Finiremo come il Belgio senza governo per 540 giorni? Non è poi così male. Intanto, un referendum sull’euro e l’Europa

papandreuPrima del voto, avevo scritto così: «Bersani ha conquistato il partito, che sarà il primo per numero di voti, ma non avrà una maggioranza tra Camera e Senato autosufficiente per governare; Berlusconi non vincerà ma proverà a far pesare tutto quanto rastrellerà per uno sgoverno o un suo ruolo; Grillo prenderà una buona fetta di elettorato; Monti se vuole avere un ruolo lo potrà avere solo subalterno al Pd, o sperare nella immoral suasion dell’Europa di Bruxelles. Qui stiamo. Non tutto è definito, ma i risultati saranno questi». Carta canta, si può confrontare qui: https://lanfrancocaminiti.wordpress.com/2013/02/23/il-mio-endorsement-per-il-voto/ Non ho azzeccato per nulla le percentuali, in un gioco tra amici, ma la lettura del quadro politico invece sì, in pieno. E per sovramercato, potete anche leggere quanto scrissi nel settembre 2012, sei mesi fa, prima delle primarie di Renzi, di Monti in campo, della rivoluzione civile di Ingroia, in un pezzullo dal titolo: Dopo il voto si voterà di nuovo, proprio qui: http://www.glialtrionline.it/2012/09/04/dopo-il-voto-si-votera-di-nuovo-come-in-grecia-ecco-i-risultati-di-un-nostro-sondaggio/ Anche perché il “peso” della protesta e della richiesta raccolta da Grillo somiglia tanto a quella raccolta da Syriza.
Non è per fare lo sborone — diciamo che ho avuto culo —, anzi qui voglio dire proprio il contrario: non ho la più pallida idea di quel che potrà accadere e non sono né tra quelli che si strappano i capelli perché saremo sbranati dai mercati né tra quelli che giudicano la situazione eccellente perché grande è il disordine sotto il cielo [anche se trovo un tantinello reazionario questo criterio della ingovernabilità, come se fosse colpa degli elettori, rammentando Mussolini: «Governare gli italiani non è impossibile, è inutile»].
Credo che sarebbe legittimo che Bersani provi a fare un governo, forte dei numeri alla Camera, per una legge mostruosa ma tant’è, e si cerchi i voti in Senato, trattando di volta in volta provvedimenti e testi e soluzioni. Una cosa che potrebbe anche essere normale, se si puntasse peraltro a provvedimenti chiari e netti e comprensibili, e si imputasse chiaramente quali interessi e ostilità li bloccano: per dire, un modo con cui Obama ha battagliato in Congresso contro i repubblicani, a esempio sul Medicare e sulla liquidità monetaria da immettere, andandoci poi a vincere clamorosamente le elezioni. Credo pure che sia difficile che questo accada, si tenderà al ribasso e al compromesso antistorico, e che il quadro più probabile sia un periodo di stallo — complice il semestre bianco —, con una semiparalisi generalizzata, finché forse una qualche maggioranza salterà fuori senza che si debba obbligatoriamente passare per nuove elezioni. Insomma, quel che è successo in Belgio — dove la divisione territoriale era fortissima, e al momento in cui scrivo non si sa se l’ipotesi della macroregione padana abbia una qualche credibilità, il che complicherebbe il quadro —, dove alla fine non se la sono cavata poi così male.
Il punto politico però è un altro, e di questo vorrei parlare: una maggioranza politica, in percentuale dei votanti — tra Berlusconi, Tremonti, Maroni, e il 5 stelle — e aggiungendo l’astensione che certo non può essere calcolata come appartenesse al senso di responsabilità verso l’Europa e i mercati, già c’è e è contro l’euro. Questo è il dato politico più importante di queste elezioni, non le promesse fasulle o gli scandali o il rancore sociale contro il sistema dei partiti — questa lettura, che è pure reale, sta ancora dentro il politicismo. Il dato sociale dietro il voto è il malessere, le aziende che chiudono, la disoccupazione che sale, i giovani e le donne che non entrano nel mercato del lavoro, i consumi che si assottigliano, i risparmi che si erodono, l’incertezza paurosa non del domani, ma di quello che succede oggi pomeriggio, stasera, quando si fanno i conti per vedere cosa è prioritario pagare domattina, quale scadenza, quale mutuo, quale bolletta, e posticipare l’asilo, la palestra, il parrucchiere, quel mobile o quel vestito con lo sconto.
E però, comunque la si voglia mettere, questo voto non è stato dettato dalla paura, ma dalla speranza, cosa che a me sembra un elemento straordinario di maturità e di tenuta democratica del popolo italiano. Da una richiesta di ricette, di iniziative, per risollevarsi dalla crisi. Forse lo si capisce di più specularmente, perché l’altro dato politico rilevante è la sconfitta di Monti, nonostante i Montezemolo, gli Scalfari, i peluche per il nipote e il cagnolino della Bignardi: dicono, quelli del partito di Repubblica, che è normale che ce la si prenda col medico che ha dato una ricetta tosta per salvarsi dalla malattia, ma la realtà è che Monti si è rivelato un veterinario a cui ci si è rivolti per salvare le nostre vacche dalla moria ma con la sua cura ci ritroviamo con più vacche morte, e quelle che si sono salvate appartengono agli allevamenti più ricchi, e questo non è certo apprezzato da chi si ritrova sul lastrico o indice di scienza tecnica, tanto valeva lasciare fare alla natura, che è più equa. Punto, anzi punto e virgola.
Qualunque proposito di uscire dalla crisi non può che fare i conti con la sovranità monetaria e fiscale, con la bilancia dei pagamenti e con il debito pubblico. Qualunque promessa folle o qualunque ricetta responsabile non può che ancorarsi a questo elemento sovradeterminante dell’euro e di questa Europa unita. Ora qui non voglio tirare verso una soluzione, una ricetta — anche se una mia ce l’ho, la vado ripetendo da dieci anni, e vedo che da un po’ di tempo in tanti ci si vanno spostando, anche qui carta canta, per chi ne avesse voglia: http://www.lanfranco.org/articoli.php?id=249 —, credo piuttosto che sarebbe fondamentale affidarsi alla decisione degli italiani. Solo un referendum, quello che il Pasok e Papandreou non riuscì a compiere, fatto fuori dalla troika, può essere vincolante, fare scontrare opinioni diverse, soluzioni diverse, proposte da attuare a breve giro e in un percorso faticoso. Perché il periodo referendario — anche col quorum, che ce ne sarà una valanga di voti, altro che astensionismo d’adesso come mai visto nella storia repubblicana — dovrebbe trasformarsi in un grande dibattito pubblico sulla questione, fornendo agli italiani dati, idee, modelli, parametri, paragoni, regole, volontà politica. Perché la scelta, qualunque scelta, non venga adombrata come un salto nel buio o governabilità e responsabilità verso i mercati, ma come un bagno di democrazia, in cui il governo dell’economia è centrale perché orientato alla soddisfazione dei bisogni e alla costruzione di opportunità per sempre più cittadini.
Dal punto di vista storico, per la nostra giovane democrazia, sarebbe come scegliere nel 1946 referendum tra repubblica o monarchia: alla fine, pur se con un risultato risicato, il paese tenne e si avviò verso la ricostruzione.

Nicotera, 26 febbraio 2013

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Il mio endorsement per il voto

Beh, il mio endorsement l’ho già fatto tempo fa, voto per Grillo [per chi ne avesse voglia, lo motivo qui: https://lanfrancocaminiti.wordpress.com/2013/02/04/perche-penso-di-votare-5-stelle/, pubblicato da «Gli Altri», 1 febbraio].

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Adesso provo a sbilanciarmi sui risultati.
Penso che il risultato di queste elezioni si sia in buona parte già deciso con le primarie del Pd. Renzi, comunque lo si voglia giudicare, era l’unico possibile candidato premier in grado di “attraversare” tutti gli schieramenti e anche l’astensionismo, era l’unico “attore” capace di rimescolare le carte, di acquisire cioè voti anche nel campo avverso [gli è stata rinfacciata come una colpa: e come altrimenti si vincono le elezioni?] e simpatie anche nell’indifferenza. Insomma una innovazione nel quadro politico italiano, ingessato da berlusconismo–antiberlusconismo. E, per chi non ne poteva più di questo bipolarismo riduttivo, una liberazione.
La sconfitta di Renzi, e cioè la “conquista” di Bersani del proprio partito grazie anche al patto con Vendola — che però così ha anche rinunciato a un ruolo autonomo di giocatore a tutto campo, procrastinandolo a momenti migliori — ha avuto il suo peso nel rimettere in gioco Berlusconi [che con difficoltà si sarebbe battuto contro Renzi con il refrain dell’anticomunismo che galvanizza i suoi] e ha spostato anche una parte di quella fetta di attenzione che il sindaco di Firenze si era conquistato verso Grillo: se qualcuno ha la pazienza di ripercorrere dichiarazioni e sondaggi si vedranno le coincidenze tra l’esito delle primarie, la decisione di Berlusconi, fino a quel momento sornione, e la nuova impennata di Grillo che per mesi era dato in caduta. Insomma, le vere novità — l’ascesa in politica di Monti non mi ha sorpreso, mi è sembrata una continuità di un anno di governo — di questa campagna elettorale.
Risultato in buona parte già deciso: Bersani ha conquistato il partito, ha cioè, grazie anche alla discesa di Berlusconi, non acquisito voti in uscita ma lo ha mantenuto compatto, senza oscillazioni o evaporazioni, che sarà il primo per numero di voti, ma non avrà una maggioranza tra Camera e Senato autosufficiente per governare; Berlusconi non vincerà ma proverà a far pesare tutto quanto rastrellerà per uno sgoverno o un suo ruolo; Grillo prenderà una buona fetta di elettorato; Monti se vuole avere un ruolo lo potrà avere solo subalterno al Pd, o sperare nella immoral suasion dell’Europa di Bruxelles. Qui stiamo. Non tutto è definito, ma i risultati saranno questi. Rimane, e non è secondario e come sempre è un dato imperscrutabile, il risultato della Lega — l’unica, con Grillo, a presentare un programma “mononota”, cioè il 75 percento delle entrate fiscali sul territorio — e quindi l’effetto e il ruolo politico di contrattazione e conflitto di una eventuale macroregione “padana”.
Ora, siccome queste note sono su Grillo e il Movimento 5 stelle vorrei parlare di questo, a partire dall’ostilità fortissima che a sinistra si è radicata. L’ho detto un po’ di tempo fa: questo tempo politico ha al centro “il sistema dei partiti”, come gli anni Novanta furono caratterizzati dalla questione territoriale — lo scollamento delle unità nazionali forzate dopo il crollo dell’impero sovietico che mentre in Germania si riunificavano nel resto d’Europa si frantumavano —, interpretata poi dalla Lega come frattura nord/sud. Chiunque sarà chiaro e semplice su questo avrà più opportunità di rappresentare la pancia e a testa dell’elettorato. La sinistra non lo è stata e forse, costitutivamente, non poteva esserlo.
La differenza però è sostanziale, e non è solo una successione tematica: mentre la questione territoriale, o neonazionale, è “europea” — dai Veri finlandesi ai fiamminghi del Vlaams Belang, dalla Catalogna alla Scozia, dai cechi ai polacchi agli ungheresi, e sinora per lo più declinata in modo orribile anche per le paure storiche che suscita — la questione del sistema dei partiti, dell’antipolitica è “americana”. È il Tea Party che ha interpretato con più veemenza l’opposizione al governo federale e a Washington. Che i suoi candidati abbiano poi deciso di diluirsi nell’establishment repubblicano — che pure avevano tampinato o sbertucciato — e che in buona misura Obama sia riuscito, con la sua leadership, con il sostegno di Wall Street e con argomentazioni fortissime e capacità di raggranellare ancora speranze, ma soprattutto voti utili a prescindere contro il Gop, a “neutralizzarli”, è una buona notizia. Però, le questioni di quel movimento — il peso eccessivo quando non l’ingerenza e il soffocamento delle libertà individuali da parte di uno Stato cresciuto a dismisura e “costretto” dalla crisi a crescere ancora — non sono mica scomparse.
Un punto è questo: la sinistra italiana si identifica con lo Stato. Lo Stato è visto — sia in una lettura cinica, sia in una lettura progressiva e progressista — come il regno proprio dell’autonomia del politico e la barriera di civilizzazione contro l’immediatezza della società civile. Per contro, ogni attacco all’autonomia del politico — quindi al sistema dei partiti, identificato tout court dalla sinistra, con radici storiche dopoguerra, con la democrazia italiana — è barbarico, pericoloso, di destra, populista e via così. È, ogni attacco, letto come nient’altro che il presupposto di ogni privatismo, di ogni sfrenatezza individualista, di ogni accaparramento, di ogni sopraffazione: la lettura della società è rimasta ferma a Hobbes, aggiornata a Weber, e quando tende a andare oltre [La filosofia dei beni comuni, di Laura Pennacchi] rimane comunque una “cosa” da tutelare, da “mediare”, con una aporia teorica irresolubile: perché se la società è invece buona è stata dominata da una maggioranza cattiva?
Ora, non è che questa lettura della civilizzazione dello Stato sia peregrina —ha funzionato per tutto il dopoguerra nei nostri gloriosi trent’anni di compromesso tra socialdemocrazia e capitale —, o che nell’antistatualismo non ci sia — come, per esempio, negli Stati uniti c’è — anche una componente fortemente di destra, diciamo meglio: neoliberista. Sia nello spessore teorico — von Hayek, per dire — sia nella volgarizzazione mercatista e monetarista, cioè finanziaria. Il problema è se questa dimensione progressiva dello Stato non sia ormai tutta consumata e se esistono, ravvicinati, spazi politici e finanziari, dato che quella dimensione progressiva è imperniata sulla gestione del debito, per rilanciarla, che poi sembra tutta la scommessa del Pd. Se insomma questo ruolo di regolazione del pubblico che “giustifica” la pervasività d’occupazione del sistema dei partiti non sia piuttosto diventato parassitario, dove il problema non è mandare gli onesti al posto dei disonesti, non sia insomma entrato a far parte di quello che gli americani chiamano i takers [quelli che prendono] rispetto ai makers [quelli che fanno]. In realtà, dell’impossibilità di rilanciare un ruolo progressivo dello Stato è ben cosciente il Pd ma è tutta la sua mission: rimane perciò l’occupazione del pubblico da parte del sistema dei partiti.
Il punto, secondo, è che la lettura “populista” dell’attacco all’autonomia del politico non si attaglia per nulla al Movimento 5 stelle, dove una coscienza civica dell’impegno sembra prevalere sulla dimensione privata, dove una scrupolosa ossessione delle regole sembra fare aggio rispetto la deregulation, dove l’intersoggettività, magari rozzamente o ingenuamente virtualizzata nella rete, è un valore importante, dove forme elementari di democrazia sono premiate come istituzioni forti da preservare e rafforzare. Altro che antipolitica, io parlerei piuttosto di iperpolitica, di arcipolitica. Insomma, benché tutti i presupposti del movimento italiano, italianissimo — perché scomodare Giannini e l’Uomo qualunque, quando ci sono tratti che ricordano piuttosto la prima Rete di Leoluca Orlando, il movimento dei sindaci, alcune battaglie radicali, la Forza Italia “liberale”, la Lega che amministra, il movimento open source — nonché americanissimo, del 5 stelle potevano vederne una declinazione di destra, nel senso “forte” del termine, invece sembra prevalere una declinazione civile. In realtà una “destra politica” in Italia in grado di tesaurizzare questa crisi non c’è più e, paradossalmente, a distruggerla è stato Berlusconi.
Provo a fare una metafora paradossale, per capire il perché della “sorprendente” declinazione civile e democratica del 5 stelle: il movimento polacco Solidarnosc non era un movimento progressivo, a parte una venatura di teorici e sindacalisti trotzkisti, impregnato com’era di religiosità “arcaica”, primordiale, a petto della laicità di uno Stato socialista; a sinistra, con eccezione di qualcuno illuminato o interessato, se ne pensava tutto il male possibile, tra tonache, soldi della Cia e complotti destabilizzanti. Eppure, quel movimento era, nei risultati, non solo “storico”, presente nella storia — contrariamente all’antistoricismo delle sue componenti ideologiche — ma innovativo e democratico. Voglio dire, il movimento 5 stelle è democratico perché ciò contro cui combatte — il sistema dei partiti diventato stato — è retrogrado. E non ha molte opportunità di cambiamento ma un’inerzia di gravità che lo spinge a reiterarsi.
In questo senso, è inimmaginabile qualsiasi rapporto futuro tra Pd e Movimento 5 stelle, tranne la ricerca parlamentare di loro “Scilipoti”, per il bene del paese, per non precipitare nel baratro, per senso di responsabilità internazionale. Ci sentiranno da quest’orecchio?
Bene, vediamo che succederà dopo il voto, tra pochi giorni. Forse la mia è solo una lettura ingenua e ottimista, ma non fatemene una colpa, che già in famiglia mi danno addosso tutte le mattine. Sarà importante vedere come si evolverà il 5 stelle, nelle sfide che troverà davanti: potrebbe anche implodere, certo, frantumarsi, senza che il leaderismo di Grillo faccia argine e collante.
Per chi, come me, ha a cuore altre declinazioni del presente, non avendo in campo un proprio cavallo l’unica è sperare che le corse non siano finite e che i risultati consentano di tenerle aperte.

Nicotera, 21 febbraio 2013

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