Tutti i misteri del caso Fanella: questi arresti non convincono

«Tutti giovani, più o meno sulla trentina. È dall’identikit sempre più preciso del commando che doveva rapire il tesoriere di Mokbel Silvio Fanella e ha finito per ammazzarlo, che riparte l’inchiesta della procura di Roma affidata ai pm Paolo Ielo e Giuseppe Cascini». Così recitava «Il Messaggero» di sabato 5 luglio, due giorni dopo l’omicidio. Uno, giovane «più o meno sulla trentina» l’avevano preso subito, Giovanni Cattista Ceniti. Gli altri due li hanno presi ieri.
Sono Egidio Giuliani, anni 59, vecchia conoscenza dell’estremismo di destra, e Giuseppe Larosa, che di anni ne ha 53, un “comune” che frequentava a Novara una cooperativa per il reinserimento degli ex-detenuti fondata dal Giuliani. Lì avrebbero conosciuto il giovane Ceniti.
Come siano arrivati a Giuliani e Larosa, se quelle erano le premesse, è davvero difficile. Ci perdonerete – certo, va bene che si faccia un po’ di luce – ma la “brillante operazione” ci convince poco. A meno che Ceniti non abbia cantato. Ora gli inquirenti mostrano i video della partenza del commando da Torino per Milano e poi da Milano per Roma. Ora dicono che già nei giorni successivi il militare che si era lanciato all’inseguimento della Croma, con cui erano fuggiti, lasciando Ceniti lì, quel giorno alla Camilluccia, ci avrebbe pensato su e… massì, si era ricordato, era proprio Giuliani. Perché avrebbe dovuto riconoscerlo? Lo aveva arrestato lui trent’anni fa? Guarda caso, quel militare di trent’anni fa stava alla Camilluccia proprio quel giorno pronto a riconoscere Giuliani. E come faceva a riconoscerlo – si cambia, eccome – lo sa solo Dio. Giuliani – per ammissione generale – era scomparso da tutti i radar nel 1991. E poi dicono che quelli della Digos di Novara l’hanno sgamato subito. Perché dovevano andare a Novara a mostrare dei video? Potevano andare a Savona o Gorizia o Arezzo, invece no, ecco là, proprio a Novara. Tutto nascerebbe dalla scheda telefonica trovata addosso a Ceniti. Ah, le schede telefoniche, sono il pilastro di questa storia. Riepiloghiamo i fatti.
Tutto parte dalla truffa Fastweb-Telecom Italia Sparkle. Attraverso una “società cartiera” si innesca un carosello di beni e vendite fittizi che passano da una società all’altra. Questo meccanismo avrebbe funzionato per due “operazioni”: una denominata ‘Phuncard’, l’altra ‘Traffico telefonico’. La prima riguardava la commercializzazione di schede prepagate, che avrebbe dovuto consentire l’accesso tramite un sito internet a contenuti tutelati da diritto d’autore, in realtà inesistenti. La seconda aveva per oggetto la commercializzazione di “servizi a valore aggiunto” (del tipo “contenuti per adulti”) attraverso servizi di interconnessione internazionale per il trasporto di traffico telematico, anche in questo caso inesistente. Le operazioni fittizie sull’Iva avrebbero consentito a Fastweb e Telecom Italia Sparkle di realizzare “fondi neri” per enormi valori.
Inventori di queste società cartiere sono, tra gli altri, Silvio Fanella e Gennaro Mokbel insieme alla moglie, accusati della movimentazione di denaro in Italia e all’estero e del rientro nel nostro Paese dei capitali acquisiti con le loro società fittizie, per reinvestirli nell’acquisto di immobili, attività commerciali, preziosi e altri beni. Insomma, un piccolo impero. Fanella era considerato il cassiere di Gennaro Mokbel, l’«uomo nero» di tutte queste inchieste. Fra l’altro, nessuno sa esattamente in quanto consista il “tesoretto” messo da parte. Ai primi di luglio, un commando tenta di sequestrare Fanella, ne nasce una colluttazione, Fanella viene ucciso, Ceniti resta ferito. Dopo un paio di giorni, in un’abitazione a disposizione di Fanella, nel Frusinate, gli investigatori trovano un bel bottino, dollari, tanti, diamanti, tanti. Ma è, con ogni evidenza, solo una parte del tesoro da Goldfinger. Anche se poteva fare gola.
Il fatto è che già due anni prima avevano provato a prenderlo Fanella, con una banda di balordi che viene da Rionero in Vulture, Basilicata. Tutto va a puttane. A gestire la cosa sarebbe stato Roberto Macori, un fedelissimo di Mokbel e Fanella, tanto fedele da star organizzando sta cosa per rubare i soldi agli altri complici. Macori considerava “proprio” quel bottino che manda a recuperare. Sceglie la banda sbagliata. Dopo l’omicidio Fanella, lo arrestano. E gli trovano dei diamanti. Ma l’informativa sull’episodio girava già da due anni. Avrebbero potuto prenderlo due anni prima. Come due anni prima avrebbero potuto trovare il tesoretto di Fanella nel Frusinate.
È Macori che indica la pista per incastrare Giuliani e Larosa? Non viene da crederlo. Macori fa un primo tentativo. Buca. Chiusa.
Chi organizza il secondo? Cos’è, tutta l’Italia “nera – vecchi arnesi degli anni Ottanta e giovani fascisti del terzo millennio – sono scatenati sulle tracce di Fanella e del tesoro di Mockbel? È Mockbel che li manda o lui è una possibile vittima? Non viene da credere che Mockbel – che è stato ai livelli della vendita di aeroplani della Finmeccanica – si affida a una banda di balordi di Rionero in Vulture e poi a vecchi arnesi dell’estremismo di destra.
Semmai avrebbe contrattato con qualcuno più importante, no? Tanto, è un tesoro in nero, no?
Doveva essere il “giallo dell’estate”, sta diventando il giallo dell’autunno. Gli ingredienti ci sono tutti: fasci, detenuti comuni, istituzioni, imprese pubbliche e private, truffe, agenti dei servizi, diamanti.
Una cascata di diamanti.
Dice Renato Cortese, capo della Mobile di Roma: «Non abbiamo risposte su questo. Cercheremo di capire qualcosa in più. Al momento ci accontentiamo di questi arresti». Okay.

Nicotera, 9 settembre 2014

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8 settembre 1943: la débâcle delle classi dirigenti italiane

Benedetto Croce nel suo diario scrisse: «Sono stato sveglio per alcune ore, tra le 2 e le 5, sempre fisso nel pensiero che tutto quanto le generazioni italiane avevano da un secolo a questa parte costruito politicamente, economicamente e moralmente è distrutto, irrimediabilmente».
Più o meno nelle stesse ore, Luigi Biraghi, classe 1914, tenente del 9° alpini, e che fu poi internato nei campi di concentramento tedeschi per non aver accettato di collaborare con i nazisti, scriveva nel suo diario: «Al mattino del 9 un sottufficiale e alcuni soldati tedeschi vengono all’accampamento e ci danno ordine di non uscire. Il Comandante del Battaglione non si oppone e ci invita ad attendere obbedendo. Più tardi il Colonnello Elefante ci ordina di deporre le armi. Obbediamo, ma poi, mentre siamo radunati in sede di Compagnia, non rendendoci conto della necessità di tale ordine, ci rechiamo al Comando di Battaglione per chiedere spiegazioni. La scena che costì ci si presenta agli occhi è quanto di più tragico e di più grottesco si possa immaginare. Giuseppe Elefante, in goffi abiti civili, pallido e tremante, tenta inutilmente di mettersi in testa un cappello basco per poi partire sulla motocicletta che lo attende e mettersi in salvo».
Che due eserciti stranieri si siano combattuti su terre italiane portando strazi e lutti, mentre intanto ci si schierava di qua e di là, dividendosi per faglie che nessuna razionalità storica riesce a ricostruire – come poi forse accade sempre quando gli eventi precipitano in una guerra che diventa per forza di cose fratricida e perciò passionale – non è certo solo eredità dell’8 settembre. La guerra del Vespro, fra Angioini e Aragonesi, per dirne una, durò vent’anni, e sconvolse l’area del Mediterraneo tutto, oltre che i territori nostri.
Mai però la frattura fra classi dirigenti – il cui unico obiettivo dopo l’armistizio era salvare la ghirba a qualunque costo – e popolo fu così evidente. Il popolo si divise, si frantumò, andò alla deriva, si arrese, lottò, salì in montagna, fu massacrato di terra, di cielo e di mare, reagì, si diede a ogni nefandezza, insomma visse e subì la guerra. Certo, non tutte le scelte furono uguali e non si possono sovrapporre o paragonare. I ceti dirigenti scapparono. Non era mai successo nelle innumerevoli guerre che si erano combattute sul nostro suolo: ogni ceto emergente si poneva alla testa d’una fazione contro un’altra; ogni principe, ogni barone, ogni prete, ogni chierico, radunava le sue forze, cercava alleanze e si lanciava contro il nemico, vero o supposto: si immolava, spesso, veniva martirizzato, spesso, o, altrettanto spesso, cambiava alleanze, e combatteva quella parte con cui prima aveva pattuito. Sempre esponendosi. L’otto settembre ci fu la fuga. La dismissione generale dei ceti dirigenti italiani. Della catena di comando, delle gerarchie, delle responsabilità, dei compiti istituzionali.
Noi non abbiamo mai avuto una patria, per secoli. Per secoli, abbiamo avuto monarchie territoriali, feudi e baronie, ducee e contee, ma mai una patria, mai una nazione. Almeno, non nel senso in cui la descrisse Ernest Renan, nella celebre conferenza, Che cos’è una nazione?, tenuta alla Sorbona l’11 marzo 1882: «La nazione è dunque una grande solidarietà, costituita dal sentimento dei sacrifici e da quelli che si è ancora disposti a compiere insieme. Presuppone un passato, ma si riassume nel presente attraverso un fatto tangibile: il consenso, il desiderio chiaramente espresso di continuare a vivere insieme. L’esistenza di una nazione è (mi si perdoni la metafora) un plebiscito di tutti i giorni». Ve lo immaginate un plebiscito, nel 1882, da tenere da Pinerolo a Partinico, da Alghero a Santa Maria di Leuca sulla unità della nazione italiana appena costituita e ancora fragile?
L’otto settembre finisce l’Italia – finalmente un’idea di nazione – costruita nel Risorgimento. Forse a quell’Italia – «tutto quanto le generazioni italiane avevano da un secolo a questa parte costruito» – pensava Croce. Quell’Italia ancora fortemente improntata di intenzioni, volontà, visioni di ceti dirigenti, ma che era riuscita a intercettare secoli di desideri sociali. Il fascismo però – benché avesse voluto pretenziosamente richiamarsi a quella, intestandosi redici e filiazioni che nulla c’entravano – l’aveva già fatta a pezzi, l’Italia del Risorgimento, col suo impero del piffero, le sue leggi razziali, l’asservimento al tedesco.
L’otto settembre in realtà chiude la parabola di Caporetto. Che era stato il primo segnale forte di un fallimento di classe dirigente – sarà solo un destino della Storia, che Badoglio fosse l’uomo di Caporetto e anche quello dell’8 settembre – e dello scollamento dei ceti popolari. A Caporetto furono i soldati a fuggire – stanchi dell’insipienza dei comandi, della follia dei loro ordini, dei massacri che continuavano senza senso. Solo le fucilazioni di massa dei carabinieri riporteranno l’ordine. Solo la violenza fascista riporterà l’ordine.
L’otto settembre saranno “i comandi” a fuggire. Ma nessun carabiniere sparerà contro di loro.
Forse le democrazie – e quella del nostro dopoguerra sarà una democrazia, capace di tenere tutto assieme, popolo e padroni, destre e sinistre – nascono così, dalle viltà piuttosto che dal coraggio.

Nicotera, 8 settembre 2014

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