Remain, perfida Albione, resta con noi.

remain_or_leaveIn attesa del referendum del 23 giugno sulla scelta inglese tra Remain or Leave nell’Europa comunitaria, molte analisi sono state fatte sinora sugli esiti di una Brexit, che tutti i sondaggi considerano probabile e vincente, molti scenari sono stati immaginati. Quasi tutti sono concentrati sul risvolto politico (l’effetto domino sui paesi più riluttanti, disfacendo presto l’Europa) e su quello economico (la Banca d’Inghilterra e quella Europea sono da mesi al lavoro per prevenire immediati contraccolpi) di una decisione inglese di abbandonarci. Però, gli inglesi per noi “continentali” non rappresentano solo questo. E se è vero che difettiamo di un “immaginario europeo” è vero anche che esso è composto di una costellazione di frammenti nazionali che circolano e si sovrappongono liberamente. Ecco la domanda, improvvisa: che cosa esattamente rappresentano gli inglesi nel nostro immaginario, come vi hanno contribuito a costruirlo? E che cosa perderemmo se la loro decisione si trasformasse, per paradosso, nel ritirare, nel riprendersi quello che ci hanno dato? Cos’altro è una “exit”, un “leave”, un lasciarsi, se non dividersi le cose in comune – questo è mio, questo è tuo – e riportarsi via ciò che è proprio, anche ciò che è “immateriale”? Se su questo immateriale, su questo immaginario, come fosse un oggetto, una merce, una transazione, mettessero i dazi, una tassa, un’imposta, un’accisa per costringerci a importarlo a peso d’oro, un lusso solo per pochi, cosa non ci ritroveremmo più come usuale nelle nostre vite?
Probabilmente ciascuno avrà un suo baedeker di “cose inglesi” che ormai considera normali: per dire, certo, noi non importiamo automobili con la guida a destra ma andiamo nei pub a tracannare birra – e, in tutti, ci sono le freccette – come fosse la cosa più naturale del mondo. Elencherò perciò quella che è nient’altro che la mia personale lista di inglesità irrinunciabili, che temo con la Brexit mi possano sfuggire via (per ritornarmi a prezzi esorbitanti).
Quando immagina il suo libro, Frankenstein, Mary Shelley non ha neppure vent’anni. È comunista e anarchica, per via dell’insegnamento del padre, e femminista, per via dei saggi della madre: uno spirito libero e ribelle a ogni conformismo, la sua biografia tormentata e avventurosa ne fa fede. Scrive un libro, diremmo oggi, “di genere”, il fantastico, ma centrando una questione che è davvero impensabile allora, l’industria è agli albori, potente ma ancora non estesa, e ci riesce difficile definire persino oggi: la nascita della vita attraverso le macchine. Come non riconoscere nel “mostro” nato dagli alambicchi e dall’elettricità della scienza del dottor Frankenstein – il cui sottotitolo era “il Prometeo moderno” – la nascita di un soggetto, la classe operaia, che si voleva solo creatura servile e invece si era ribellata terribilmente al suo padrone?
Quando pensa – più precisamente: sogna, la trama gli venne in sogno – Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mister Hyde, Stevenson è già uno scrittore di successo, L’isola del tesoro gli ha dato fama e denaro. Ma si sa some sono gli scrittori. Stevenson scrive il suo racconto in tre giorni, lo brucia, lo riscrive in altri tre giorni. Al di là dei risvolti più propriamente psicologici, la storia di Stevenson oppone Mister Hyde – anche fisicamente, «piccolo di statura» e gobbo e villoso e rozzo, sembra un Caleban di Shakespeare, mentre l’altro è alto, di bell’aspetto – ai modi aristocratici, garbati e educati del dottor Jekyll, i modi del conformismo della moralissima società vittoriana, il suo collante. Come non riconoscere in questa opposizione irriconciliabile che è dentro un’unica stessa persona, quella divisione in classi nemiche che attraversa la società inglese? Quella opposizione, dentro l’Impero, tra il “fardello dell’uomo bianco” e le immense masse coloniali costrette in servitù?
Che accadrebbe al nostro immaginario se d’improvviso restasse monco del mostro di Frankenstein e dell’eterna lotta fra Mister Hyde e dottor Jekyll? Non saremmo immensamente più poveri?
Ecco, a me sembra – senza far troppa sociologia della letteratura – che una vena ribelle, folle e bizzarra, scorra potente nel sangue degli inglesi, e che ci sia indispensabile. Altro che compassati gentlemen, altro che raffinati aristocratici che dimorano in antichi manieri, altro che rissosi ubriaconi. D’altronde, la loro festa popolare è The Guy Fawkes Night, fuochi d’artificio e baldorie e bambini che cercano soldini per ricordare il “complotto delle polveri” contro Giacomo I nel 1605, trentasei barili, duemilacinquecento chili di polvere da sparo, messi sotto il sedere del Parlamento inglese, che però non saltò in aria. «Remember, remember / the fifth of November / Gunpowder, treason and plot – Ricorda, ricorda / il cinque di novembre / polvere da sparo, tradimento, complotto». Solo una saga del passato? Non direi proprio: in tutto il mondo gli hacker di Anonymus hanno messo la maschera di Guy Fawkes ogni volta che hanno rivendicato i loro attacchi, e spesso durante manifestazioni di protesta sociale i giovani hanno indossato quell’ineffabile volto per indicare la loro voglia di ribellione e riscatto. Gli inglesi si riprenderanno il volto anonymus di Guy Fawkes?
Ah, ma sto parlando solo di cose antiche, è vero. E se, continuando il paradosso, gli inglesi all’improvviso, dopo il 23 giugno, ritirassero dal nostro immaginario la “swinging London” degli anni Sessanta? Nella riunione – già programmata per il 24 giugno, all’indomani del referendum – tra il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, della Ue Donald Tusk, del Parlamento Martin Schulz e del premier olandese che regge la presidenza Ue di turno Mark Rutte, si è tenuto in conto questa cosa, o parlano solo di quote latte e di misura dei wurstel? Ha nel suo ordine del giorno questa questione? Se si riportassero a casa loro Abbey Road e Carnaby Street, i Beatles e i Rolling, gli Who e i Pink Floyd, Twiggy e la minigonna di Mary Quant e i quadri di David Hockney, come faremmo? Come sopravvivremmo?
E senza quel pazzo fottuto, sregolato e geniale, del calciatore George Best? Amava bere, era rissoso, saltava gli allenamenti, ma quando dribblava era imprendibile, saltava l’uomo che restava fesso sul posto mentre lui, palla al piede, volava via; era piccolo e gracile, ma saltava più in alto di tutti; i difensori lo picchiavano per fermarlo, lui faceva a pugni in campo: una testa calda, ma un’ala dai piedi e dalla tecnica come non se ne sono visti più. Come faremmo senza quel caschetto nero che svolazzava sui campi di calcio?
Dite che gli anni Sessanta sono troppo lontani? E che mi dite dei Sex Pistols e del punk, allora? Che mi dite di Johhny Rotten e Sid Viciuos? Non sapevano suonare e erano sgraziati, strafatti. Si tagliavano con le lamette e si bucavano le guance, le labbra, una cosa disgustosa. Ma che urticante creatività! 26 novembre 1976: Anarchy in the U.K. I am an antichrist/ I am an anarchist / Don’t know what I want / But I know how to get it / I wanna destroy passerby. Oggesù. No future, certo. E c’è stato qualcosa in cui credere dopo quella generazione? C’è un qualche futuro oggi per una qualsiasi generazione? Non è terribilmente punk, no future, il kamikaze, lo shahid, belga, francese, inglese, di seconda generazione, da quelle orrende periferie come Molenbeeck, che si fa saltare in aria? God save the queen / The fascist regime / They made you a moron / Potential H-bomb – Hanno fatto di te un idiota, una potenziale bomba-H. Eggià.
Ah volete che parliamo degli anni Ottanta, del post-punk? Okay. London calling to the faraway towns / Now war is declared, and battle come down / London calling to the underworld / Come out of the cupboard, all you boys and girls – Londra sta chiamando le città più remote / ora che la guerra è dichiarata e la battaglia perduta / Londra sta chiamando l’oltretomba / uscite dagli armadi, voi tutti, ragazzi e ragazze. Combat, lottare, certo, di questo parlavano Joe Strummer e i Clash, what else? Dite che anche questo è ormai passato remoto? Ah può essere, certo. Però, è curioso che l’altr’anno, quando c’è stata mobilitazione tra i giovani in Europa per difendere Kobane, la piccola città curda al confine tra la Turchia e la Siria, dai tagliagole dell’Isis, quel movimento si sia chiamato Kobane calling, non vi sembra? Oh London, chiamaci ancora.
Volete che parliamo dello sciopero dei minatori contro la Thatcher nel 1984-85? Ah, sì, persero i minatori, come no. Vinse la Lady di ferro, che viene ancora omaggiata. Ma come scrisse un minatore nel suo diario day by day – trecentocinquanta giorni durò lo sciopero: «The Strike non fu un punto di svolta, ma l’ultima battaglia, l’ultima possibilità. Semplicemente fu l’idea di società e comunità opposta al “no society” della Thatcher, all’ognuno per sé. Lei aveva capito qual era la posta in gioco e per questo scelse consapevolmente la brutalità». Il mondo è cambiato dopo lo Strike, non so se è migliore, ma quei minatori sono rimasti nel nostro cuore, una luce lontana, e non solo nei film di Ken Loach. Non potete portarceli via.
È solo un paradosso, certo, e poi l’Unesco potrebbe sempre proclamare George Best, per dire, patrimonio dell’umanità. Ma io proporrei al Parlamento europeo questa cosa qua. Ogni volta che una nazione vuole fare un referendum su Remain or Leave, lo stesso identico dovrebbe svolgersi in tutta l’Europa, ma formulato così: volete voi – spagnoli, italiani, polacchi, eccetera – che la Gran Bretagna, a esempio, se ne vada? Dovremmo essere tutti noialtri europei anche a dire la nostra, no? A me non importa un fico secco di Nigel Farage e di David Cameron. Però, credetemi, io il 23 giugno voterei Remain. Remain, perfida Albione, resta con noi.

Nicotera, 15 giugno 2016
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 17 giugno 2016

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La strage di Orlando e le presidenziali americane: a chi fa gioco questo massacro?

strage_orlandoIntorno alle 6.30 del 4 novembre del 1979 alcune centinaia di studenti islamici attaccarono l’ambasciata degli Stati Uniti a Teheran. I militari addetti al servizio di sorveglianza cercarono di bloccare i dimostranti ma dopo circa tre ore furono travolti. Un assalto all’ambasciata c’era già stato nel febbraio di quell’anno, ma era finita in poche ore. Questa volta le cose erano diverse. Di lì a poco furono mostrati alle televisioni gli ostaggi, bendati, e avanzate alcune richieste di riscatto. Comincia così quella che è ricordata ormai come “la crisi degli ostaggi”.
Da poco era rientrato in Iran l’ayatollah Khomeini, suscitando entusiasmo popolare e la definitiva crisi del regime, ma si temeva che gli americani – il Grande Satana, nelle parole dell’ayatollah – stessero tramando per impedire l’avvento dei mullah. È per questo che venne organizzato l’assalto all’ambasciata. Jimmy Carter – che era allora il presidente americano – si rifiutò di cedere al ricatto e così il Congresso. Si cercarono varie soluzioni diplomatiche ma l’opinione pubblica americana era sotto choc – voleva reazioni forti.
Mentre continua il sequestro degli ostaggi, il 1980 è l’anno delle nuove elezioni presidenziali: in campo, per i repubblicani, c’è Ronald Reagan. Reagan tampina Carter e lo accusa di incertezza e indecisione, di essere “troppo cauto e prudente” e, in definitiva, di indebolire l’immagine americana nel mondo. Si fa interprete di una risposta aggressiva. È a questo punto che Carter – visto il fallimento di diversi tentativi diplomatici – decide l’azione militare. Un disastro. Gli elicotteri che dovevano compiere l’incursione non riuscirono a ritrovarsi e l’operazione fu annullata e, nel rientrare, uno d’essi andò a collidere con un aereo da trasporto provocando la morte di otto soldati. Per Carter fu la fine. Perse venti punti di popolarità in un momento. Reagan divenne il prossimo presidente in quel momento.
Fu Carter a gestire gli ultimi passaggi della crisi, quando aveva già perso le elezioni. Mentre Reagan giurava da presidente, la mattina del 20 gennaio del 1981, gli ostaggi furono liberati. Erano passati 444 giorni dall’assalto all’ambasciata. Il migliore sponsor della campagna presidenziale di Reagan era stato proprio l’ayatollah Khomeini: aveva bisogno di un “grande nemico” per tenere compatto il suo popolo.
C’è non poco nella campagna di Trump che ricorda l’aggressività di Reagan – sebbene più volte i commentatori americani abbiano respinto questo accostamento considerandolo come improprio. Però, nel chiedersi se dopo la strage di Orlando sia stato Trump a guadagnare in termini elettorali, l’accostamento alla “crisi degli ostaggi” viene spontaneo. Certo, mancano ancora cinque mesi alle elezioni, e il Gran Califfo dell’Orrore al Baghdadi non è l’ayatollah Khomeini, e la lotta al terrorismo islamico non si concentra in un solo evento dove tutto precipita, però Trump da mesi sta addosso al presidente Obama – mira al bersaglio grosso, The Donald, perché considera Hillary come una riproposizione della politica obamiana, e ieri la candidata democratica è sembrata prudente –, accusandolo di essere “troppo cauto”, di non aver voluto mai pronunciare le parole “terrorismo islamico radicale”, in definitiva di indebolire l’America. Ieri è tornato alla carica, subito dopo la strage di Orlando, chiedendone addirittura le dimissioni – Obama aveva parlato di “terrore e odio” – se non avesse pronunciato quelle parole. Trump da mesi martella l’opinione pubblica dicendo che centinaia di attentati dall’11 settembre sono stati programmati, realizzati o sventati, da musulmani migrati negli Stati uniti, o che qui erano nati. Trump ha nel suo programma la messa al bando di ingressi negli Stati uniti di nuovi musulmani. E continua a indicare la strage di San Bernardino – che ha molte caratteristiche comuni con l’attacco e l’attentatore di ieri – come “esemplare” di inaffidabilità e pericolosità di qualsiasi musulmano in territorio americano.
Se la “guerra al terrorismo” dichiarata da George W. Bush, con la doppia invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq, si era rivelata costosa, in termini di vite umane e ingenti investimenti, ma poco consistente nei risultati, la politica del presidente Obama è stata improntata a uno sguardo completamente diverso. Ritiro delle truppe, utilizzo dei droni, iniziativa diplomatica nella regione mediorientale, operazioni mirate – come quella di Abbottabad contro Osama bin Laden – e anche, all’interno, un allentamento delle norme del Patriot Act, che avevano dato troppi poteri alle agenzie investigative di scrutare e osservare minuziosamente la vita privata in qualunque luogo e momento di ogni cittadino sul suolo americano. Trump sembra concentrarsi solo sul “dentro” anche se quel suo motto, “America First”, America anzitutto, può essere interpretato come una rinnovata aggressività nel mondo.
Nessuno, in questo momento, è in grado di immaginare che cosa può significare, in termini di libertà e diritti, questa insistenza di Trump contro i musulmani, e che svolgimento può avere mettere l’interesse americano al primo posto; un esempio: dopo la strage di San Bernardino e le polemiche per la reiterata negazione della Apple a rivelare i codici di accesso ai cellulari di uno degli attentatori, in nome della privacy e dell’interesse aziendale, cosa avrebbe fatto Trump in quel caso? Vorrà costruire dei campi di internamento, sul modello – la storia non dovrebbe ripetersi, certo, però succede – di quelli contro i nippo-americani dopo Pearl Harbour?
Una cosa sembra certa. La rivendicazione da parte dell’Is della strage di Orlando non sta in piedi in nessun modo – non è stata organizzata da loro come quella del Bataclan, per dire – benché lo stesso attentatore abbia urlato frasi sconnesse inneggiando a al Baghdadi. Però, si può presumere che il miglior sponsor della campagna presidenziale di Trump sarà proprio il Gran Califfo dell’Orrore. Anche lui ha bisogno di un “grande nemico” per tenere assieme i suoi tagliagola.

Nicotera, 13 giugno 2016
pubblicato su “il dubbio” quotidiano, del 14 giugno 2016

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