Finale europea e amici inglesi: dateci un’altra Brexit.

Sono cresciuto a figurine dei calciatori che ci giocavamo “a soffio” sui gradini della chiesetta che erano il centro di gravità permanente della nostra banda di ragazzini e a «Il calcio illustrato». Che era una rivista che aveva visto la luce negli anni Trenta e era continuata fino ai Sessanta, dove le cronache delle partite della nazionale azzurra dalla notte dei tempi erano accompagnate da una documentazione fotografica spettacolare, a modo suo una innovazione incredibile, e che papà aveva accumulato da giovanotto in poi, e che io studiavo giorno e notte – da quando avevo scoperto che c’era stato un attaccante che portava gli occhiali, Annibale Frossi, che aveva vinto le Olimpiadi del ’36, e perciò potevo sperare pure io.
Tutte le partite giocate dagli azzurri erano state, ciascuna a modo suo, storiche, e io da piccolo italiano me le bevevo tutte, quelle gesta eroiche. Una mi era rimasta impressa particolarmente, quella dei “leoni di Highbury”. Ora, dovete sapere che gli inglesi hanno la puzza sotto il naso da mo’, non è che è cominciata con la Brexit – e nel calcio poi non ne parliamo, che l’hanno inventato loro, che gli altri non sapevano quello che facevano e bla bla. Manco ci giocavano nei tornei con le altre nazionali, non si degnavano. E chiunque fosse andato a giocare da loro se ne era tornato a casa con le pive nel sacco, neanche mai un pareggio si era strappato. Accade così che gli inglesi ci sfidano, a noi che eravamo freschi campioni del mondo. E fissano la data per novembre – è la sfida del secolo. Pozzo fiuta la trappola: a novembre i campi sono invasi di nebbia e pioggia e si gioca nel fango, e loro ci sono abituati, ma per noi una iattura; vorrebbe rifiutare ma non può. Così il 14 novembre del 1934, gli azzurri campioni del mondo si recano a Londra per sfidare la formazione inglese; teatro prescelto per la contesa è lo storico impianto di “Highbury”, tempio dell’Arsenal. Neanche dodici minuti e gli inglesi hanno fatto tre gol e Ceresoli ha dovuto parare un rigore e Luisito Monti è fuori perché un pestone gli ha spappolato l’alluce. In dieci, Pozzo riorganizza la squadra che non molla e tira fuori l’orgoglio: tre a uno, tre a due, e poi sfioriamo pareggio e soprasso. Perdiamo ma a testa alta. Un trionfo.
Da allora li abbiamo affrontati altre volte – in un’amichevole nel 1939 a San Siro Silvio Piola si aggiustò la palla con la mano e segnò, anticipando “la mano de Dios” di Maradona in Messico 1986 – e ogni volta è stata una battaglia. Nulla lascia presagire che anche stavolta non sarà così.
Chi aveva capito tutto è Mario Draghi che, a margine di un incontro con Angela Merkel il 22 giugno, aveva dichiarato senza troppi giri di parole: «Ho intenzione di adoperarmi perché la finale non si faccia in un paese dove i contagi stanno crescendo rapidamente», adombrando la possibilità di spostare la finale da Londra a Roma. Ovviamente, a stretto giro di posta era arrivata la risposta dell’Uefa, che aveva chiesto al governo inglese di aumentare a 65mila spettatori la capienza di Wembley in vista delle due semifinali e della finalissima: «Non ci sono piani per cambiare la sede delle partite». Draghi “prevedeva” – speriamo che ci azzecchi pure sulla crescita del PIL – che la finale sarebbe stata Italia-Inghilterra e, di sicuro, era meglio giocarsela all’Olimpico che a Wembley. Che sarà una bolgia infernale di tifo inglese.
Fosse stata, che so, Inghilterra-Germania la finale, si sarebbe usata a iosa la metafora della “battaglia d’Inghilterra”, la campagna dell’aeronautica tedesca, la Luftwaffe, per piegare la Gran Bretagna che però riuscì a resistere grazie alla capacità dei caccia della Royal Air Force – la Germania pagò un prezzo enorme in aerei e piloti, la pima vera svolta della Seconda guerra mondiale.
Invece, in Italia la partita evoca il mitico Secondo tragico Fantozzi che si prepara di sabato sera proprio a assistere a una Italia-Inghilterra, con il suo pigiamone di flanella, la frittatona di cipolle, la birra formato familiare e “rutto libero”, e invece viene chiamato dal collega Filini perché il capo, Guidobaldo Maria Riccardelli, fanatico di cinema d’essai, ha convocato tutti gli impiegati come di solito per propinargli una proiezione molto particolare: «Dobbiamo immediatamente andare a vedere un film cecoslovacco, ma con sottotitoli in tedesco!» – dice Filini. Il film è poi La corazzata Kotiomkin, evidente richiamo alla Potiomkin di Ejzenstejn. E Fantozzi, disperatamente, mentre si srotola la scena della carrozzina giù per le scale, cerca di carpire qualche informazione sull’andamento della partita – «Si diceva che l’Italia stava vincendo per 20-0 e che aveva segnato anche Zoff di testa su calcio d’angolo» – finché preso per la prima volta il coraggio a due mani al momento del dibattito grida: «La corazzata Kotiomin è una cagata pazzesca!» Urla di liberazione, la rivolta degli schiavi.
Ma questa è solo una partita di calcio. Gli inglesi non vincono un torneo internazionale dal lontano 1966, proprio a Wembley contro la Germania ovest, noi non vinciamo un Europeo dal lontano 1968. Entrambi i trofei vinti in modo rocambolesco: gli inglesi con un gol convalidato che non aveva superato la linea di porta e noi con la monetina in semifinale che ci fece passare sui russi.
Ma non è mai solo una partita di calcio.

Nicotera, 9 luglio 2021.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 10 luglio 2021.

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Addio Raffaella, imperatrice della tv italiana.

Sangue romagnolo e siciliano nelle vene – una miscela esplosiva, il quid. E questo era Raffaella Pelloni, in arte Carrà, una esplosione: un cambio di cognome che venne in mente a un regista che, dato che il nome richiamava Raffaello lo si poteva far seguire dal cognome mutuato dal pittore Carrà – una genialata che funzionò. «The Guardian», recensendo l’anno scorso il film Explota Explota, una commedia musicale di produzione italo-spagnola ambientata alla fine del regime di Franco tutta intessuta dalle canzoni di Raffaella Carrà, titolò: Raffaella Carrà: the Italian pop star who taught Europe the joy of sex. Forse è per questo “insegnamento” che nel 2020 l’ambasciatore di Spagna le consegnò, a nome del re Felipe VII, l’onorificenza di Dama «al Orden del Mérito Civil». In un paese cattolicissimo come la Spagna, l’intrattenimento, lo spettacolo, le canzoni, i balletti dovevano “guerreggiare” per i centimetri delle lunghezze delle gonne o le profondità delle scollature, dove poi finiva per piazzarsi immancabilmente un fiore finto.
Ma noi non eravamo castigati di meno, eh. L’ombelico di fuori – il primo ombelico! – era stato “disegnato” da un costumista Rai, e Raffaella lo indossò tranquillamente, le ragazze “fuori” andavano già in giro così. Apriti cielo! E quando ballò il “Tuca tuca” insieme a Enzo Paolo Turchi, la Rai sospese («indecente, troppo sexy, non adatta al pubblico del sabato sera»), poi ci ripensò. Ma lei e Turchi dovettero guardare dentro la telecamera per oltre metà del balletto, per non lasciar pensare che quelle mani che “toccavano” chissà cosa stessero combinando.
Perciò, ripercorrere la storia di questa ragazza straordinaria, dalla professionalità fuori del comune, è ripercorrere la storia della televisione italiana, che è un po’ ripercorrere i costumi degli italiani, come si sono modificati dagli anni Sessanta in poi. Lei era andata in America, e per un mese, tutte le sere, andava a vedere Hair. Quando tornò in Italia aveva già pensato a un suo ruolo. Cantava, ballava, conduceva – una cosa che non s’era vista mai. E faceva tutto benissimo, lei che in realtà voleva fare l’attrice, e a Roma era venuta al Centro sperimentale di cinematografia, e aveva anche interpretato diverse piccole parti, qui e là, ma film importanti, con Monicelli, Florestano Vancini, persino una produzione internazionale con Frank Sinatra. Ma la sua strada era lo show.
Nel 1974 diceva: «Non mi ispiro a nessuno: parlo ai bambini, ai papà che guardano lo sport, alle mogli, quindi agli italiani che guardano la TV. famiglie». E era così, eppure fu la prima icona pop e la prima icona sexy. «The Guardian» dice che dipendeva da un mix di sensualità e accessibilità. La cosa è che piaceva alle donne – e se conquisti il cuore delle casalinghe, da Trieste in giù, vuol dire proprio che sei il numero 1. «l’Espresso» riassunse così, negli anni Ottanta, la sua popolarità: «Più applaudita di Pertini, più costosa di Michel Platini, più miracolosa di Padre Pio». Era la Trinità che fonda lo spirito italiano.
Lei, in più, era anche diventata una icona gay, forse per le mossette, forse per il caschetto – «I colpi della testa erano per mostrare la libertà dalle lacche» – forse per la sua tolleranza esibita: «Da ragazza uscivo solo con amici gay, non rischiavi che ti palpeggiassero al cinema».
Eppure, era andata via dall’Italia – accadde nel 1979, dopo che durante i lunghi giorni del sequestro Moro lei voleva interrompere il suo show del sabato sera ma la Rai non voleva perdere i suoi 30 milioni di ascoltatori e non lo concesse – «Mi vergognavo così tanto che non sono tornata per molto tempo», raccontò anni dopo. Andò in Spagna, in Argentina. Ha venduto sessanta milioni di dischi nel mondo, ha ricevuto ventidue dischi d’oro e di platino – un successo planetario, anche nel mondo anglosassone.
Quando tornò pian piano ritornò nelle nostre case – un programma all’ora di pranzo con il gioco dei fagioli che fece un successo strepitoso, e poi «Carramba», il cui format venne riprodotto nel mondo. Raffaella era nei nostri cuori – e da lì non s’era mai mossa.
Ha affrontato la malattia improvvisa con estremo riserbo – quasi non volesse addolorarci. E le sue ultime disposizioni – una bara di legno grezzo, l’urna per le ceneri – dicono di una donna genuina, autentica. Ecco, forse era questo il suo ”segreto”: nel rutilante e spesso ipocrita mondo dello spettacolo aveva portato non soltanto la sua freschezza e il suo talento – ma una genuinità autentica.
Ci mancherai.

Nicotera, 5 luglio 2021.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 6 luglio 2021.

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