Cari arabi, smettete di odiarci, e date battaglia per i vostri diritti.

Hanno intorno ai vent’anni gli shahid assassini di Barcellona, ma anche di Parigi, di Londra, di dovunque. E non si può permettere mai a nessuno di dire che vent’anni sia la più bella età della vita, anche se sei musulmano. Guardo sul web le loro immagini – dei morti saltati in aria con le loro bombole di gas e il perossido di acetone, dei morti ammazzati dalla polizia, di quelli ancora ricercati – e vedo poco più che ragazzini, solo un pugno d’anni li separa dalle foto di famiglia in cui sorridono angelici in posa, per una festa, una ricorrenza. Fu l’angelo Gabriel, Jebrail, con modi bruschi a rivelare il Corano a Maometto che si chiedeva come mai Dio, così generosamente apparso a ebrei e cristiani, si fosse scordato di loro, gli Arabi, gli uomini del deserto.
No, non è l’immagine del feroce Saladino quella che ha dichiarato guerra alle nostre vite. È piuttosto la faccia del ragazzo ambulante che vende cover per cellulari al mercato settimanale o di quello che bussa alla tua porta offrendoti la sua mercanzia, calzini improbabili, strofinacci che si sfaldano al primo lavaggio. O di quelli che cialtroneggiano dalla mattina alla sera ai tavoli dei bar di ogni periferia d’Europa, sparando cazzate fino a che si fa sera e si va a casa a mangiare.
No future, per i giovani musulmani qui da noi, in oscillazione tra una carità pelosa (sì, il buonismo) e la montante voglia di prenderli a calci e rimandarli a casa loro (sì, il razzismo). Dovrebbero – secondo i laici illuministi, che non si riconoscono né nell’una né nell’altra cosa – riconoscere i nostri “valori”. Cioè, la democrazia, la separazione tra Stato e Chiesa, che so. E ci mangiano loro con questi nostri “valori”? Possono uscire con le ragazze, avere soldi in tasca per offrire da bere agli amici, comprarsi l’ultimo cellulare di moda, avere il giubbotto più figo del bigoncio? No, non è così. Non c’è mobilità sociale, per loro. Già ce n’è ormai quasi niente per noi, figurarsi. Possono andare in vacanza, loro? Partire con i loro amici e qualche ragazza, affittare un B&B, segnarsi su Airbnb, passeggiare sulla spiaggia, comprarsi un gelato, andare a un concerto? No, che non possono. Perché gliel’ha detto il profeta? No, perché non ne hanno la possibilità materiale. E non l’avranno mai. Qualcuno di loro farà l’Erasmus? Maddai. Possono, per tutta la vita, portarci a casa i loro calzini improbabili e gli strofinacci che si sfalderanno al primo lavaggio, questo sì, possono farlo, con i nostri “valori”. Hanno visto i loro padri spezzarsi la schiena, hanno visto le loro madri ingoiare sufficienza e arroganza, li hanno visto entrambi perdere progressivamente la fede, o magari solo preoccuparsi piuttosto di mettere assieme il pranzo con la cena che andare regolarmente a sentire le prediche. Hanno visto tutto questo – e non vogliono finire così. Si sentono intrappolati qui. È la prima generazione, nata a Berlino, a Parigi, a Bruxelles, a Madrid, che ci odia e ci va uccidendo. Odiano di noi quello che non potranno avere mai. Le loro vite valgono già niente.
Dicono che stiamo vincendo la guerra, in Siria, in Iraq, che stiamo sconfiggendo il Daesh, e è per questo che si intensificano gli attentati da noi. Che le rotte verso la guerra siano diventate impraticabili e gli arruolamenti di massa siano finiti. E anche che sia sempre più difficile per i foreign fighters tornare qui e fare sfracelli. Io non ho elementi per dire che stiamo vincendo militarmente, ma so che abbiamo già perduto politicamente. E che la guerra con il Daesh e il fondamentalismo islamico o è una guerra della politica o è una guerra religiosa. E francamente, per quanto nessuno di noi non possa non dirsi cristiano (e con tutto il rispetto per la scrittura della Fallaci), non ho alcuna intenzione di ritrovarmi dentro una santa crociata.
Abbiamo perduto politicamente quando non abbiamo appoggiato le primavere arabe, quando le abbiamo considerate foriere di instabilità politica, fino a rinnegarle, fino a rimpiangere che dittature sanguinarie fossero state abbattute; quando abbiamo dichiarato guerra a Gheddafi (e non che non fosse giusto fermare un folle che bombardava le proprie città), preoccupandoci per la continuità delle forniture di petrolio e gas più che di come sarebbero diventati gli equilibri politici e territoriali. Eccolo il rinsavimento: teniamoci quell’assassino seriale di Assad. Benedetti arabi, tanto non la riescono proprio a capire la democrazia: come se la democrazia fosse una tecnologia, un cellulare, una app le cui funzioni si apprendono velocemente, e non una cosa complessa, sedimentata. Che ci è costata fatica e sangue, conflitti e diritti, leggi e doveri. D’altronde, perché stupirsene, da noi c’è proprio chi la considera ormai così, solo una “piattaforma”.
Il Daesh è l’unica alternativa “politica” rimasta oggi sul campo. I ragazzi che abbracciano il Daesh non abbracciano il fondamentalismo religioso, imparano quattro sure a memoria e ripetono a pappagallo quelle che vedono sovrimpresse nei loro video truculenti; ma accorrono a quella risposta politica: la guerra santa, la lotta armata. Sì, poi si battono la fronte contro il pavimento, ingiuriano le ragazze senza velo, picchiano le sorelle e diventano improvvisamente bigotti – magari dopo avere speso una vita di pugnette davanti i siti pornografici. Ma perché di questo sono infiorettate le “Risoluzioni strategiche” del Gran Califfo dell’Orrore. Il messaggio è piuttosto uno solo: uccidete. Non avete i kalashnikov? Usate le pentole, le bombole. Non avete le bombole? Usate i furgoni. Non avete i furgoni? Usate i coltelli. A morsi ci prenderanno, fra poco.
Dicono, i laici, che dobbiamo fermare i predicatori dell’odio, che gli imam, se vogliono stare qui, devono accettare e rispettare le nostre regole – e se è il caso, che ce le facciano leggere prima, le parole che rivolgeranno ai loro fedeli nelle moschee. Così, i ragazzi che si incontrano lì si troveranno di fronte dei fantocci nelle mani dello Stato – che autorevolezza possono avere? che credibilità possono avere? come possono suonare le loro parole, alle orecchie di questi angeli maledetti? Meglio internet, con i suoi messaggi puri, che grondano sangue.
Piuttosto, ne vorrei avere dieci, cento, mille di imam radicali. E ne vorrei avere almeno uno come il dottore Martin Luther King, che riusciva a trovare nella propria fede parole di speranza e di lotta per battersi per i diritti sacrosanti di un popolo, quello afro-americano. Forse è tempo per Maometto di chiedersi perché dopo che Dio è stato così generoso con ebrei e cristiani e neri da mostrare loro nelle Scritture le ragioni della lotta politica non possa accadere lo stesso per gli Arabi.
Se vogliono stare qui, i musulmani, gli arabi, devono battersi. Come si sono battuti i nostri padri e le nostre madri. La democrazia non si regala, non è un corpus di regole da imparare a memoria come le sure. Devono battersi per un salario decente, devono battersi per la libertà di sindacato, devono battersi per la loro dignità, per le loro libertà religiose. Ma solo se affrontano il conflitto, posso rispettarli. Posso scendere al loro fianco. Questo posso farlo. Ma devono essere loro a battersi, a organizzarsi. I preti li hanno già di proprio. È dei loro conflitti che abbiamo bisogno – che servano le loro braccia lasciatelo dire ai cinici che ci si rimpinzano i portafogli. E non c’entrano niente l’immigrazione e i barconi del Mediterraneo – non mischiamo le questioni.
Non me ne importa niente di sapere che la loro religione “vera” predica il bene e non di fare il male, che vuole la parità dei sessi e non la sottomissione: se restiamo intrappolati in una discussione sull’islam, in una “questione religiosa”, non ne usciamo fuori. Né serve continuare a predicare che la maggioranza è fatta di persone per bene, che lavorano a testa china. Non è la maggioranza, quella che ci uccide. Si sa come va, come è andata: uccideteli tutti, Dio poi saprà riconoscere gli innocenti. Quello che deve emergere è una risposta politica radicale contro il terrorismo. Fateci caso, non ce n’è uno che sia stato in Sos Racisme, per dire, che sia finito a fabbricare bombe; fateci caso non ce n’è uno che abbia incendiato le banlieue che sia finito a fabbricare bombe. E perché ci sia una risposta politica radicale contro il fondamentalismo terrorista, non servono comunicati ufficiali dei “buoni” imam. Che predichino piuttosto contro la globalizzazione, che predichino contro la colonizzazione, che predichino per i loro diritti: le chiese battiste nel Sud degli Stati uniti divennero focolai di battaglie per i diritti. Fate i riformisti, fate i rivoluzionari, fate quel che vi pare, ma battetevi. Vi bastoneranno, vi insulteranno, vi disprezzeranno. Ricomincerete. E poi di nuovo e di nuovo e di nuovo. Chi crede davvero nella democrazia sarà al vostro fianco. Se la scelta invece è la scorciatoia del martirio, dopo che i “sogni” di diventare ricco come un qualunque cazzone occidentale e intanto campare dei nostri avanzi si sono infranti, allora non ci siamo proprio.

Nicotera, 20 agosto 2017
pubblicato si “il dubbio”, quotidiano del 31 agosto 2017.

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L’estate di cinquant’anni fa Il laureato. Poi, venne il vento del Sessantotto.

Se ci sono versi di una canzone più oscuri e ermetici di quelli di A Whiter Shade of Pale dei Procol Harum – We skipped light fandango / turned cartwheels ‘cross the floor – che hai voglia a cercare di capire che cosa significhino, quelli stanno in Mrs. Robinson di Simon e Garfunkel: Hide it in the hiding place where no one ever goes / Put it in your pantry with your cupcakes, nascondilo in un posto sicuro dove nessuno guarda mai / mettilo insieme ai tuoi pasticcini. Cosa deve nascondere Mrs. Robinson, cosa deve mettere con i suoi pasticcini nella dispensa, qual è il suo segreto? Hai voglia a cercare di capire. Forse non è un caso che entrambe le canzoni uscirono nel 1967. Cinquant’anni fa.
Il fatto è che Simon e Garfunkel si erano messi d’accordo con Mike Nichols, il regista di Il laureato, per una canzone – e quella gliel’avevano data: The Sound of Silence, una meraviglia. Però, a Nichols ne serviva un’altra e glielo disse tardi e loro ci si misero a lavorare ma il film era finito e non era venuto fuori niente, così Simon disse che una canzone nel cassetto ce l’aveva ma era stata pensata per Eleanor Roosevelt, la moglie di Franklin Delano (quattro mandati da presidente, ci fecero una legge apposta perché non succedesse mai più), personaggio straordinario e influente, e si chiamava proprio così: Mrs. Roosevelt. E Nichols gli chiese di strimpellarla e loro la cantarono. E poi lui disse, beh, metteteci un po’ le mani e chiamatela Mrs. Robinson. E così andò: Where have you gone, Joe DiMaggio? / A nation turns its lonely eyes to you, wo wo wo / What’s that you say, Mrs. Robinson / ‘Joltin Joe’ has left and gone away, hey hey hey / Hey hey hey, dove sei finito Joe DiMaggio? L’insoddisfazione per gli anni Sessanta, che cova sotto lo splendore di sorrisi da pubblicità del fluoro, lo smarrimento, spinge lo sguardo all’indietro, a una figura popolare e mai dimenticata, DiMaggio, un giocatore di baseball dai record incredibili, un uomo semplice, figlio di immigrati siciliani, che aveva sposato la donna più desiderata della terra, Marilyn Monroe, era stato lasciato, ma non l’aveva mai abbandonata quando i corvi avevano cominciato a girarle intorno. Oh America. Che importa capire alla lettera, c’è tutto chiaro nel cuore.
È così che nascono i capolavori, senza saperlo. La parte di Mrs. Robinson doveva andare a Doris Day, nata Kappelhoff – la fidanzata d’America per tutti gli anni Quaranta e Cinquanta, una star di prima grandezza nelle canzoni, al cinema e in televisione – che ora aveva quarantacinque anni e era perfetta per la parte, ma declinò. La prese Anne Bancroft, nata Anna Maria Louise Italiano, da genitori di Muro Lucano (oh America, adoro i tuoi cognomi), che di anni ne aveva trentasei cioè solo sei più di Dustin Hoffman – nato proprio Hoffman, famiglia ebrea di radici ucraine e rumene – al suo primo ruolo importante, che doveva fare il giovanissimo ventenne appena laureato e già smarrito da sedurre («Mrs. Robinson, you’re trying to seduce me. Aren’t you?») e solo nove più di Katharine Ross, che doveva fare la figlia Elaine, di cui Ben si innamora perdutamente. E la Bancroft divenne il pepe di quel film e il sogno proibito di tutti i ventenni del mondo. E cioè di quelli che di lì a poco il mondo avrebbero provato a rovesciarlo, wo wo wo, hey hey hey.
La storia del film è presto raccontata: Benjamin Braddock, giovanotto educato di buona famiglia, ha appena finito il college e torna a casa a Pasadena, California, dove i suoi hanno organizzato una festa con tutti i propri riccastri amici che gli parlano del suo possibile futuro tranquillo («Una sola parola: la plastica»), anche se lui ha proprio un’aria disorientata. Alla festa, Ben conosce Mrs. Robinson, moglie del socio d’affari del padre, che con una scusa lo porta a casa e prova a sedurlo. Seduzione che è solo rimandata di qualche giorno, consumata in un hotel, e che dà inizio a una relazione clandestina, in cui Ben è sempre più a disagio.
Poi Ben conosce la figlia dei Robinson, Elaine, e se ne innamora, benché Mrs. Robinson lo minacci di rivelarle la loro relazione, finché sarà proprio lui a raccontare tutto alla ragazza, in cui ha trovato comunicazione, bellezza, verità, fine di ogni ipocrisia e conformismo. Elaine è sconvolta e fugge via. Ben cerca di sapere dove sia finita e scopre che la ragazza si è fidanzata e sta per sposarsi. Mancano poche ore al matrimonio, e Ben, con la sua Duetto rossa Alfa Romeo, cerca di sapere dove sia il matrimonio e arriva poi alla chiesa ma è troppo tardi. Urla contro la vetrata, mentre i due giovani sono all’altare, il suo dolore e il suo amore. Elaine molla tutto e fugge via con lui sul primo autobus di passaggio, verso una destinazione ignota.
Disse una volta Mike Nichols, il regista, in un’intervista: «La cosa che mi piace di più de Il laureato sono gli ultimi tre minuti del film, durante i quali i due giovani stanno seduti sull’autobus, frastornati e totalmente consapevoli di non aver risolto alcunché… Non sanno che diavolo dirsi… Molte cose sono possibili. Non si tratta di una conclusione, per Benjamin molte scelte rimangono aperte».
Molte scelte erano aperte in quel lontano 1967, per i giovani della classe media bianca. I neri sono già da tempo in piazza a lottare per i loro diritti: la marcia da Selma a Montgomery, guidata dal dottor Martin Luther King, è del 1965, e centinaia sono stati i ragazzi bianchi che sono andati nel Sud a battersi per fare iscrivere i neri nelle liste elettorali. Solo tre anni separano Il laureato da Fragole e sangue e è come un’era geologica: nel mezzo c’è la guerra del Vietnam, le bare dei soldati che tornano a casa, la rivolta nei campus. Fragole e sangue racconta di una lotta in un’università e della feroce violenza della polizia: le fragole vengono dalla sciocchezza di un rettore di un’università («I pensieri degli studenti per me sono come le fragole»), il sangue invece veniva dalla Kent University, dove per sedare una protesta la Guardia nazionale sparò uccidendo quattro studenti e ferendone decine: la foto di Mary Ann Vecchio che in ginocchio urla la propria disperazione vicino al corpo di un ragazzo ucciso vinse il Pulitzer e diventò un’icona della protesta. Le scelte erano state fatte.
Adesso i ragazzi sapevano da che parte stare. Come avevano scritto Simon e Garfunkel per The Sound of Silence, l’altra loro canzone de Il laureato: «The words of the prophets / Are written on the subway walls / And tenement halls / And whispered in the sound of silence – le parole dei profeti sono scritte sui muri della metro e nei cortili delle case popolari, e sussurrate nel suono del silenzio». Oh America.

Nicotera, 12 agosto 2017
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 19 agosto 2017.

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