia orientale, uomini e donne, arrestati a maggio in seguito a uno scontro armato tra le forze di sicurezza e l’ala armata del Pkk, hanno denunciato, tramite i loro avvocati, di essere stati torturati anche con scosse elettriche ai genitali. Gli avvocati hanno denunciato che alcuni ex funzionari del ministero degli Affari esteri, arrestati a maggio dalla direzione della pubblica sicurezza di Ankara, con l’accusa di “appartenenza a un’organizzazione terroristica, aggravata da falso e contraffazione a scopi terroristici”, erano stati denudati e minacciati di essere stuprati con i manganelli. In entrambi i casi gli avvocati hanno denunciato che i loro assistiti non avevano avuto accesso a un consulto privato con un medico».
A aprile di quest’anno Erdogan vara un’amnistia per ridurre l’affollamento delle carceri (sono 300mila i detenuti in Turchia, su una popolazione totale di 80 milioni, in 375 carceri, la cui capienza massima non supera le 120mila unità) temendo l’esplosione di un’epidemia. «L’idea è un rilascio temporaneo, fino a quando l’epidemia sarà più o meno domata, di 90mila detenuti: prigionieri in carceri di minima sicurezza, sopra i 65 anni, malati, donne incinte o con figli con meno di sei anni. Chi resta fuori? I condannati per stupro, omicidio di primo grado, droga e – soprattutto – terrorismo. Una categoria che in Turchia ha le maglie larghe. Sono giornalisti, deputati del partito di sinistra pro-curdo Hdp, attivisti, scrittori, avvocati». (da «il manifesto», Chiara Cruciati).
Già, gli avvocati. Dai dati emerge che tra i malcapitati coinvolti nella più vasta repressione attuata del Paese, arrestati con accuse di terrorismo, 605 sono avvocati, di cui 345 condannati arbitrariamente per un totale di 2145 anni di prigione. Oltre 1500 gli indagati. «Anni di carcerazione preventiva subita senza avere delle accuse precise da cui difendersi, condanne pesantissime inflitte al termine di processi sommari, svolti al di fuori di ogni regola dello stato di diritto», denuncia il coordinamento delle Commissioni Diritti umani e Rapporti Internazionali del Consiglio Nazionale Forense italiano. Erdogan in persona avrebbe sollecitato il disegno di legge che prevede l’istituzione di Ordini alternativi a quelli esistenti contro il quale si sono animate proteste dei togati in tutto il paese. Il testo, presentato in Parlamento lo scorso 30 giugno, prevede che il governo assuma il controllo dell’elezione degli organi dirigenti dei vari organismi professionali. «In questo modo Erdogan – sostiene Mehmet Durakoglu, presidente dell’Ordine forense di Istanbul – vuole punire la nostra categoria che ha sempre rappresentato i valori laici della democrazia».
Sembra non cambi niente. In un reportage di Nicolas Cheviron, su «Internazionale» del novembre 2016, si leggeva: «Negli ultimi dieci anni sono state chiuse 187 carceri e sono state inaugurate altre 118 strutture più grandi nelle periferie delle grandi città. Questi trasferimenti hanno permesso di ospitare più detenuti, passando dai 114mila del 2010 ai 189mila dell’ottobre del 2016, come rivelano i dati dell’istituto di statistica turco e della direzione delle prigioni turche (Cte). Dice Burcu Çelik Özkan, una deputata del Partito democratico del popolo (Hdp, filocurdo): “Chiaramente per le autorità turche il carcere è un modo per gestire i problemi politici e sociali”. E Mustafa Eren, del Centro di ricerca sulle prigioni turche: “In Turchia c’è stata una pianificazione. Non si costruiscono nuove prigioni per rispondere a un aumento del numero di detenuti, ma il contrario”. In dieci anni la Turchia è diventata il primo paese per numero di carcerati in Europa (Russia esclusa), staccando Inghilterra e Galles (85mila detenuti) e Polonia (71mila). La Germania, che ha una popolazione di 80 milioni di abitanti, pochi milioni in più della Turchia, nel 2015 contava appena 62mila detenuti. Su scala mondiale il paese guidato da Erdoğan si trova al nono posto, superato solo da paesi più popolosi (Stati Uniti, Cina, Russia, Brasile, India, Messico, Iran) e dalla Thailandia».
Così è.

Nicotera, 22 luglio 2020.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 5 agosto 2020.

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Luglio ’70, Reggio Calabria: la rivolta, cinquant’anni fa.

«Dal 14 luglio 1970 al 31 dicembre 1971 sono state denunziate 851 persone: di esse, 723 sono incensurate e circa 400 persone sono minori degli anni 25 mentre oltre 100 sono minori degli anni 18. Nello stesso periodo sono stati instaurati 144 procedimenti penali a carico di 269 persone» [rapporto prefettizio del 21 luglio 1972]. In realtà, nel dicembre 1975 risultavano ancora procedimenti giudiziari contro 562 persone. Non ci fu mai nessuna amnistia.
Dal 5 luglio al 13 ottobre 1970 si verificarono 103 scontri di piazza, più di uno al giorno.
Ci furono cinque morti – tre di cui erano civili: Bruno Labate, un ferroviere di 46 anni iscritto alla SFI-CGIL, rinvenuto esanime il 15 luglio 1970 in una strada del centro, dopo un assalto di manifestanti alle sedi del Pci e del Psi, contrari alla protesta, e cariche della polizia; Angelo Campanella, 43 anni, autista dell’Azienda Municipale Autobus di Reggio, per colpi d’arma da fuoco, negli scontri con la polizia il 17 settembre; un giovane barista, Carmine Jaconis, 25 anni, che passava da lì, l’anno dopo, durante l’anniversario per la morte di Campanella e nuovi scontri con la polizia: si sarebbe dovuto sposare venti giorni più tardi. Dei due militari morti, uno ebbe un attacco cardiaco e l’altro fu colpito da un sasso lanciato contro un treno che trasportava poliziotti alla stazione di Reggio Lido il 12 gennaio 1971.
A questi si possono aggiungere i sei morti per il deragliamento del treno del Sole alla stazione di Gioia Tauro il 22 luglio 1970 – benché le indagini iniziali fossero indirizzate verso un errore umano, e una sentenza definitiva abbia condannato tre persone decedute, tutte e tre crocevia di uno strano connubio tra estremismo neofascista e ‘ndrangheta e agli atti del ministero dell’Interno risultino tra il 20 luglio 1970 e il 21 ottobre 1972, ben 44 gravi episodi dinamitardi, di cui 24 a tralicci, rotaie e stazioni ferroviarie.
E si può assommare Giuseppe Malacaria, 33 anni, muratore socialista, ucciso da una bomba a mano sotto la sede del Msi il 4 febbraio 1971 a Catanzaro durante una manifestazione antifascista contro un attentato la notte precedente alla sede del Consiglio regionale. E Giuseppe Santostefano, commerciante di 50 anni e simpatizzante missino, rimasto ucciso il 31 luglio 1973, a Reggio Calabria, ai margini di tafferugli dopo un comizio del Pci.
Il 6 febbraio 1971 fu decretata la sospensione di tutte le manifestazioni e per quasi un anno, fino al 24 dicembre, circa seicentomila persone in tutta la provincia di Reggio restarono prive di diritti civili e politici. Ma tra fine gennaio e inizio febbraio in città ci furono venti giorni consecutivi di sciopero generale cittadino.
Furono inviati migliaia di carabinieri e poliziotti, alloggiati nelle scuole cittadine che quindi dovettero sospendere ogni attività didattica, con i loro mezzi cingolati, e l’esercito stabilì distaccamenti lungo la linea ferroviaria che da Villa San Giovanni portava a Lamezia Terme. Eppure, spesso lungo quella tratta ci furono manifestazioni o sabotaggi che bloccarono il traffico ferroviario e lo stesso accadde l’11 ottobre 1970 per i traghetti che viaggiavano dalla e per la Sicilia, isolandola.
Barricate anche durature furono erette un po’ ovunque a Reggio e a Sbarre, uno dei suoi quartieri, per mesi sventolò la bandiera azzurra della neo-proclamata repubblica. E per mesi lanciò i suoi proclami e infiammò la mobilitazione, Radio Reggio Libera. Durante le “cinque giornate” di Reggio, dal 18 al 22 luglio 1970, venne assaltata e data alle fiamme la Questura e, in quel caso, il questore Santillo, che era giunto a Reggio nel 1967 e veniva dalla Squadra Mobile di Roma, dichiarò: «Possono bruciarci vivi ma noi non rispondiamo. Evacueremo l’edificio se necessario, ma non spareremo un colpo». Eppure, proprio alla brutalità della polizia in piazza si deve – secondo tanti – l’escalation della rivolta.
Che di questo stiamo parlando, della rivolta di Reggio Calabria e di un bel e documentato libro di Luigi Ambrosi [La rivolta di Reggio. Storia di territori, violenza e populismo nel 1970 – Rubbettino] che tutti questi dati e fatti contiene. E sono passati oggi cinquant’anni, ma tutto quello gnommero politico e sociale che la rivolta rappresentò sta ancora là. A interrogarci.
Perché se per un verso la rivolta fu il precipitato di un disastroso “meridionalismo” clientelare che affondava nei decenni precedenti e delle politiche di centro-sinistra tra il 1962 e il 1968 e quindi del brutale disvelamento di un bisogno di cambiamento che veniva disatteso, per un altro vi si possono leggere ancora fenomeni politici e sociali che riguardano l’attualità: retorica populista, anti-politica, identità territoriale. Di certo furono a migliaia i cittadini, i giovani e giovanissimi, le tante donne, gli artigiani, i commercianti, i professionisti, i lavoratori, che vi parteciparono.
Ambrosi lavora molto a dissipare i “luoghi comuni” sulla rivolta. Prima di tutto quello sul suo “campanilismo” – dato che fu innescata dalla decisione di eleggere Catanzaro capoluogo, nel varo dell’ordinamento delle Regioni a statuto ordinario – come se battersi per l’interesse territoriale, che poi poteva significare posti di lavoro, sviluppo, attività commerciale e imprenditoriale, fosse una sciocchezza plebea e non una forte motivazione e di carattere identitario, “sentimentale”, e di carattere lavorativo, economico. Poi, quella sul suo “segno fascista”: all’inizio, la protesta non aveva una forte connotazione di destra e anche la partecipazione fu trasversale – con giovani radicali di una parte e dell’altra (Lotta continua, i marxisti-leninisti, gli anarchici) impegnati a “farsi interpreti” di una prospettiva più ampia, ma la sinistra istituzionale, dal Psi al Pci ai sindacati, fu decisamente ostile, invocando legge e ordine e posti di lavoro, anche a costo di una frattura con i suoi militanti: ne fa fede il comizio di Ingrao l’8 agosto, contestato dai suoi stessi compagni; per il Pci, si trattava di un “riflesso condizionato” come era stato di fronte ai moti d’Ungheria del ’56 e come sarà per i moti del Settantasette. La destra istituzionale, con il Msi, e quella eversiva, con Avanguardia nazionale e altri, invece, attraverso il Comitato d’agitazione, si pose alla testa della rivolta e ne disegnò un carattere irriducibile: il Boia chi molla!
L’arco temporale va dal 14 luglio, primo sciopero cittadino convocato dal sindaco democristiano e da tutto il notabilato locale fino al 16 ottobre, quando, risolta la crisi di governo, il nuovo presidente del Consiglio Colombo tracciò le possibili linee di un “pacchetto per la Calabria”: a Cosenza sarebbe andata l’università, a Catanzaro il capoluogo e la Giunta regionale, a Reggio la sede del Consiglio e investimenti per il V Centro siderurgico (che poi si sarebbe declinato nel porto di Gioia Tauro). Il carattere di massa della protesta iniziò a scemare, ma il rancore rimase e continuò a agire. È qui soprattutto che accade la “fascistizzazione” della rivolta, di cui godette la destra con le elezioni politiche del maggio 1972, con Ciccio Franco che entrò trionfale al Senato e il Msi che prese il 32 percento dei voti.
Poi, a ottobre del 1972, la grande manifestazione nazionale dei sindacati – Nord, Sud, uniti nella lotta – per un lato vissuta come “invasione”, per un altro come “recupero” di Reggio nell’alveo democratico.
Insomma, lo Stato democratico rispose solo con la repressione in un avvitamento con la violenza di piazza – ridiscutere le politiche per il Meridione era compito troppo arduo. Cinquant’anni dopo la rivolta, la Calabria è sempre lì, abbandonata a se stessa: rimuovere la memoria della rivolta o limitarsi a stigmatizzarla è la cosa più semplice da fare.

Nicotera, 7 luglio 2020.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano dell’8 luglio 2020.

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