Ucraina, Europa, movimenti di giustizia sociale.

«Tutto questo pericolo di una guerra generale scomparirà il giorno in cui un cambiamento di cose in Russia consentirà al popolo russo di cancellare, in un colpo solo, la tradizionale politica di conquista dei suoi zar, e di rivolgere la propria attenzione al proprio interno e ai suoi interessi vitali, ora seriamente minacciati, invece di sognare il primato universale… Sparirà in quel momento anche la scusa per gli armamenti folli che stanno trasformando l’Europa in una grande caserma militare, e che fanno sembrare la guerra stessa quasi un sollievo. Anche il Reichstag tedesco si troverebbe a quel punto obbligato a rifiutare le sempre crescenti richieste di rifornimenti bellici… E con ciò l’Europa occidentale sarebbe in grado di occuparsi, indisturbata da deviazioni e ingerenze straniere, del proprio urgente compito storico: il conflitto tra Proletariato e Borghesia, e la soluzione dei problemi economici ad esso correlati… Anche il solo rovesciamento del governo dispotico dello zar in Russia aiuterebbe direttamente in questo processo. Il giorno in cui cadrà lo zarismo — quest’ultima roccaforte dell’intera reazione europea — quel giorno un vento del tutto diverso soffierà sull’Europa».
È una citazione da un testo di Friedrich Engels per la «Neue Zeit» del febbraio 1890. Engels quindi guarda alla guerra tra la Russia e le potenze europee con un prisma concettuale, un punto di vista: gli interessi del proletariato nel suo conflitto con la borghesia. E quali sono gli interessi del proletariato nel suo conflitto con la borghesia? Che la Russia sia sconfitta, che il regime zarista vada in crisi. Dalla crisi dello zarismo, del “modello dispotico” russo, si libereranno forze per il conflitto tra proletariato e borghesia.
Ora, qual è il nostro prisma concettuale sulla guerra in Ucraina, qual è il nostro “interesse” nella guerra in Ucraina? La mia critica al pacifismo e al trattativismo e al concessionismo («Ma sì, diamogli sto Donbas, e chiudiamola lì») in questa guerra è perché il trattativismo e il concessionismo hanno come risultato quello di fermare, di seppellire l’enorme faglia di contraddizione dentro il regime dispotico di Putin che si è aperta con la guerra grazie alla resistenza ucraina. Senza la resistenza ucraina non avremmo i conflitti che si stanno aprendo dentro la società e il regime russo. È questo il valore politico della resistenza ucraina. È per questo che dal primo giorno sto con la resistenza ucraina, e non solo per la “questione morale” di stare dalla parte dell’aggredito contro l’aggressore.
Perché ha valore politico europeo l’apertura di conflitti e contraddizioni dentro il regime dispotico di Putin? Perché senza la Russia non c’è Europa. Senza la Russia, l’Europa è monca, lo è culturalmente, storicamente, economicamente. E perché il regime dispotico di Putin, proprio come quello zarista analizzato da Engels, è una minaccia per l’Europa.
Per chi ha dunque valore politico la resistenza ucraina e la crisi del regime di Putin? Io dico per chiunque abbia a cuore un’idea di Europa che non sia spaccata da una nuova cortina di ferro, ora una cortina nucleare della NATO, che arriva dal Baltico a Costanza in Romania.
Quindi, io dico per quei movimenti per la giustizia sociale, per i diritti, per una democrazia ampia che considerano una l’Europa, da Lisbona a Mosca, e che non possono tollerare la Brexit come non possono tollerare la nuova cortina nucleare, non possono tollerare la distinzione tra paesi frugali del Nord e paesi cicala del Sud, paesi dell’ovest e paesi dell’est – non possono tollerare ciò che divide, separa, frammenta, l’Europa.
Noi guardiamo alla guerra in Ucraina come a una guerra di terra – le città assediate e bombardate, i carri armati e le colonne di mezzi militari che avanzano e si bloccano nel fango, le trincee. Ma la guerra in Ucraina, oltre che essere una guerra di cielo, è una guerra d’acqua, una guerra di mare. Il “destino manifesto” della Russia è il Mar d’Azov, i Dardanelli, il Mediterraneo. Per inquadrare la strategia russa bisogna guardare oltre il Donbas, verso il Mar Nero, il Mediterraneo orientale, il Mar Rosso. Mentre la NATO si è spostata a nord (i Baltici) e a est, speculare e contrario è stato il muoversi russo, verso sud, a cominciare dall’intervento in Siria e poi con il sostegno a Haftar in Libia. La presenza massiccia russa nel Mediterraneo risale al 2014, alla conquista della Crimea – Mosca ha bisogno di basi militari nel Mediterraneo: ecco i rapporti con l’Egitto, con l’Algeria.
La realtà perciò è che non esiste più spazio – non c’è uno spazio continentale dove non si ponga la questione della guerra o della minaccia della guerra, con ci sono più stati-cuscinetto: la “iustissima tellus” richiamata da Schmidt è un campo di battaglia. Ma non c’è neppure più un mare senza guerra o minaccia di guerra. Il Mediterraneo non è “buono” di suo, come bastasse evocarlo per contrastare e annullare le tendenze tristi dell’Europa. In questo stato di cose, di guerra che attraversa l’Europa e il Mediterraneo, rigurgita una tensione bellica.
Quello di cui abbiamo bisogno perciò è di immaginare uno spazio, di inventare uno spazio. Inventare uno spazio è una posizione politica. Inventare l’Europa è uno sguardo politico – non c’è una Europa “data” come non c’è un Mediterraneo “dato”. A noi non interessa l’Europa dei mercati, l’Europa della moneta, l’Europa dei governi, l’Europa dei popoli, l’Europa delle nazioni, l’Europa degli Stati. Tutto questo è già accaduto, è già storia, è l’Ottocento e il Novecento. Quello che non è ancora accaduto è un’Europa di giustizia, diritti e libertà. Quello che noi guardiamo accadere è una Europa e un Mediterraneo di nuovi movimenti sociali di giustizia, diritti e libertà. È questo oggi lo spettro che si aggira per l’Europa. cambiamo l’incipit del “Manifesto” di Marx: «Uno spettro si aggira per l’Europa: è l’Europa».
Per dare corpo, per dare peso, per dare “impronta” a questo spettro, noi dobbiamo lavorare alla connessione dei movimenti di giustizia sociale in Europa. A partire dal valore politico della resistenza ucraina. senza la resistenza ucraina oggi non avremmo questa nuova opportunità di parlare di Europa, di pensare l’Europa, di inventare l’Europa. La linea rossa oggi è la resistenza ucraina: se non si capisce questa non si capisce quella, l’Europa di cui parlo; se non si appoggia quella, non si appoggia questa.
È per questo che stiamo a fianco degli ucraini, proprio come stiamo a fianco dei curdi contro il dispotismo bellico turco, come siamo a fianco dei sindacati e dei giornalisti ungheresi contro Orbàn o a fianco delle donne polacche contro quel regime oscurantista, e delle donne iraniane contro il regime dei mullah; ma i mullah non sono poi tanto diversi da Kirill: questo e quelli promettono il paradiso ai “martiri” delle loro guerre.
E è per la stessa “cosa”, una Europa di giustizia sociale, che siamo a fianco dei catalani, degli scozzesi, dei baschi, degli irlandesi, dei siciliani – cui mi onoro di appartenere – che lottano per l’indipendenza; vedete, è questo il tratto nuovo dell’indipendentismo europeo: non c’è indipendenza se non c’è giustizia sociale.
È questa perciò la proposta, questo il percorso che io pongo qui: lavorare a una assemblea europea dei movimenti di giustizia sociale a partire dall’appoggio alla resistenza ucraina, senza la quale tutto questo discorso non si dà.
E non si dà neanche in Ucraina, dove il conflitto resterà bloccato, fissato nella resistenza nazionale e sempre più nazionalista. E non si dà neanche in Russia, dove le contraddizioni che si aprono hanno come unico sblocco la fuga – e noi dobbiamo appoggiare la desistenza russa. Non c’è Europa libera, senza Russia.
Inventare lo spazio europeo, costruire rete democratica fra i movimenti europei di giustizia sociale, appoggio alla resistenza ucraina – questi tre elementi devono connettersi, intrecciarsi, per un nuovo agire politico.

Bologna, Municipiozero, “Oltre l’umano”, 1-2 ottobre 2022.

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Iran: Donne, vita, libertà.

È successo nel ’99, nel 2003, nel 2006, nell’onda verde del 2009, nel 2018. E adesso. Sono più di vent’anni che l’Iran è scosso, quasi con frequenza regolare, da proteste di piazza. A volte, sono i “mostazafin”, i più poveri delle classi medie, a scendere in piazza, a volte sono i giovani delle università; a volte si chiede pane, per le condizioni di vita che diventano sempre più difficili, a volte si chiede libertà; a volte è Teheran a protestare, a volte Mashad, che è la seconda città per abitanti, o città di province lontane: l’Isfahan, il Lorestan, l’Hamadan. Stavolta è pane e libertà, stavolta è l’Iran tutto in piazza – oltre cinquanta città sono attraversate dalle proteste, iniziate nel Kurdistan iraniano. Quarantuno già i morti “ufficiali”, settantacinque, secondo le stime al ribasso di organizzazioni per i diritti civili. Il fatto è che le autorità hanno rallentato Internet, bloccato l’accesso a Instagram e WhatsApp, e raccogliere notizie diventa sempre più difficile.
Tutto è cominciato a Teheran. Il 13 settembre, Mahsa Amini, 22 anni, originaria del Rojhelat, il Kurdistan iraniano, stava passeggiando insieme a suo fratello diciassettenne per le strade di Teheran dove si trovava in vacanza con la famiglia. Il nome di battesimo di Mahsa era Jina, un nome curdo; Mahsa era il nome persiano sul suo passaporto in base a leggi pensate per oscurare l’esistenza del suo popolo. All’improvviso, Mahsa viene bloccata e caricata su una camionetta della polizia morale dell’Iran, portata in commissariato dove – così fu detto ai familiari – sarebbe stata sottoposta a un “breve corso sull’hijab”, visto che non lo indossava correttamente, e rilasciata entro un’ora. Invece fu picchiata duramente. Dopo tre giorni di coma, il 16 settembre, Mahsa è morta. Le autorità hanno parlato di malattie pregresse come causa della morte, smentite però dai familiari. Il padre di Mahsa ha dichiarato di non aver potuto vedere il cadavere della figlia né leggere i risultati dell’autopsia: «Ho potuto vedere di sfuggita il viso e i piedi nel momento in cui l’abbiamo seppellita. I piedi erano segnati dalle ferite. Mahsa godeva di ottima salute». Le autorità avevano fatto pressione affinché la sepoltura avvenisse di notte. Ma non è andata così.
Tutto è cominciato a Saqqez, la città dove Mahsa era nata. Il 17 settembre i funerali della ragazza sono sfociati in scontri con la polizia, con un morto e decine di feriti. Le proteste e la repressione si sono poi estese al resto del paese. Il 19 settembre, a Teheran, gli studenti di tre università sono scesi in piazza. Da allora, la protesta non si è più fermata.
Questa storia delle morti di chi finisce nelle mani della polizia, non è certo nuova. Nelle proteste del 2018 furono almeno due: Vahid Heidari ad Arak e Sina Ghanbari a Teheran. Le autorità sostenevano che si fossero suicidati, ma non ci credeva nessuno. «Vahid faceva il venditore al bazar di Arak. È stato arrestato per aver partecipato alle proteste contro il carovita», raccontava lo zio del ragazzo. Secondo la famiglia, ricevettero una telefonata dalla prigione: «Si è suicidato, venite a prendere il corpo». Poi però non sono stati consegnati ai familiari né il cadavere né il referto del medico legale; e sono stati costretti a seppellirlo in una fossa già preparata. Ma era successo lo stesso nel 2009, quando migliaia di giovani furono imprigionati dopo le manifestazioni del Movimento verde, rinchiusi in centri di detenzione non ufficiali come Kahrizak e sottoposti a torture e violenze sessuali: tre furono uccisi. Anche questa storia delle violenze sessuali non è nuova: nei mesi successivi alla repressione del 2009 si cominciò a parlare di stupri sistematici compiuti dalle forze di sicurezza e da altri detenuti nei confronti di donne e uomini incarcerati per ragioni politiche. «Le guardie carcerarie stanno distribuendo preservativi ai criminali e li stanno incoraggiando a violentare sistematicamente i giovani attivisti che si trovano in carcere con loro», scrisse nel giugno 2011 il giornalista del «Guardian» Saeed Kamali Dehghan, citando diverse lettere e testimonianze di persone detenute nelle prigioni iraniane.
È una vera ossessione per il regime teocratico iraniano – questa del controllo del corpo delle donne, l’orrore per la libertà dei costumi, sessuale. Da quando è arrivato al potere Ebrahim Raisi, nell’agosto 2021, le autorità sono diventate più severe, imponendo nuove misure per controllare la popolazione. In particolare le donne. Il 5 luglio 2022 Il governo approva una direttiva che impone nuove restrizioni sull’abbigliamento femminile: prevede punizioni per chi usa l’hijab “in modo improprio”, per esempio lasciando uscire ciocche di capelli. È esattamente il motivo per il quale la polizia morale fermò Mahsa Amini. Inoltre stabilisce che il velo deve coprire anche il collo e le spalle e vieta alle dipendenti pubbliche di indossare calze e scarpe con il tacco. Il 12 luglio è istituita la “giornata dell’hijab e della castità”. Il 15 agosto un nuovo decreto impone ulteriori obblighi e punizioni per chi non si conforma al codice di abbigliamento. Il 30 agosto in un’intervista in tv il segretario dell’Organizzazione per la promozione della virtù e per la repressione del vizio annuncia che il governo prevede di usare il riconoscimento facciale per individuare le donne vestite in modo improprio nei luoghi pubblici. Il 5 settembre alcune organizzazioni per la difesa dei diritti umani hanno rivelato che la settimana precedente, nella città di Urmia, sono state condannate a morte due attiviste della comunità lgbt, Zahra Sedighi Hamedani, 31 anni, ed Elham Chubdar, 24, accusate di diffondere “corruzione sulla Terra”.
La corruzione sulla Terra – questo sono le donne per il regime iraniano. È dal 1979 dalla rivoluzione di Khomeini che le donne non possono cantare in pubblico – questo spiega anche la moltiplicazione dei video diffuse sui social, come forma di protesta. Come il gesto, praticato in questi giorni da decine e decine di ragazze, spesso in pubblico, di tagliarsi i capelli – un rito di lutto, praticato ancora in alcune province, proprio come accadde durante i funerali di Mahsa, e ora diventata una forma di protesta. «Jin Jiyan Azadî» (che in persiano diventa «zan zandegi azadi»), “Donna, vita, libertà” – è questo lo slogan di questi giorni.
Nel nome delle donne. Neda Agha-Soltan aveva 26 anni. Nel giugno 2009 partecipava alle proteste dell’onda verde. Neda fu uccisa da un cecchino delle forze di sicurezza iraniane mentre andava a una delle tante manifestazioni che si stavano tenendo per protestare contro i presunti brogli elettorali che avevano permesso la vittoria alle elezioni presidenziali del conservatore Mahmud Ahmadinejad contro il riformista Hossein Mousavi. Circolò subito un video che durava meno di 40 secondi: si vedeva una giovane donna gravemente ferita, in strada, circondata da alcuni uomini che tentavano di prestarle soccorso. La donna guardava verso il cellulare che stava filmando, con gli occhi spalancati, prima di cominciare a perdere molto sangue dalle orecchie e dal naso, e morire. Si chiamava Neda.
Narges Hosseini: nel 2018, salì su un muretto durante le proteste di piazza, si tolse il velo e lo appese a uno stecco, come a farne una bandiera. La foto fece immediatamente il giro del mondo. Venne arrestata. L’accusa era (articolo 638 del Codice penale islamico) di avere “commesso apertamente un atto peccaminoso e aver violato la pubblica moralità” e di avere così (articolo 639) “incoraggiato l’immoralità e la prostituzione”. Rischiava fino a dieci anni di carcere, gliene diedero otto, ne scontò cinque. Oggi è di nuovo in prima fila nelle proteste, di nuovo arrestata.
Hadis Najafi, uccisa da sei proiettili della polizia. Sembrava fosse lei la “ragazza con la coda”, che si vedeva in un video raccogliere i capelli con un elastico e poi andare a unirsi ai manifestanti. Invece, la “ragazza con la coda” è viva, è apparsa in un video della BBC per dire: «Non sono Hadis Najafi, ma combatto per tutte le Hadis e le Mahsa. Non abbiamo paura che ci uccidiate».
Molti commentatori e conoscitori dell’Iran invitano alla cautela – la repressione sarà durissima, il regime è ancora forte. Noi speriamo che abbia ragione Tara Sepehri Far, ricercatrice di Human Rights Watch: «Le donne si sono tolte il velo e hanno camminato per strada. Non si può tornare indietro».

Nicotera, 27 settembre 2022.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 28 settembre 2022.

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