Il reddito di cittadinanza al centro del dibattito politico. Forse.

basic_incomeMisure di soccorsi pubblici, sistemi di sicurezza sociale e di tutela dei soggetti più deboli e vulnerabili, ci sono sempre state, nel continente europeo, almeno dal Secondo dopoguerra e da quando prese forma il Welfare State di lord Beveridge.
Ma questa storia qua, di un reddito di cittadinanza universale e sganciato dal lavoro, il primo a proporla qui da noi – bisognerà pur dirle queste cose – fu il movimento del Settantasette, che non era una cosa di sfaccendati né tampoco di facce feroci. Era, piuttosto, un movimento di fuga dal lavoro salariato, di rifiuto della subordinazione della propria vita tutta alle regole dello scambio diseguale tra la propria capacità di produzione e un salario abbastanza miserabile. E guardate che questa idea – non vivere per il lavoro – che oggi suona balzana e un po’ bislacca era modo di vita pratico: nasceva ovvero non nel seno di attempati fuori-corso che pascolavano nelle università attizzando il fuoco di un’indecente ribellione, ma dentro le fabbriche. Era la nuova generazione del lavoro operaio (alla vecchia, dopo quarant’anni di lavoro all’Alfa Romeo regalavano l’orologio da taschino placcato oro) – quella che nei primi anni Settanta, indossando fazzoletti rossi, aveva spazzolato i reparti della produzione meccanica, eccellenza italiana, e l’una, la meccanica, e gli altri, i fazzoletti rossi – che se ne voleva uscire “a riveder le stelle”. Troppo bello sembrava il mondo, le ragazze, la musica, il fumo, per perderselo.
Anche perché, diciamola tutta, dentro le fabbriche iniziavano a introdursi i processi di automazione (addio fordismo, addio Chaplin e Tempi moderni) che rendevano esuberante o ancora più astratto e imbecille il lavoro vivo. Fatevelo da voi, allora. A noi, dacce li sordi uguale. Il picco di fuoriuscita volontaria dalle fabbriche si ebbe proprio in quegli anni là – sta scritto nelle statistiche.
Quando a febbraio di quell’anno turbolento all’università di Roma si scontrano il servizio d’ordine del sindacato dalle mani callose guidato da Lama – che lì vi si era recato con l’idea di fare il fervorino lavorista ai nullafacenti e vitelloni – e i facinorosi che all’idea del lavoro una vita sotto padrone gli veniva l’allergia su tutto il corpo, la rottura è già insanabile. «Vogliamo più sacrifici» – sbeffeggiavano i facinorosi: erano, i sacrifici, la morale operaia sancita in un convegno sindacale all’Eur per far fronte alla crisi di Stato e di produzione. Della morale operaia, gliene impipava punto ai giovanotti in rivolta. È una rottura, uno scontro tutto dentro il lavoro, tutto dentro il movimento operaio. Quella rottura – tra un’idea di vita possibile fuori dal lavoro e un’idea che una vita sia redimibile solo dentro il lavoro – è rimasta. È rimasta ancora adesso che definire il lavoro è forse la cosa più importante e complicata che c’è, e che starci dentro o fuori è sempre una valutazione e un’opzione discutibilissima. Quando si parla di reddito di cittadinanza (di basic income, di reddito minimo garantito o di una delle innumerevoli declinazioni) sullo sfondo sempre quello c’è: se lo facciamo, lo facciamo che sia un’appendice del lavoro (nel senso più astratto che c’è) o lo facciamo per conto suo? Che è un po’, a pensarci bene, uno scontro tra un’idea di povertà della vita e un’idea di ricchezza della stessa.
A livello di analisi teorica, questa dicotomia è rappresentata dalle posizioni di Milton Friedman, premio Nobel 1976, che negli anni Sessanta avanzò la proposta di un’”imposta negativa” e da Jeremy Rifkin che invece verso la fine dello scorso secolo parlò di “fine del lavoro”. La proposta di Friedman prevedeva che chi ha un reddito sotto una determinata soglia benefici di una somma equivalente a una parte della differenza tra il reddito minimo stabilito e il reddito reale percepito dal lavoratore. Insomma, un trasferimento di compensazione, basato però sul principio di un’unica aliquota fiscale per tutti. Una redistribuzione alternativa all’esenzione fiscale per i più poveri che avrebbe come obiettivo lo stimolo a uscire da questa soglia. Naturalmente un’operazione di questo genere funziona solo se l’aliquota unica fiscale non è molto bassa, altrimenti la perdita di gettito sarebbe insostenibile per lo Stato.
Per Rifkin l’estensione della tecnologia in sostituzione della manodopera per la produzione (la “fine del lavoro”) rende necessario un piano per la redistribuzione del reddito: l’obiettivo è di sostenere la domanda interna e internazionale, in modo che settori produttivi che rischiano di essere cancellati dalla tecnologia e dalla globalizzazione possano continuare a sopravvivere.
A livello di applicazione pratica, quasi tutti gli Stati europei prevedono forme di reddito minimo garantito, e sotto forma di sussidio in denaro e sotto forma di bonus, per la casa, per i pasti, per l’università, per le famiglie numerose, per le ragazze-madri, per disoccupati di lungo corso, legandolo o no a proposte di lavori occasionali e con una possibilità o meno di accettarli o rifiutarli in attesa d’altri. Quasi tutti gli Stati: esclusi Italia e Grecia. Per la verità, in Italia sono state avviate negli scorsi anni sperimentazioni a livello regionale, così nel Lazio, in Campania, in Puglia – ma con vincoli tali, e di profilo del beneficiario, e delle somme stanziate, che la platea era abbastanza ridotta.
E sempre, ovunque, la discussione si è svolta intorno quello che in teoria economica si definisce l’«azzardo morale». È giusto che persone che non svolgono alcuna attività percepiscano un reddito garantito attraverso l’imposizione fiscale a altri lavoratori? E questa condizione non rischia di condannare gli assistiti a una marginalità che diventa stabile e non rischia anche di attrarre chi invece lavora, disaffezionandoli a quel percorso che è insieme di scambio, di obbedienza, di partecipazione – i principi, insomma, di una ordinata democrazia? Insomma, è sempre l’idea che il bene comune si realizza solo attraverso l’attività lavorativa – con l’appendice di una sorta di “disprezzo civile” verso coloro che a faticare proprio non ci riescono, volenti o nolenti. Quanto all’azzardo morale di tenere vicino o sotto la soglia di povertà milioni di persone non sembra che la cosa inquieti più di tanto le coscienze etiche di chi decide – la disoccupazione, rimanendo, un prezzo “economico” da mitigare o pagare allo sviluppo o alla crisi delle civiltà industriali.
Una questione, questa dell’«azzardo morale» che si riflette, a esempio, nelle parole con cui Tito Boeri, presidente dell’Inps, presenta la sua proposta di riservare un reddito minimo agli over 55enni (e under 65). «Non credo che dare loro un emolumento, che sarà basso, li esponga al rischio di non mettersi in cerca di un lavoro. Difficilmente trovano un nuovo impiego (solo il 10 percento)», ha spiegato Boeri. E ha argomentato che la sua è solo una proposta «complementare». «Sarei felice – ha aggiunto Boeri – se il governo riuscisse a trovare le risorse per finanziare un reddito minimo garantito per tutta la popolazione».
Già, il governo. E perciò, la proposta è diventata politica, anzi elettorale.
L’ultimo a parlarne qui da noi è stato Renzi. Un filino subito dopo il Berlusconi remix – che adesso che i sondaggi dicono che le elezioni si giocheranno tutte sul voto dei poveri che non votano (quelli che votano andranno a configurare una tripartizione di schieramenti) gli ha preso la svolta sociale. E stavolta l’allergia su tutto il corpo gli sfoga a quelli di Forza Italia. Il professor Brunetta è già all’opra chino su una bozza di programma di fattibilità dell’introduzione di un reddito per fasce sociali povere – giusto pure per inseguire e stracciare quel comico di Grillo: quanto dice che gli danno i 5Stelle, 680 euro? E Berlusconi: facciamo 800, buon peso, e non se ne parli più. D’altronde, Berlusconi fu quello che varò la social card – 40 euro di spesa alimentare al mese per un totale nazionale di 450 milioni di euro, davvero poca cosa.
Ma no, tuona il Renzi, che reddito di cittadinanza d’Egitto, lavoro di cittadinanza semmai, siamo o no, una Repubblica fondata sul lavoro: articolo 1? Perciò, ti do i soldi – una manciata invero – ma solo se tu mi fai qualche lavoretto, qualche prestazione, qualche servizietto. Che so, una rinfrescatina di vernice alle panchine del parco, una potatina alle piante degli orti botanici, fare lo spaventapasseri, con turnazioni brevi, per scacciare gli storni dalle piazze. E ti controllerò, ah se ti controllerò: a conti fatti, sembra che dovrebbero essere molti di più i nuovi assunti in un ruolo di verifica e assistenza dei percettori del reddito subordinato a un lavoro di cittadinanza, che i medesimi. Un baraccone. Non sarebbe esattamente proprio l’idea che si va facendo strada nella Silicon Valley – dove il Nostro si è recato recentissimamente, ma che farci.
Elon Musk, il fondatore della casa produttrice di auto elettriche Tesla, che Matteo Renzi ha incontrato nel suo viaggio americano, è un convinto sostenitore del reddito di cittadinanza, e pensa che introdurlo «diventerà necessario». Forse a spingerlo è la stessa ragione per la quale, pochi giorni fa, il fondatore di Microsoft, Bill Gates, ha tirato fuori dal cilindro l’idea di far pagare le tasse ai robot. Se vengono usati per ridurre il lavoro umano, che almeno paghino le tasse – magari così uno ci pensa due volte a cacciare operai e mettere robotini. Il fondatore di e-bay, Pierre Omidyar, sta addirittura finanziando un progetto pilota di reddito di cittadinanza in Kenya. Per i prossimi dodici anni pagherà a seimila abitanti di quaranta villaggi rurali, 75 centesimi di dollaro al giorno, una paga pari alla metà del reddito giornaliero medio dei kenioti. Che faranno i kenyoti dei villaggi rurali, vivranno al limite della soglia di povertà o cercheranno di togliersi quelle mosche dal naso e darsi da fare? E i californiani – qui tutto nasce dalla Silicon Valley – che sono di loro la settima potenza del mondo? Insomma, le visioni sempre quelle sono: o una misura per mitigare e combattere la povertà, o una misura di progressiva liberazione dalla schiavitù del lavoro in un mondo che dovrebbe essere sempre più ricco e sempre meno legato alla prestazione di scambio forzalavoro-denaro. Eppure, qualcosa si muove nei “piani alti”. L’economista Klaus Schwab, fondatore e presidente esecutivo del World Economic Forum, ha espresso ottimismo circa l’introduzione di un reddito di base incondizionato in un colloquio con il quotidiano tedesco di Amburgo, «Hamburger Abendblatt». Schwab ha definito la proposta “sostanzialmente plausibile” e ha previsto che la discussione si svilupperà in maniera crescente nel prossimo decennio. Proprio quest’anno all’incontro di Davos era previsto un seminario con Guy Standing, il fondatore della rete europea per il “basic income”.
In Finlandia, tra poco, lo adotteranno così, senza scambio di alcunché, ma solo per un numero ridotto di persone. Ancora una sperimentazione. L’unico luogo dove viene applicato in maniera universale è l’Alaska, dove da circa trent’anni è in vigore il Permanent Fund Division, che redistribuisce tra i cittadini (purché abbiano la maggiore età) i proventi delle concessioni petrolifere: qualcosa che oscilla tra i novecento e i duemila dollari a capoccia. All’anno. Bazzecole, davvero solo una redistribuzione delle royalties, qualcosa che da noi si potrebbe applicare in Basilicata o in Sicilia dove si continua a bucare il terreno e il fondo del mare per il petrolio.
Il candidato a sindaco di Palermo dei 5Stelle (o almeno quello che è sopravvissuto ai pasticci delle firme e alla faida interna) ne ha fatto il primo punto del suo programma. I 5Stelle, d’altronde, hanno già depositato in Parlamento una proposta. Anche qui, non si tratta di una misura universale, ma di un assegno di 780 euro mensili da erogare a tutti coloro che sono sotto la soglia di reddito di 9.360 euro l’anno, che, secondo loro, sono il livello che indica il rischio povertà. Anche questo assegno sarebbe vincolato a degli obblighi.
Dario Di Vico sul «Corriere della Sera» ha fatto due conti, che se si distribuissero 400 euro a testa al mese, in Italia costerebbe qualcosa come 300 miliardi di euro. I conti dell’Ocse – con il vincolo di distribuzione solo sotto la soglia di povertà – parlano di qualcosa intorno ai 15 miliardi, per un sussidio di 780 euro al mese. I 5Stelle parlano di qualcosa intorno ai 17 miliardi.
E a metterla così, sembra una cosa sostenibile. Il dibattito parlamentare in Italia è a questo punto qui: un disegno di legge nel quale il nome della misura è definita «reddito di inclusione», come riportato nel Disegno di legge AS 2494, Contrasto alla povertà e riordino delle prestazioni sociali, relatrice Senatrice Annamaria Parente (PD), che sempre nella stessa Commissione è anche relatrice di altri DdL riguardanti Istituzione del reddito di cittadinanza nonché delega al Governo per l’introduzione del salario minimo orario (S. 1148, iniziativa Nunzia Catalfo, M5S); Istituzione del reddito minimo garantito (S. 1670, iniziativa Loredana De Petris, SEL), Disposizioni per l’introduzione di una misura universale di contrasto alla povertà denominata reddito minimo (S. 1919, iniziativa Maria Cecilia Guerra, PD). Però, a leggere qui e là sembrano “leggi per i poveri”.
Chi volesse capirne di più, del reddito di cittadinanza, cerchi on line il BIN (Basic Income Network) – Italia, che ci sta lavorando da un bel po’.

Nicotera, 2 marzo 2017
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 3 marzo 2017

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Trump “stalinista”: i media, nemici del popolo.

trump_contro_mediaL’ultima è di qualche giorno fa, quando Trump ha comunicato – via twitter, ovviamente – che non avrebbe partecipato alla cena dell’Associazione dei corrispondenti della Casa Bianca: «I will not be attending the White House Correspondents’ Association Dinner this year. Please wish everyone well and have a great evening!». «Una buona serata» – che suona più come uno smacco che un saluto di cortesia.
Nessuno ricorda più se e quando sia stata consegnata la dichiarazione di guerra, ma che sia guerra aperta ormai tra la presidenza Trump e i media americani è un dato di fatto.
Pochi giorni fa, la Casa Bianca ha impedito l’accesso a una conversazione informale con il portavoce Sean Spicer ai giornalisti di «BBC», «CNN», «New York Times», «Los Angeles Times», «BuzzFeed» e «Politico». I giornalisti di «AP» e «TIME» allora non hanno partecipato per protesta. Quelli di «Bloomberg», del «Wall Street Journal» e del «Washington Post» hanno partecipato dichiarando che se accadesse un’altra volta loro non ci verranno più.
Questa guerra ha le sue ragioni: durante la campagna elettorale non furono solo le testate democratiche a dichiarare il proprio endorsement per la Clinton, ma sorprendentemente molte testate di provata fede repubblicana.
«Usa Today», uno dei più diffusi quotidiani, ruppe una lunga tradizione di non schieramento nella corsa presidenziale con un editoriale in cui dichiarava Trump «unfit for the presidency». Inadeguato. Cinque tra i più importanti quotidiani conservatori avevano espresso la loro opposizione a Trump, talvolta rompendo una tradizione più che centenaria. «The Arizona Republic» non appoggiava un candidato democratico dal 1890; «Detroit News» non ha fatto mancare il suo appoggio a un candidato repubblicano solo tre volte dal 1873; il «New Hampshire Union Leader» e il «Cincinnati Enquirer» non sostenevano democratici dal 1916; mentre l’ultima volta che il «Dallas Morning News» si era schierato con un democratico era il 1944 e il candidato era Franklin D. Roosevelt.
Glenn Greenwald, che era giornalista del «Guardian» quando raccontò la storia di Edward Snowden e dei sistemi pervasivi segreti di sorveglianza del governo americano, intervistato dalla rivista «Slate» la mise giù brutale: «The U.S. media is essentially 100 percent united, vehemently, against Trump / I media americani sono essenzialmente al cento percento uniti, con veemenza contro Trump».
D’altronde, tra Trump e i media era già odio reciproco. Trump aveva centrato la propria campagna proprio contro i media «disgusting and corrupt». Durante le primarie, a Fairfield, Connecticut, disse: «Non sto correndo contro quell’imbrogliona – crooked – della Clinton, ma contro quegli imbroglioni – crooked – dei media».
Disonesti, disgustosi, imbroglioni, manipolatori di notizie false – più o meno è questo l’andazzo degli epiteti di Trump contro i media. Ultimamente insiste con le fake news, notizie false – dice che buona parte delle notizie che vengono date soprattutto sul clima interno allo staff presidenziale e alle difficoltà incontrate sinora sono fabbricate a arte, presentate come fossero soffiate dall’interno e anonime ma sostanzialmente non veritiere, e che se se ne chiede conto si trincerano dietro il primo emendamento. Figurarsi, lui, Trump, è il più fervente sostenitore del primo emendamento.
L’acme dello scontro è stato intorno alla nomina del generale Flynn a Consigliere per la sicurezza nazionale, poi revocata quando è saltato fuori che il generale aveva rilasciato commenti e dichiarazioni in conversazioni con l’ambasciatore russo a Washington, Sergei Kisilyak, a proposito delle sanzioni, mentre era ancora presidente Obama e Trump non aveva prestato giuramento. Flynn era stato convocato dal vicepresidente Pence e aveva negato, ma i media avevano dimostrato l’evidenza di questi colloqui che erano stati, doverosamente, intercettati dall’Fbi. Tutto era passato ai giornali attraverso “gole profonde”, e questo aveva davvero imbestialito Trump.
Per capire quale sia il clima nello staff di Spicer, addetto ai rapporti con i media, in una riunione di “emergenza” dopo che era evidente che informazioni riservate erano state passate ai giornali proprio dall’interno dello staff, Spicer ha chiesto ai collaboratori di lasciare i loro cellulari su un tavolo, per un controllo. E li ha ammoniti che usare app come Confide e Signal, che sostanzialmente cancellano il testo dopo averlo pubblicato non lasciando tracciabilità, è una violazione dei regolamenti. Spicer era accompagnato da due legali della Casa Bianca.
Qualche giorno fa alla Conservative Political Action Conference – l’incontro annuale degli attivisti repubblicani – Trump è tornato sull’argomento dei media, tra una promessa di spezzare le reni all’Isis, di rivedere il sistema sanitario dell’Obamacare, di smetterla con il welfare e tornare a lavorare. E ha aggiunto, dopo la solita intemerata contro i “dishonest media” e le loro fake news: «We’re going to do something about it / faremo qualcosa per questo». Una minaccia?
Che Trump tema i media è una cosa. Steve Bannon, l’uomo dell’ultradestra suprematista bianca che ora è suo consigliere strategico, si è riferito spesso ai media come “the opposition party”, il partito dell’opposizione. E lo stesso Trump ha dichiarato di considerare la stampa “a more prominent foe”, un nemico più temibile del Partito democratico.
Che Trump attizzi continuamente la guerra contro i media è un’altra cosa. Bannon li chiama “globalist media”, calcando la mano su quell’attenzione al mondo che sembra essere diventata una colpa, dato che ora il motto è “America First” – c’è una preoccupante ricorrenza, non una semplice riproposizione, con l’accusa che il nazionalsocialismo tedesco rivolgeva al mondo ebraico di essere “cosmopolita”. Così, l’ultima locuzione con cui Trump si riferisce alla stampa è di essere «the enemy of the people», nemici del popolo, un curioso richiamo alle purghe staliniste e al bombardamento maoista del quartiere generale. Davvero lo scollamento tra i media americani – per decenni considerati i custodi della democrazia – e i cittadini è arrivato a un punto che Trump si possa permettere di attizzare l’odio contro di loro?
Carlos Lauria, direttore per le Americhe alla Commissione per la protezione dei giornalisti, una organizzazione no-profit che si batte per la libertà di stampa, ha commentato preoccupato l’evolversi di questa retorica trumpiana: «Succede ovunque nel mondo ci siano leader autocratici – e ha citato l’Egitto, il Venezuela, la Russia e la Turchia. L’obiettivo di questa campagna di denigrazione è rendere immune l’Amministrazione dal legittimo esercizio di critica delegittimando i media».
Sarà una vera guerra nucleare, questa tra i media americani e Trump.

Nicotera, 27 febbraio 2017
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 28 febbraio 2017

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