Senza una sanatoria sui debiti, nessuno vorrà fare il sindaco. Soprattutto al Sud.

Le motivazioni con le quali l’ex ministro dell’Università e rettore della Federico II Gaetano Manfredi ha declinato l’invito a correre per la poltrona di sindaco di Napoli sono serissime: «Il Comune presenta una situazione economica e organizzativa drammatica. Le passività superano abbondantemente i cinque miliardi di euro tra debiti e crediti inesigibili. Le partecipate sono in piena crisi e si prospettano difficoltà a erogare i servizi. La capacità di spesa corrente è azzerata. Siamo, di fatto, in dissesto. La conseguenza è che, in queste condizioni della città, il sindaco diventa un commissario liquidatore. I napoletani, legittimamente, hanno aspettative altissime: ambiscono ad avere trasporti efficienti, strade riparate e pulite, asili nido, centri per gli anziani, impianti sportivi, parchi pubblici e condizioni di vita quotidiana adeguate ai migliori standard nazionali e internazionali. Alle aspettative si sostituirebbe la frustrazione. I più deboli pagherebbero il prezzo più alto».
Il fatto è che la situazione drammatica che indica Manfredi è diffusa tra i Comuni del Sud. Ne parlo con Luigi Sturniolo, che è stato consigliere comunale a Messina e che sulla questione dei dissesti ha approfondito conoscenza e costruito intervento.
Un terzo dei Comuni siciliani sono in dissesto, pre-dissesto o criticità finanziaria e non molto tempo fa una nota dell’Anci Sicilia, allarmata dalle difficoltà della Regione Siciliana ad erogare 70 dei 115 milioni di euro finalizzati a pagare i mutui (poi scongiurata), segnalava 100 Comuni siciliani in area dissesto. In seguito alla crisi economica seguita al 2008, nel quadro di una generale politica di austerità da offrire al giudizio dell’Unione Europea, è stato deciso di far emergere situazioni debitorie che erano presenti, ma che rimanevano nascoste nei bilanci dei Comuni e delle loro partecipate. Tra il 2010 e il 2017 gli enti locali (Comuni, Province e Citta Metropolitane) hanno contribuito, attraverso una politica di tagli ai trasferimenti, al mantenimento dei parametri europei con 28,6 miliardi di euro (solo i Comuni con 12,3 miliardi di euro). Una vera e propria guerra dello Stato contro le autonomie locali. Tra il 2012 e il 2018, 336 Comuni hanno avviato la procedura di riequilibrio. Si tratta per circa l’80 percento di Comuni del Sud. 74 di questi sono siciliani, a dimostrazione che il tema della crisi dei bilanci comunali ha un forte carattere territoriale. La mole dei debiti fuori bilancio che è andata aumentando all’approfondirsi del loro censimento, i disavanzi delle partecipate e l’accumularsi dei loro debiti, d’altronde, dimostrano che l’indebitamento degli Enti Locali è un fenomeno che si è stratificato nel tempo e che ha carattere politico.
L’art. 243 del Testo Unico degli Enti Locali definisce il dissesto come condizione nella quale non riesci, ad un tempo, a soddisfare i creditori e fornire i servizi comunali essenziali. Le modalità per uscire dal dissesto non possono essere infinite. Non basta risparmiare. Devi farlo continuando a ottemperare alla tua missione: fornire i servizi. Per questa ragione il dissesto è una condizione e non una scelta.
C’è da tenere conto che la capacità di riscossione di certi Comuni in Sicilia è inferiore al 30 percento e spesso, anche a causa della riduzione dei trasferimenti dallo Stato ai Comuni, questa è diventata una delle ragioni più frequenti di dissesto dell’ente. D’altronde la scarsa capacità di riscossione ha fatto sì che in alcune occasioni la Corte dei Conti abbia bocciato i Piani di Riequilibrio proprio perché basati sulla promessa di una rinnovata capacità di riscossione. Su questo tema va però detto che se è vero che la scarsa riscossione è spesso frutto del malcostume anche di settori sociali benestanti, grosse imprese ed enti pubblici, c’è una quota di mancata contribuzione che potremmo definire di evasione dettata dalla povertà, una sorta di “morosità incolpevole”. Non tanto, forse da una totale indigenza, ma da una condizione tale di precarietà che solo se ti sottrai al pagamento di tributi e multe riesci a sfangarla e arrivare in qualche modo a fine mese.
C’è un’ulteriore questione che attiene alle misure utilizzate per arrivare al risanamento finanziario dei Comuni. Queste hanno sempre un forte carattere generazionale. Tutti i Salva-qualcosa o utilizzano risorse precedentemente destinate a investimenti oppure si traducono in una dislocazione nel tempo del carico di austerità connesso alle misure stesse. I Piani di riequilibrio (dai 4 ai 20 anni e che qualcuno avrebbe voluto di 30 anni) così come il riaccertamento dei residui (che nella sua forma straordinaria è stato spalmato in 30 anni) imprimono misure di austerità e fanno pagare alle giovani generazioni debiti e disavanzi formatisi magari quando i giovani di oggi non erano nemmeno nati. Stesso carattere (e, anzi, peggiore) hanno le ristrutturazioni dei mutui in equivalenza finanziaria. I mutui ristrutturati nel 2019 li si finirà di pagare nel 2048 e magari sono stati contratti nel 2000. Si rompe, insomma, la solidarietà generazionale.
Un elemento di rigidità che cittadini e amministratori dovrebbero imporre è che alcuni servizi devono essere considerati incomprimibili. Acqua, trasporto pubblico, smaltimento dei rifiuti, asili, mense scolastiche, spazi per la cultura vanno considerati settori su cui non si può tagliare. E, invece, è proprio su questo che si taglia, inducendo i Comuni a esternalizzare, privatizzare, vendere i propri immobili, quando, al contrario, sarebbe necessario introdurre la categoria della giustizia sociale dentro il dibattito sulle politiche di risanamento finanziario.
È esattamente quello che paventa Manfredi: «I più deboli pagherebbero il prezzo più alto». Al suo allarme, Pd e 5Stelle si sono detti pronti a farsene carico presso il governo e trovare una soluzione per Napoli e le aree metropolitane. Come abbiamo provato a dire: non basta. E un “salva-Napoli” non farebbe che procrastinare nel tempo, a carico delle prossime generazioni, un debito che si è accumulato storicamente. In realtà è la “paralisi politica” di qualunque amministrazione.
Una via d’uscita potrebbe essere una sorta di “sanatoria dei debiti comunali al Sud”: d’altronde non si va forse discutendo a livello europeo e mondiale – e quale fonte: il Fondo monetario internazionale! – della necessità di cancellare il debito dei paesi in via di sviluppo?

Nicotera, 19 maggio 2021.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 20 maggio 2021.

Pubblicato in politiche | Lascia un commento

Nel nome della musica, della terra e dello spirito. Addio a Franco Battiato.

Si nesci arrinesci – dicono in Sicilia, cioè: se vai fuori, hai successo. A 19 anni, è il 1964, Franco Battiato uscì dalla Sicilia, per avere successo nel mondo. Suo padre, Turi, pure era uscito: era andato a Nuova Yorke, a fare il camionista e lo scaricatore di porto, ma ci era morto. Così, Battiato si prese la sua truscia e partì “verso le nebbie” di Milano: «Milano allora era una città di nebbia, e mi sono trovato benissimo. Mettevo a frutto la mia poca conoscenza della chitarra in un cabaret, il “Club 64”, dove c’erano Paolo Poli, Enzo Jannacci, Lino Toffolo, Renato Pozzetto e Bruno Lauzi. Io aprivo lo spettacolo con due o tre canzoni siciliane». Quelle sapeva.
Poi, è il 1967, si mise a fare canzoni di protesta – e chi non faceva canzoni di protesta, al tempo? Avevano fatto un duo, lui e il suo compaesano Gregorio Alicata, che erano nati nello stesso posto, solo che quando era nato Gregorio si chiamava Riposto che c’era il fascismo e quando era nato Franco si chiamava Ionia che il fascismo era finito – perché in Sicilia si cambia spesso nome alle cose, perché possano sembrare diverse, anche se poi sempre le stesse sono. Gregorio, che era un poco più grandicello e era “nisciuto” già prima di lui, lo aveva incoraggiato a partire. Così, avevano formato “Gli Ambulanti” – e andavano davanti le scuole e nei cabaret. Poi, con Gregorio le cose non erano andate lisce – che i siciliani sono così, oggi sembrano innamorati pazzi e il giorno dopo si odiano – e ognuno per la sua strada. La strada di Battiato si chiamava Giorgio Gaber che lo aveva notato e lo aveva invitato a andarlo a trovare e ne divenne una specie di mentore. E fu proprio Gaber che decise di chiamarlo Franco – perché in giro c’era Francesco Guccini e due “Francesco” magari che la gente si confondeva. E così Francesco Battiato divenne Franco Battiato – «Da un giorno all’altro, pure mia madre prese a chiamarmi Franco» – ma Franco o Francesco, cambiategli nome, sempre lui medesimo era: un genio. Dove c’era talento di natura, ma tanto tanto tanto lavoro, curiosità intellettuale, sperimentazione, rischio.
Certo, a pensare il Battiato spirituale e colto, ritirato e mistico degli ultimi anni, che aveva trasformato la sua Milo sotto l’Etna in una specie di Monte Athos della musica, viene difficile ricordare il Battiato dei primi anni Settanta. E forse è così che succede, che diventi vecchio e diventi davvero quello che sei e tutta la vita ti sei preparato a accogliere questa persona che ancora non conosci, ma che sta dentro di te. Eppure. Una volta raccontò in un’intervista («Esquire»): «Era tutto improvvisato, così come veniva: in maniera selvaggia, brutale. Tenevo il VCS (il sintetizzatore) fisso sui 10.000 hertz e c’era sempre questo suono lancinante – uiiiuuu-uiiiuuu – e poi gli altri mi venivano dietro facendo rumori e cose così. Usavamo anche lastre di metallo e oggetti vari, sempre tutto a volume altissimo, assordante. Anche le luci erano violente, con queste strobo accecanti sempre in movimento che non capivi nemmeno come facevi a muoverti, insomma, era un casino assoluto, totale. Poi tenevamo questa enorme croce sul palco che a un certo punto io prendevo e spaccavo davanti al pubblico – era un po’ una provocazione blasfema un po’ un messaggio del genere ‘liberatevi delle vostre ossessioni’, no? E il pubblico naturalmente impazziva. E quando dico che impazziva intendo che impazziva sul serio: mille, duemila persone in un locale che a un certo punto davano di matto e cominciavano a sfasciare tutto – poltrone, arredamento, pezzi di palco. E altre mille persone fuori che non erano riuscite a entrare e che premevano per farlo, così alla fine il casino si trasferiva anche all’aperto. Era follia pura, una roba allucinante!». Era stato uno dei primi a procurarsi quell’aggeggio per mille sterline, a Londra dove poi andò anche a esibirsi – alla Roundhouse, durante una rassegna di musica post-psichedelica europea – per beccarsi l’appellativo di “obscure sicilian freak”. Poi, la svolta, Stockhausen – di cui divenne anche amico – e poi il primo disco a raggiungere un milione di copie: L’era del cinghiale bianco. Da lì – la storia la ricordiamo tutti. Lui la raccontava così a «Repubblica»: «Avevo bisogno di un pubblico. Per anni mi ero comportato come un recluso, da solo nel mio studio, a studiare e a comporre. Ho tentato la carta del successo commerciale praticamente per scherzo. E, incredibile a dirsi, mi è andata bene!»
Oggi, padre Antonio Spataro direttore della rivista gesuita «Civiltà Cattolica», un siciliano anche lui, che di Battiato era amico, non parla certo di quella enorme croce sul palco che veniva spaccata ma dice: «Era assolutamente unico nel suo genere, con una forte radice spirituale, più che religiosa, nella sua opera artistica. La sua assoluta e completa apertura alla dimensione della spiritualità è una rarità nel mondo musicale italiano. E il brano La cura, cui sono personalmente legato, è un vero gioiello che rivela la sua profondità spirituale e artistica, intrecciando l’umano e il divino». De La cura, padre Spataro fa una sorta di moderno Cantico dei Cantici – e forse non se ne allontana troppo, considerata com’è una delle più belle canzoni d’amore. Chissà se padre Spataro ricorda che a quel testo collaborò anche il filosofo Manlio Sgalambro, siciliano certo – questa è tutta una storia di siciliani nel mondo – “nichilista”, nietzschiano incallito. Ma sono i misteri della spiritualità, dell’umano e del divino, o come più laicamente si dice, dell’alto e del basso mescolati.
Battiato scriveva cose così (proprio ne La cura): «Vagavo per i campi del Tennessee / Come vi ero arrivato, chissà / Non hai fiori bianchi per me?» E spiegava: «Quando si intende adattare un testo alla musica si scopre che non è sempre possibile. Finché non si fa ricorso a quel genere di frasi che hanno solo una funzione sonora. Se si prova allora ad ascoltare, diventa chiaro il senso di quella parola, il perché di quella e non di un’altra». Quella parola, non un’altra: «Un giorno sulla prospettiva Nevski / per caso vi incontrai Igor Stravinsky».
A un certo punto, verso la fine degli anni Ottanta, se ne tornò in Sicilia. Ricorda oggi Pippo Baudo: «Era molto legato alla sua terra e non l’ha mai lasciata. Prima abitava nel centro storico di Catania, nella bellissima via Crociferi. Poi, per avere più tranquillità, si ritirò nella sua villa a Milo, il paese più alto sull’Etna, dove comprò un palmento». E qui compose dei lavori struggenti e bellissimi.
Tempo fa in un’intervista confessò: «Gli esseri umani non muoiono. Ci si trasforma. Sto lavorando per essere degno di questo passaggio».
Sono certo che fosse pronto.

Nicotera, 18 maggio 2021.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 19 maggio 2021.

Pubblicato in culture | Lascia un commento