Raccontare la morte degli altri, dà senso alla sopravvivenza.

L’uomo chiese il permesso di entrare nel cortile dell’ospedale. Le regole per il covid erano rigide e lui non poteva far visita alla sua Carla che era ricoverata grave. Glielo concessero. Così, l’uomo portò con sé una sediolina e una fisarmonica. Portò anche il suo cappello di alpino: Bozzini Stefano, classe ‘39. Mise la sediolina sotto la finestra della sua amata e iniziò la sua serenata. Una fisarmonica contro la morte.
È la cosa più straziante di questo strazio tremendo che è stato il contagio: la solitudine nella morte. Sì, certo – c’erano i medici e gli infermieri che si prodigavano intorno a te. Ma eri solo – non stringevi la mano di chi ti aveva amato, non sentivi lo sguardo d’affetto e dolore, che era ancora una promessa. Non c’era alcuna cerimonia degli addii.
Le immagini dei camion militari che a Bergamo trasportavano le bare dei morti da contagio verso i crematori ci spaventarono – qualcosa stava andando fuori controllo e le nostre stesse emozioni stavano andando fuori controllo. Pensammo pure a quegli uomini e a quelle donne che erano morti da soli. E pensammo ai figli, ai mariti, ai fratelli e alle sorelle, agli amici di quei morti, cui era stato negato ogni rito del dolore e del lutto. Erano rimasti soli due volte.
Dove si raccolgono, le ultime parole morenti? E l’ultimo respiro, chi lo ascolta? Si muore in incidenti, si muore sotto i ferri, si muore per mano assassina, si muore per ictus o crisi cardiache improvvise, dove va l’ultimo pensiero? C’è sempre il tempo di un ultimo pensiero? Morire tra estranei – che cosa triste.
Nel bel mezzo della vita siamo stati gettati nella morte. Eppure, qui a noi non è accaduto d’improvviso l’impensabile, un drammatico incidente, una casuale fatalità, una catastrofe della natura. Chernobyl, lo tsunami dell’Oceano indiano. Per noi, c’è stata la progressiva pensabilità della morte. A un certo punto, l’imponderabile fu la vita. Le statistiche: contagiati, guariti, Rt. Decessi. A un certo punto, la morte divenne pensabile. Quantificabile. Un numero. A un certo punto, eravamo nella morte tutt’intorno.
Nel Cantico delle creature, san Francesco dice: «Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale / beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male». Cos’è la “morte secunda”? L’assenza della grazia, la vita insistita nel peccato? Si muore due volte, una morte naturale e una morte dell’anima, spirituale? È la dannazione, la nostra seconda morte, eterna come quell’altra, naturale, è stata solo d’un attimo, d’un sospiro? Io credo piuttosto che essa sia la “scordanza” – dimenticarci progressivamente, completamente di quella vita che abbiamo perduto. Si muore due volte, perché noi che restiamo qui, noi che restiamo vivi abbandoniamo i morti. Li abbandoniamo nella loro solitudine. E così, gettiamo noi stessi nella solitudine.
«Un giorno c’è la vita. Per esempio, un uomo sano, neanche vecchio, senza trascorsi di malattie. Tutto è com’era prima e come sarà sempre. Passa da un giorno all’altro pensando ai fatti suoi, sognando solo il tempo che ancora gli si prepara. Poi, d’improvviso, capita la morte. La sua subitaneità non lascia spazio al pensiero, non dà occasione allo spirito di cercare una parola che possa consolarlo. Restiamo soli con la morte, col dato inoppugnabile della nostra mortalità. La morte dopo lunga malattia possiamo accettarla con rassegnazione. Anche la morte accidentale si può attribuire al destino. Ma che un uomo muoia senza causa apparente, che muoia solamente perché è uomo, ci spinge così vicino all’invisibile confine tra la vita e la morte da farci domandare su che lato di esso ci troviamo. La vita si fa morte, ed è come se quella morte avesse posseduto questa vita da sempre». È l’incipit di L’invenzione della solitudine, di Paul Auster. Un uomo muore perché è un uomo, perché – come dice san Francesco – «nullu homo vivente pò scappare». Ma un uomo muore due volte se lo abbandoniamo alla morte. Alla scordanza.
Non importa quanto sia stato “il tempo della morte”, quel tempo di mezzo, quella terra di mezzo in cui non siamo più vivi e non siamo ancora morti. Il tempo è dolore, tutto il tempo è tutto il dolore. Per Joan Didion e Joyce Carol Oates, due episodi apparentemente non gravi che colpiscono i loro mariti si trasformano rapidamente in fatti letali. Per Julian Barnes e Fernando Savater, si tratta invece di una lunga compagnia con la morte in una lotta disperata contro la malattia delle loro compagne in cui si è condannati a perdere. Per John Bayley e Simone de Beauvoir si tratta invece di assistere al progressivo decadimento delle facoltà e delle capacità dei loro compagni (rispettivamente: Iris Murdoch e Jean-Paul Sartre), intelligenze profonde, brillanti e imprevedibili che lentamente si spengono e è come assistere ogni notte alla morte di una stella mentre il cielo si fa più buio.
La letteratura ci ha lasciato diversi “diari del dolore”, brevi registri in cui sono annotate intere vite in comune. André Gorz indirizzò alla sua D. una lunga lettera d’amore in cui tutta una vita assieme si intreccia sullo sfondo di una Europa che si rialza dalle macerie della guerra e cerca speranze, spesso deluse. C.S. Lewis interroga senza sconti la sua fede cristiana, con durezza, senza compiacimento e compatimento. La scrittura non lenisce – semmai aggrava il dolore, che non finisce perché non ha una data di scadenza. Ma il lutto diventa una espressione d’amore e, nella letteratura, un “canone d’amore”. «Dovevo cercare di parlare di lei: non solo della sua perdita, ma di lei viva e palpitante, di ciò che abbiamo vissuto insieme, di tutto quello che mi ha dato e non solo di quello che mi ha tolto con la sua assenza. Dovevo, soprattutto, asciugarmi le lacrime e cercare di avvicinarmi a ciò che è stata lei in sé, alla sua essenza interiore che sono appena riuscito a intravedere e che ho amato ciecamente» – scrive Savater.
In Horcynus Orca di D’Arrigo, Caitanello Cambrìa fa le voci, la sua e quella dell’Acitana, la moglie. Gli fa senso, al figlio ‘Ndrjia che involontariamente origlia, sentire «quella voce smorfiata alla femminina» proferita da un pelle-squadra dei più tosti, asciutto e duro come il legno delle loro barche, spiccio e onesto come il lancio della traffinera per colpire il pescespada. Il pudore non abita più i cuori dei dolenti – «l’intimità è un poco spubblicata», scrive D’Arrigo. La morte di Amalia e il dolore dell’assenza non possono impedire a Caitanello di proseguire la conversazione – «Ci si sposa per proseguire la conversazione», Julian Barnes cita la frase di Ford Madox Ford nel suo Livelli di vita. Come chiunque sia rimasto nell’assenza della propria compagna, Caitanello ricostruisce e perpetua quel loro linguaggio perché solo il linguaggio allontana temporaneamente – per il tempo della sua espressione, nel prolungare la conversazione – la morte.
Chi è rimasto solo viene mangiato dal dolore. Catherine Dunne, scrivendo per la morte del figlio, ricorda come nella lingua urdu esista l’espressione ghum khaur, mangiatori di dolore, la comunità che si raccoglie intorno chi ha subito un lutto e ne assorbe il dolore. Che si presenta in forme diverse – a volte è “una cosa con le piume”, un corvo saggio e dispettoso, come per Max Porter.
È la solitudine a divorarci, lentamente. Mentre sopravviviamo. Mentre sopravviviamo alla pandemia. Mentre proviamo – come scrive Elsa Morante in Addio, per Bill Morrow – «a farci perdonare l’indecenza di sopravvivere». E noi che non possiamo raccontare la nostra propria morte, perché ogni pensiero e ogni racconto, ogni parola muore dentro la propria morte, possiamo però pensare la morte degli altri. Raccontare la morte degli altri, e dare senso alla nostra sopravvivenza, alla nostra ”collettiva” solitudine.
Possiamo suonare la nostra fisarmonica.

Nicotera, 14 giugno 2021.
pubblicato su “il domani”, quotidiano del 16 giugno 2021.

Pubblicato in società | Lascia un commento

Astrazeneca, nuovo caos, dopo la morte di Camilla.

Camilla Canepa, diciott’anni, aveva ricevuto il vaccino il 25 maggio nel corso di un Open Day a Genova. Il 3 giugno era andata una prima volta in pronto soccorso con cefalea e fotofobia: era stata sottoposta a Tac e esame neurologico, entrambi negativi, e era stata dimessa con raccomandazione di ripetere gli esami del sangue dopo 15 giorni. Il 5 giugno, però, è tornata in pronto soccorso con deficit motori. Sottoposta a Tac cerebrale “con esito emorragico” era stata trasferita nel reparto di Neurochirurgia. Il 6 giugno Camilla era stata operata dapprima per la rimozione del trombo e poi per ridurre la pressione intracranica. Nei giorni successivi la situazione in rianimazione era però rimasta tragicamente stabile.
Ieri è morta.
Alle 19.18 le agenzie di stampa battevano la notizia della morte di Camilla.
Alle 20.21, sempre sulle agenzie, giungeva la notizia della circolare dell’Assessorato regionale alla Salute della Regione siciliana con cui si disponeva l’immediata sospensione in via cautelativa del vaccino Astrazeneca per i pazienti sotto i 60 anni.
Le Regioni che avevano puntato su Astrazeneca per organizzare gli open day aperti ai giovani vanno nel caos: un previsto open day con AZ viene revocato a Napoli; sospensione “precauzionale” anche in Umbria; l’Usl della Valle d’Aosta decide allo stesso modo; anche il Lazio sospende l’open week agli over 18 con AZ; in Emilia-Romagna gli Open Day già programmati si faranno solo con la somministrazione di Pfizer e Moderna.
Il ministro della Salute Roberto Speranza, rispondendo al question time al Senato, ricordava come oltre due mesi fa, lo scorso 7 aprile il ministero, con una circolare, avesse «già raccomandato l’uso preferenziale del vaccino AZ agli over-60 e Aifa (l’Agenzia del farmaco) ha ribadito che il profilo beneficio-rischio è più favorevole all’aumento dell’età». Il presidente della Liguria Giovanni Toti dichiara: «La possibilità di utilizzare AstraZeneca per tutti su base volontaria non è un’invenzione delle Regioni o di qualche dottor Stranamore; è suggerimento che arriva dai massimi organi tecnico-scientifici per aumentare le vaccinazioni, e quindi evitare più morti». E pubblica sulla pagina istituzionale facebook la lettera inviata il 12 maggio dal Comitato tecnico-scientifico alle Regioni: «Il Cts non rileva motivi ostativi a che vengano organizzate dalle differenti realtà regionali iniziative, quali i vaccination day, mirate a offrire, in seguito ad adesione/richiesta volontaria, i vaccini a vettore adenovirale a tutti i soggetti di età superiore ai 18 anni».
Oggi sappiamo che Camilla soffriva di piastrinopenia autoimmune familiare e assumeva una doppia terapia ormonale. Ma l’8 giugno a Genova era emerso il caso di un’altra giovane, una donna di 34 anni di Alassio vaccinata lo scorso 27 maggio con la prima dose di AstraZeneca e ricoverata presso l’Ospedale Policlinico San Martino di Genova con un livello basso di piastrine nel sangue: si era recata all’ospedale per il forte mal di testa. E il 4 aprile scorso era morta, sempre a Genova, una giovane insegnante genovese di 32 anni, che era stata vaccinata con AstraZeneca il 22 marzo nel corso della campagna vaccinale per i docenti e l’autopsia aveva confermato un quadro “trombotico ed emorragico cerebrale” come causa del decesso. In Liguria, viene sospeso in via cautelativa il lotto ABX1506 di AstraZeneca.
Il Comitato tecnico-scientifico si orienta per una raccomandazione «rafforzata» di utilizzare il vaccino di Astrazeneca per i soggetti con più di 60 anni. Gli esperti pensano a una riorganizzazione complessiva della campagna vaccinale, quindi anche della somministrazione delle diverse tipologie di vaccino a seconda delle età, alla luce del mutato quadro epidemiologico.
Improvvisamente, siamo gettati di nuovo nello smarrimento, e ritorna la diffidenza. L’accelerazione che si era imposta nella vaccinazione di massa che “saltava” ormai la progressione dell’età (a Torino, un Open night hub con tanto di dj set e mille giovani in fila tra musica disco e fiale di vaccino) improvvisamente si blocca. Dobbiamo tornare a ripensare tutto.
La scienza ha compiuto un miracolo, ma è stato un miracolo troppo veloce. La ricerca ha bisogno di tempo, ha bisogno di sperimentazione, ha bisogno di ripetere più e più volte nelle stesse condizioni un esperimento e verificare che i risultati siano sempre i medesimi, ha bisogno di cogliere gli effetti collaterali, provare a ridurli, e solo allora può fare un calcolo rischi-benefici. La scienza ha bisogno di dati e statistiche – ma gli uni e le altre significano tempo. E noi tempo non ne avevamo.
Noi avevamo capito presto quello che sapevamo da sempre: nell’irrompere del contagio, l’unica cosa che può fermarlo è il confinamento. Chiudere tutto. Era successo nella Grande peste, nelle ricorrenti infezioni da colera, nella Spagnola: sprangare, limitare ogni movimento. Se non c’è mobilità, se non c’è socialità, i focolai rimangono isolati e il contagio non si diffonde. Dal Medio evo a oggi – questa era l’unica consapevolezza “scientifica”. Una misura politica cioè. Qualcosa che rispondeva istintivamente al nostro terrore. Sapevamo però pure che sarebbe stato impossibile “chiudere il mondo” per un tempo indefinito e l’unica risposta scientifica che avevamo era il vaccino. Il vaccino ci avrebbe permesso di tornare alla normalità, alle fabbriche, agli uffici, agli amici, al ristorante, alla vita quotidiana. Il vaccino avrebbe fatto il miracolo.
Così, appena si è scoperto un vaccino ci abbiamo dato dentro – il “modello cinese” che tutti guardavamo con ammirazione, cioè la capacità di “confinare” intere aree geografiche senza che neanche uno spillo ne uscisse, lasciava il posto al “modello inglese” e al “modello israeliano”: quelli sì, che vaccinavano come treni. Progressivamente, anche i più riottosi se ne andavano convincendo, magari con qualche incentivo: negli Stati uniti si festeggiava la prima vincita di un milione di dollari alla “lotteria dei vaccinati”, Vax-a-Million, con un’impennata di vaccinazioni del 94 percento tra i 16 e 17 anni, del 46 percento tra i 18 e 19 anni; in Israele ti davano una pizza gratis se ti facevi vaccinare; sempre negli Stati uniti addirittura si davano spinelli: “Joints for jabs”, la campagna di successo, Ohio, New York, Maryland, Oregon e Colorado. Alla fine, anche le diffidenze più ostili, le diffidenze più ideologiche, sembravano vacillare sotto i colpi degli “incentivi”, dei premi. Tornava l’obbedienza: vuoi andare all’estero, hai prenotato per la Spagna, le Seychelles? Vaccinati. Un’intera ultima classe di un Istituto superiore di Treviso si vaccinava tutta insieme perché aveva deciso di trascorrere tutta insieme le vacanze dopo l’esame di stato a Mykonos. Improvvisamente, la vaccinazione tra i giovani diventa compulsiva.
Qualcuno si fa prendere la mano: vacciniamo i bambini dagli otto ai dodici anni, così torneranno a scuola tranquilli. Gli “esperti” ovviamente, si dividono subito, tra chi è largamente favorevole, tra chi è ostinatamente contrario, tra chi cambia idea a seconda del talk-show in cui si presenta e viene consultato. Se ci sono ancora fasce di over 60 e addirittura 0ver 80 che non sono stati raggiunti dalla campagna di vaccinazione – e i numeri dei decessi benché tendano a diminuire sono ancora lì – perché correre a inseguire i più piccoli con la siringa in mano?
A tutt’oggi, del vaccino non sappiamo propriamente tutto: “l’elastico” dei giorni di copertura e di attesa tra una dose e l’altra e se un vaccino vale l’altro è una di queste cose. Siamo in piena “rolling review”, una revisione continua – cioè facciamo la valutazione scientifica del funzionamento del vaccino proprio mentre pratichiamo la vaccinazione di massa.
Forse non avevamo altra strada. Ma saperlo dovrebbe farci sempre prudenti.

Nicotera, 11 giugno 2021.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 12 giugno 2021.

Pubblicato in società | Lascia un commento