L’eterno fantasma della guerra torna nel cuore dell’Europa.

Papà, che era andato giovanissimo volontario in Africa e fu poi catturato dagli Inglesi, comandava un piccolo gruppo di Ascari. Di loro, mi raccontava con stupore e rispetto, il coraggio in combattimento, e anche una certa bizzarria: se capitava uno scontro a fuoco, dai ripari da dove sparavano, quelle “teste matte” di Ascari volevano schizzare fuori e andare a inseguire la pallottola, per vedere dove impattava sul corpo del nemico – come fosse una qualunque zagaglia, e lui doveva faticare per tenerli giù. Dei suoi racconti, mi restava quest’idea della guerra come una cosa ancora “umana”. Che si tocca con il dito.
Ma forse, è proprio dei sopravvissuti, dei veterani, dei narratori, dei reduci – è la parola, il racconto a rendere ancora umana la guerra. Quanta straordinaria letteratura ha prodotto il primo conflitto mondiale! Ma umana, la guerra non lo è più da tempo. E il Novecento, con le sue due guerre mondiali, con il bombardamento di Dresda e l’atomica su Hiroshima e Nagasaki, con la sua potenza pronta a evocare in terra l’Apocalisse ha reso ormai fuori da ogni controllo. Se scoppiasse una nuova guerra mondiale, sarebbe la fine del mondo. Questa consapevolezza non ci impedisce di destinare agli armamenti e a tecnologie sempre più sofisticate ovunque nel mondo una quota di risorse sempre più consistente – e non ci impedisce di farla, la guerra: si contano oggi più di venti guerre a alta intensità, e decine e decine di conflitti armati. Non smettiamo mai di fare la guerra. Non abbiamo mai smesso.
A pensarci, che sollievo era dover fare la guerra a al Qaeda – come erano “alieni” i suoi combattenti, con quelle barbe lunghe lunghe, quelle goffe tuniche, quegli asciugamani avvolti intorno la testa: non erano come noi, quella non era una guerra “tra noi”. Noi, eravamo tutti americani – e loro no. Non era una guerra convenzionale, e come sarebbe potuto esserla?
E invece una guerra convenzionale – quella con gli uomini nel fango e nella neve, con le stesse tute mimetiche, gli stessi fucili mitragliatori e d’assalto, le stesse tecniche di combattimento, gli stessi mezzi corazzati, gli stessi droni, la stessa faccia la stessa razza – potrebbe esploderci adesso vicino. Nel cuore dell’Europa. Ciò che avevamo esorcizzato con la paura nucleare, che la stessa “cortina di ferro” aveva allontanato, che la stessa Guerra fredda aveva mandato in soffitta, la guerra reale, con gli uomini nel fango e nella neve, può esploderci adesso vicino.
Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie – i versi di Ungaretti scritti nel Bosco di Courton, luglio 1918, per dire della condizione di soldati in trincea, che aspettano l’ordine di assalto, per andare a morire, uccidere e essere uccisi, descrivono ora questi nostri giorni in attesa degli accadimenti di Ucraina. Come al cinema c’è chi ride alle scene horror e splatter per allontanare la propria paura, oggi in tanti dicono che è solo un’ammoina, quella tra i potenti, e non succederà nulla – io invece la sento la paura, e non mi viene da ridere per nulla.
«Diciamo 5% uccisi dal loro stesso sbarramento, una concessione molto generosa. Un altro 10% nell’attraversare la terra di nessuno, e un 20% nel passare i reticolati. Resta un 65%, con la parte peggiore superata. Diciamo un altro 25% nella conquista vera e propria del Formicaio. Ci restano ancora forze più che sufficienti per tenerlo» – così, crudamente e crudelmente il generale Mireau illustra al colonnello Dax (Kirk Douglas) in Orizzonti di gloria, di Stanley Kubrik, quale sarà il prezzo da pagare in vite umane per prendere il Formicaio, l’avamposto nemico, che noi non vediamo mai, come non vediamo mai i nemici. Come fossero tartari che non arrivano mai. Perché i nemici non sono di là – sono di qua, nei “giochi di guerra” dei generali e nel disprezzo delle vite dei soldati.
Kubrik ha raccontato più volte la guerra, e la stessa figura del generale Mireau la si ritrova “aggiornata” nel generale Turgidson del Dottor Stranamore, in piena Guerra fredda e pericolo della bomba atomica, che suggerisce al presidente americano di sferrare il primo colpo, anche se poi i russi farebbero scoppiare la bomba detta “La Fine del Mondo”: «Noi distruggeremmo il 90% della loro potenza nucleare e pertanto vinceremmo, subendo perdite modeste e accettabili fra i civili, mentre il nemico riporterebbe perdite dalle quali non potrebbe risollevarsi. Signor Presidente, io non dico che non ci costerà proprio niente. Però io dico non più di 10-20 milioni di morti. Massimo, ah… questione di fortuna».
Questione di fortuna – la precisione crudele dei calcoli del generale Mireau, si fa qui più aleatoria e, d’altronde, chi può prevedere esattamente la devastazione di una guerra nucleare sulle città, sui civili?
E chi può prevedere la devastazione sulle città e sui civili di una guerra convenzionale? Centinaia di migliaia di profughi, intrappolati, in cerca di una via di salvezza. L’abbiamo visto in Siria. Ieri l’altro.
Nel 1937 uscì al cinema La Grande Illusione di Jean Renoir – su un gruppo di prigionieri francesi nelle mani di ufficiali tedeschi nella Prima guerra mondiale e sul rapporto che si instaura tra loro. Scrisse, tanti anni dopo, Truffaut: «Vi si pratica una guerra ancora improntata sul fair-play, una guerra senza bombe atomiche e senza torture. Un film di cavalleria, sulla guerra considerata, se non come una delle belle arti, per lo meno come uno sport, come un’avventura in cui si tratta di cimentarsi tanto quanto di distruggersi. La grande illusione consiste quindi nel credere che questa guerra sia l’ultima».
Ma, come sapeva Truffaut, quella guerra non è stata l’ultima.

Nicotera, 14 febbraio 2022.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 15 febbraio 2022.

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Addio a Tito Stagno, l’uomo che ci portò la luna in salotto.

Io me lo ricordo perfettamente dov’ero il 20 luglio del 1969, alle 22 e 17. Ero a Taormina, anzi più precisamente a Naxos, in una pizzeria all’aperto, dove noi ventenni siciliani di belle speranze andavamo a battere i pezzi alle turiste svedesi. E ce n’erano a frotte quella sera, nei tavoli della pizzeria, una cosa da perdere il senno, mentre una tivvù piccola piccola messa su un trespolo continuava la sua telecronaca della “missione lunare”. Noi, un occhio lo davamo alla luna in tivvù e un altro alle pelli lunari – per noi mediterranei una vera cosa “aliena” – delle bellezze nordiche e ai loro mappamondi che promettevano conquiste lussureggianti quaggiù, altro che quella brulla superficie pietrosa lassù. Così, quando Tito Stagno annunciò “reached land” – ha toccato, ha toccato – noi giovanottini ci prodigammo in un abbraccio pieno di slancio verso le nordiche bellezze, non era un grande passo dell’umanità quello? Ma che – Tito Stagno aveva anticipato di cinquantasei secondi la cosa, e Ruggero Orlando, da Houston, disse che no, non avevano toccato, e ci furono trenta lunghi secondi di apprensione e delusione che smosciò la cosa. E insomma, quella sera in cui conquistammo la luna, io non conquistai proprio nulla e andai in bianco: eravamo fraterni sì, ma ognuno al posto suo. Me ne rimase perciò una delusione che buttai in politica: gli americani avevano raggiunto e superato il “mio” Gagarin; via dalla Luna, yankee go home.
La verità è che la lunga “maratona Stagno” – venticinque ore di trasmissione che Mentana se le sogna di notte – pose fine a tutte le romanticherie. Come avremmo potuto ancora cantare alla luna una qualunque nostra poesia d’amore, come avremmo potuto raccontare alla luna, sorella cara, una nostra delusione d’amore? La luna, ormai, era cronaca. E in diretta, persino. Come se – lo disse Margherita Hack – qualcuno avesse raccontato alla televisione lo sbarco di Colombo nelle Americhe. Ecco, ha toccato, ha toccato l’isola di San Salvador. Si perde tutta la poesia, no? D’altronde, lo aveva già detto il musico: «E ‘a luna rossa me parla ‘e te / Io le domando si aspiette a me / E me risponne si ‘o vvuo’ sape’ / Cca’ nun ce sta nisciuna». Non ci sta proprio nisciunu sulla luna – che ci siamo andati a fare?
Almeno, Astolfo con il suo Ippogrifo – che di certo era più interessante del Saturn V, il gigantesco razzo che consentì di raggiungere la luna, alto come un palazzo di 35 piani e con un diametro di 10 metri, il razzo più potente mai costruito e che fu usato per tutte le missioni Apollo – era stato mandato dall’Ariosto a recuperare il senno di Orlando, pazzo d’amore per la bella Angelica che invece aveva sposato un saracino qualunque, un Medoro qualsiasi, e lì aveva trovato le cose che gli uomini perdevano sulla terra, sterminate distese di ricordi e di lacrime e sospiri d’amore, d’ozio, di tempo perso nel gioco, di desideri irrealizzati («ciò che si perde qui, là si raguna»), che riempivano l’Oceanus Procellarum, il Mare Tranquillitatis, il Mare Serenitatis. «Le lacrime e i sospiri degli amanti, l’inutil tempo che si perde a giuoco, e l’ozio lungo d’uomini ignoranti, vani disegni che non han mai loco, i vani desideri sono tanti, che la più parte ingombran di quel loco: ciò che in somma qua giù perdesti mai, là su salendo ritrovar potrai» – chissà, all’Ariosto sto sbarco americano sulla luna non sarebbe piaciuto granché.
Ma Tito Stagno, un biondo sardo, morto ieri a 92 anni, che era entrato in Rai giovanissimo occupandosi di telecronache sportive, nel 1957 aveva dato notizia dello Sputnik, il primo satellite nello spazio lanciato dai russi, e nel 1961 era stato il telecronista del primo volo del cosmonauta russo Jurij Gagarin intorno alla Terra, e da allora la Rai gli aveva affidato le trasmissioni e i servizi del telegiornale di tutti i fatti relativi alle missioni spaziali. Era un entusiasta, insomma. E riuscì a riversare il suo entusiasmo in quella piccola scatola – da noi c’era un solo canale, in bianco e nero – che teneva assieme per la prima volta tutto il mondo a guardare la luna nel proprio tinello dentro un monitor invece che con il naso all’insù, come avevamo fatto per decine di migliaia di anni.
E insomma, c’è in quella lunghissima diretta di Stagno l’Italia tutta di quegli anni, che si affacciava finalmente alla modernità – c’era stato il ’68 studentesco e l’autunno caldo a scrollare un mondo sonnacchioso e conservatore – e al futuro: i razzi, lo spazio, la conquista della luna. Lo disse anche Stagno, dopo: «Una stagione di entusiasmi, di coraggio, di desiderio di conoscenza che si rivelò poi troppo breve». Ma ci arrivavamo all’italiana, abborracciando, anticipando di cinquantasei secondi l’allunaggio oppure spostandolo in differita di dieci – insomma, non azzeccando il momento esatto. L’affabulazione prendeva il posto della scienza.
Anni dopo – quando poi passò a dirigere per circa vent’anni «La Domenica sportiva» – chiesero a Stagno cosa fosse successo davvero e cosa ne pensasse – era stato il tormentone che gli era rimasto appiccicato addosso – e lui rispose che avevano ragione entrambi, sia lui che Ruggero Orlando, che era un modo elegante per dire che avevano sbagliato tutti e due. Ma cosa importava – era davvero un dettaglio in quell’evento straordinario in cui conquistavamo la luna, immaginavamo già l’uomo che si proiettava nello spazio, e tutti eravamo felici.
Beh – meno me. Io ero andato in bianco.

Nicotera, 1 febbraio 2022.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 2 febbraio 2022.

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