Roma, 1960: formidabile quell’Olimpiade.

La fiaccola venne accolta in Campidoglio il 24 agosto – era arrivata dalla Grecia a Siracusa, e quale rotta più antica poteva esserci, e da lì aveva risalito il meridione, per immettersi sull’Appia antica, mille staffette – e papa Giovanni XXIII rivolse a più di 3000 atleti il suo augurio in piazza San Pietro. Il 25 agosto, alle 16.30, è il giorno della cerimonia inaugurale e per tutti gli atleti, che sono venuti a piedi dal Villaggio Olimpico, è il discobolo Adolfo Consolini – un omone di cento chili che al cinema ha fatto Maciste – a leggere il giuramento, in virtù del fatto che era alla sua quarta olimpiade consecutiva, mai nessuno prima di lui.
Roma aveva già avuto un’assegnazione dell’Olimpiade – quella del 1908. Ma nel 1906 il Vesuvio si era svegliato di botto il 4 aprile e per quindici giorni non aveva fatto che eruttare lava e cenere. Torre Annunziata si salvò, ma non Ottaviano – dove ci furono trecento morti – e anche a San Giuseppe Vesuviano ci furono cento morti. Non era cosa fare le Olimpiadi. Eravamo in lutto. Così, la IV Olimpiade dei giochi moderni se la prese Londra. Che ci fece un figurone. Ma cinquant’anni dopo, nel 1955, Roma si prende l’aggiudicazione. E lo fa contro città agguerrite, Detroit, Bruxelles, Tokyo. Poi era rimasto solo un testa a testa con Losanna – ma gli svizzeri li stracciamo. Gli svizzeri, si sa, hanno inventato solo orologi a cucù.
E noi – era il 1955 – avevamo già inventato la Vespa Piaggio e stavamo per inventare la Cinquecento Fiat che entrò in produzione nel ’57 e nel ’60 ne circoleranno già centinaia di migliaia e sarebbe arrivata La dolce vita di Fellini proprio nel febbraio dell’anno delle Olimpiadi, ma avevamo già re-inventato il cinema mondiale con il neo-realismo. L’invenzione italiana era nell’aria – una cosa miracolosa. Si sgranocchiava con la pizza e con le pane e panelle, si forgiava nei capannoni industriali del Nord. E ce la diedero, st’Olimpiade. Certo, bisognava davvero inventare tutto, a quel punto – che non avevamo nulla per ospitare le Olimpiadi – a parte, beh, l’arte, ‘o sole e putipù. Ma ci provammo. E restarono tutti a bocca aperta. Perché quando l’etiope Abebe Bikila correndo la sua maratona a piedi nudi – «Faccio primo, arrivo primo», aveva detto avvicinandosi ai nastri di partenza – costeggia a Porta Capena la stele di Axum e poi da lì s’invola verso l’Arco di Costantino e il Colosseo, e tutto il mondo lo guarda perché questa è la prima Olimpiade che passa per la televisione, con diretta attraverso l’Eurovisione, lì precipita tutto, l’antico e il moderno, quella guerra che ancora ci pesa e la nostra brutta storia coloniale e la voglia di lasciarci ogni cosa alle spalle, di pensare alla modernità, alla democrazia. Alla bellezza di una corsa meravigliosa – sarà il primo oro olimpico per l’Africa – dentro una città meravigliosa che tiene insieme tutto. Tutti sapevano com’era quella città – quando Audrey Hepburn nel ’53 aveva rapito il cuore del mondo intero con le sue Vacanze romane. Ma ora era vera. Era reale. Era in televisione.
E perciò noi chiamammo il meglio che c’era a inventare e progettare, Adalberto Libera, che aveva queste linee pulite e razionali, e Luigi Moretti, e Pier Luigi Nervi, che piegava il cemento come fosse moplen – d’altronde lo inventiamo proprio noi, nel ’57 – e che li copiavano ovunque. E così nacque il Villaggio Olimpico, con quelle strambe palafitte in cemento armato che reggono gli interi edifici, e verranno sistemati definitivamente lo Stadio Flaminio, lo Stadio Olimpico, lo Stadio del Nuoto, lo Stadio dei Marmi, l’Acqua Acetosa. Piantammo più di 30.000 alberi lungo le strade e vicino ai campi di gara. Nacque “l’Olimpica” una strada metafisica ma la prima da “scorrimento veloce” per Roma e i tanti sottopassi, e il Muro Torto, ora inferno della viabilità cittadina. Insomma, fu ridisegnata la città. E le gare di lotta e di ginnastica si terranno nella Basilica di Massenzio e alle Terme di Caracalla. Certo, ci sono le baracche del Mandrione, ma Pasolini ci andrà l’anno dopo, nel ’61. E quello è l’anno che Albino Bernardini viene a insegnare nella scuola elementare della borgata di Pietralata e a scrivere le prime pagine del suo Diario. Ma tutto questo rimane sullo sfondo: alla spiaggia di Lavinio e nei boschi di Manziana si girano i peplum con Steve Reeves che gli americani ci diventano matti, mentre per gli interni si utilizzano spesso lo stesso tempio e lo stesso villaggio ricostruiti negli stabilimenti De Paolis. E rimarrà sullo sfondo che il luglio ’60 a Porta San Paolo la polizia ha caricato un piccolo corteo che era venuto a deporre una corona per ricordare i caduti nella resistenza contro i nazisti nel settembre del ‘43 ma anche per opporsi alle aperture a destra del governo Tambroni, e verrà caricato a cavallo («scrosciano come nacchere gli zoccoli sui sampietrini», scriverà Aldo Natoli) e a guidarli c’è Raimondo D’Inzeo che poi prenderà l’oro olimpico nell’equitazione. C’è Cinecittà, c’è via Veneto. Roma è in grande spolvero. Siamo la terra dei miracoli.
E di miracoli se ne fanno sui campi e nelle piscine. Sulla pista in terra rossa dell’Olimpico trionfa Wilma Rudolph nei 100 metri, nei 200, nella staffetta 4×100, la “gazzella nera”, ventesima di ventidue figli di una famiglia afro-americana del Tennesse, che aveva contratto la poliomelite da piccola, un esempio di determinazione e talento che abbina doti atletiche non comuni a un fascino straordinario. Ci cascherà il nostro Berruti, che corre i 200 metri con gli occhiali spessi a montatura nera, e che sembra un ragioniere, ma che sotto la Tribuna Monte Mario brucia tutti tirando fuori un cuore da leone – e gli sarà servito per conquistare Wilma. È il primo “bianco” a vincere quella gara, che era privilegio dei neri americani, come sarà il tedesco Armin Hary a battere tutti nei 100 metri – era fresco fresco da avere fatto fermare i cronometri sui 10 netti. La nazionale di pallanuoto diviene il Settebello, come la più bella nelle carte della scopa o dello scopone. La squadra della scherma non è da meno: Edoardo Mangiarotti stabilirà il record di medaglie olimpiche raggiunte. E poi c’è Nino Benvenuti, un giovane pugile istriano, terra di confine, contesa, lacerata dalla guerra. Entrerà nella Hall of Fame degli americani, che lo chiameranno “Naino” dopo le sue interminabili battaglie contro Griffith. E ancora, il ciclista Sante Gaiardoni, unico azzurro a vincere, nell’occasione, due medaglie d’oro. Nella boxe comincia la leggenda di Cassius Clay, vincitore nei mediomassimi, ma che danza già come una farfalla e punge come un’ape. L’Italia finisce con 36 medaglie (13 d’oro), terza dietro Urss (103) e Usa (71) – non raggiungerà mai più un simile piazzamento nel medagliere.
Siamo sul podio del mondo – e forse non solo nello sport. Ma, appunto, è solo storia. Forse, ormai leggenda.

Nicotera, 24 agosto 2020.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 25 agosto 2020.

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Il coraggio di Gioele, Viviana e Daniele e l’Alta Corte di facebook.

«Viviana e Gioele vi ringraziano ed io vi mando un abbraccio enorme, siete stati grandi!!!» Sono le parole di Daniele Mondello sul suo profilo facebook rivolte ai volontari. Non ha dubbi Daniele, non ha bisogno di aspettare il risultato dell’esame del DNA – quello ritrovato è il corpicino martoriato di Gioele. D’altronde, non è che nelle campagne di Caronia tu smuovi un cespuglio e trovi il corpo di un bambino ogni due per tre. Uno era il bambino scomparso. Uno il bambino che si cercava: Gioele.
Erano centinaia i volontari presenti all’appello di Daniele sulla sua pagina facebook. «Veniamo da Agrigento – spiegava Salvo, un cacciatore – e siamo qui per cercare il piccolo». E Antonia, una casalinga di 39 anni di Acquedolci, Messina, all’alba già al distributore di benzina Ip scelto come quartier generale per le ricerche: «Sono qui dalle 6.30 perché questa scomparsa del bambino mi angoscia dal primo giorno. Voglio partecipare anche io alle ricerche». C’era anche un turista di Torino: «Ero in vacanza in zona – ha spiegato – e ho letto l’appello del padre di Gioele. Così ho deciso di venire anche io. Questa storia mi ha molto colpito». E c’era Giuseppe Del Bello, carabiniere in congedo di 55 anni che ha trovato i resti di Gioele. Dopo aver cercato «dove nessuno aveva cercato»· È stato un dono di Dio – ha detto dopo. E forse ha ragione. Perché gli uomini non erano stati capaci, in quindici giorni. Lo scrive Daniele: «Cinque ore di lavoro di un volontario rispetto a 15 giorni di 70 uomini esperti, mi fanno sorgere dei dubbi oggettivi sui metodi adottati per le ricerche. La mia non vuole essere una polemica, ma la semplice considerazione di un marito e padre distrutto per la perdita della propria famiglia». Lo aveva anche osservato nei primi giorni uno dei nonni di Gioele – che a lui sembrava che tutto fosse un po’ troppo “rilassato”. Era parso più lo sfogo di una persona disperata. Eppure qualcosa non deve avere funzionato tanto, se anche il corpo di Viviana è stato ritrovato abbastanza vicino al “punto di scomparsa” e l’avevano cercato di qua e di là, ma non proprio lì – che poi la “giustificazione” era stata che l’area delle ricerche era stata suddivisa in settori, data l’ampiezza, e che proprio quello dove era stato ritrovato il corpo era l’ultimo da battere. Una sfortuna, insomma. Un elemento dell’umano. E ci sta. E però, cerchi di ridurlo al minimo quando compi un’impresa di questo genere: sennò, perché chiami gli esperti? E te ne fai vanto: ci sono i cani “molecolari”, ci sono i droni, ci sono i topografi. E se si ripete due volte, la sfortuna, qualcosa non torna.
È stato un dono di Dio – ha detto il carabiniere in congedo Del Bello. E io credo che Dio c’entri tanto in questa storia o almeno che Viviana ne fosse proprio convinta. Ma ora è degli uomini che vorrei dire, perché questa storia è una storia di uomini. Dei volontari, in centinaia, che si sono presentati all’appello di Daniele, delle migliaia che fin dall’inizio sono rimasti colpiti e ne hanno seguito con apprensione e timore crescenti lo sviluppo, e di tutti quelli che hanno vomitato di ogni cosa contro Viviana, contro Daniele, contro questa “strana coppia”. Due giovani che si sono incontrati attraverso la musica, di due capi opposti di questo nostro paese che più opposto non può essere da un suo capo all’altro – e che si amavano e avevano messo al mondo un figlio. Un esercizio di triplo coraggio direi: amarsi se sei uno di Torino e l’altro di Venetico – e venire a vivere in Sicilia – e credere che quello che al mondo ti piace di più, la tua musica, possa essere anche un modo per guadagnare e vivere dignitosamente, e poi mettere al mondo un figlio in un mondo che di figli ne vuol sentir parlare poco. Questo erano Viviana e Daniele – dei coraggiosi alla triplice potenza. Delle persone di speranza e volontà. Gioele era quella potenza, quella volontà, quella speranza.
Ma al mondo di facebook, dove regnano sovrane la delusione, la frustrazione, l’impotenza – questa storia non poteva andare giù. Hanno detto di ogni cosa contro Daniele – fino a indicarlo come sospetto. Hanno detto di ogni cosa, contro Viviana – una fuori di testa, imbottita di psicofarmaci, sicura madre assassina del proprio sangue: ha scavato con le mani e lo ha sepolto. L’Alta Corte di facebook ha emesso rapidamente la sua condanna. È una fuga volontaria, si è detto subito. Come a intendere che chissà quali retroscena di rottura e violenza ci fossero in quella coppia – e lei una donna che ne scappava tirandosi dietro il bimbo. Forse è stata questa la sfortuna delle ricerche – crederci tutti che in realtà quella di Viviana fosse stata una “scelta” e che non volesse proprio essere ritrovata: perché cercarla ben bene allora? E se aveva ammazzato e sepolto Gioele e chissà dove, perché cercarlo ben bene allora?
È una storia di uomini, questa. Di volontari inesperti che trovano, di esperti di poca volontà che non trovano. Di periti che non periziano: quando trovano il corpo di Viviana, arrivano i medici legali, e arriva perfino l’esperto entomologo che studiando gli insetti del luogo sarà in grado di dirci quando è accaduto l’evento. E allora aspettiamo tutti l’esito dell’autopsia. Poi gli esperti dicono che non possono dire niente perché si potrebbe dire tutto – il corpo è in avanzato stato di decomposizione e le nature delle fratture riscontrate non escludono nulla e non confermano nulla, e che ci vorranno novanta giorni, ma forse diranno qualcosa anche prima. Eppure non è che ci vuole la laurea in patologia forense al MIT di Boston per capire che se il corpo è in avanzato stato di decomposizione e se è stato trovato lì – proprio vicino a dove doveva essere e non è stato cercato – allora tutto è accaduto subito. Qualsiasi cosa possa essere “tutto”.
I resti di Viviana e di Gioele potranno stare insieme, adesso. Accadrà, quando i periti avranno finito di periziare. E ci sarà un grande funerale – io ne sono sicuro – dove si mescoleranno la frustrazione che sentiamo ogni giorno e la speranza che ci tiene aggrappati. Poi, ognuno si farà il suo film su quello che è accaduto – a seconda della sua “voglia di mistero”. Per me, Viviana sentiva su di sé tanto dolore, troppo dolore. Forse tutto il dolore del mondo. E se senti che il mondo intorno è solo dolore – e ti fa paura – allora parli con un mondo che sta “di là”. Parli con Dio, e gli chiedi. E spesso non hai risposte – cosa può dirti Dio che tu già non sappia?
E poi, ci sono gli animali in questa storia di uomini e Dio – e gli animali non sono forse anch’essi creature di Dio? Ci sono i cani molecolari, ci sono i maiali neri dei Nebrodi, ci sono i cinghiali, ci sono le mucche, ci sono i rottweiler, ci sono i cani rinselvatichiti. Sarebbero i testimoni più affidabili di quello che è davvero accaduto. Forse, quelle mucche, quei rottweiler, quei maiali hanno sentito e capito l’odore di Viviana – di paura e di sofferenza, di dolore.
Sarebbero gli unici testimoni affidabili, quelle creature di Dio. Ma non ci sono esperti in grado di interrogarli e non usano compulsare le pagine di facebook. Terranno la bocca chiusa.

Nicotera, 20 agosto 2020.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 21 agosto 2020.

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