Welcome to the revolution. March for our lives.

Il pomeriggio del 14 febbraio di quest’anno – giorno di San Valentino – Nikolas Cruz, diciannove anni, entrò con un fucile d’assalto AR-15 calibro .223 e diversi caricatori alla Marjory Stoneman Douglas High School di Pakland, Florida, che era stata la sua scuola, e iniziò a sparare senza fermarsi. Uccise diciassette persone, quattordici studenti e tre adulti, e ne ferì altrettanti. È stato uno degli episodi di sparatoria scolastica con più vittime nella storia degli Stati uniti, quello che più ricorda il noto massacro alla Columbine High School. Lacrime, abbracci, preghiere, funerali, candele – questo sarebbe stato il rituale ormai consuetudinario negli Stati uniti, questo c’era da aspettarsi.
Eppure, che qualcosa questa volta sarebbe andata diversamente si capì la mattina successiva alla sparatoria, quando Sarah Chadwick, una studentessa del secondo anno della Douglas High School, informò il presidente degli Stati uniti con il mezzo che gli è più congeniale e con parole che divennero immediatamente virali: «Non voglio le tue condoglianze, fottuto pezzo di merda, i miei amici e insegnanti sono stati uccisi». Nelle ore che seguirono immediatamente altri si unirono a Sarah rifiutando ogni banalità consolatoria. Sui social media e in diretta televisiva, le vittime non recitavano il loro ruolo luttuoso, non chiedevano la privacy nel loro momento di dolore, non pensavano che fosse “troppo presto” per sollevare la questione del controllo delle armi. In realtà, diversi studenti avrebbero iniziato a gridare “controllo delle armi” proprio alla veglia a lume di candela. Quello che stava già diventando chiaro quella notte, meno di trentasei ore dopo le sparatorie, era che gli studenti avrebbero fatto vergognare tutti gli Stati uniti, con una straordinaria rettitudine morale. Era stata una settimana orribile, ma c’era la prova di un valore straordinario: il disprezzo dell’ipocrisia da parte della gioventù americana.
Disse una volta, nel 1965, Mario Savio in un’intervista a «Life»: «Non sono un politico. Il mio coinvolgimento nel Free Speech Movement è religioso e morale… Non so cosa mi abbia fatto alzare e fare quel primo discorso. So solo che dovevo». E ancora: «Freedom of speech, la libertà di parola è qualcosa che rappresenta la stessa dignità di ciò che è un essere umano. Se non puoi parlare… Voglio dire, questo è ciò che ci distingue. Questo è ciò che ci distingue dalle pietre e dalle stelle. Puoi parlare liberamente. È quasi impossibile da descrivere. È la cosa che ci segna appena sotto gli angeli. Non voglio spingermi oltre, ma questo è quello che sento davvero».
Il padre di Mario, Giuseppe, era nato a Santa Caterina Villarmosa, Caltanissetta, Sicilia, così come sua madre. Giuseppe lavora in una fonderia di New York, e Mario, ragazzo impegnato e studioso, vince una borsa di studio a Berkeley, California. Ci mette poco a diventare il leader di una organizzazione che si chiama “Free speech movement” (Libertà di parola), che cerca di contrastare un’idea di Università che servisse solo a «riempire teste vuote, plasmarle e farle lavorare per il sistema». Cominciano le manifestazioni, i ragazzi si ribellano. Poi, all’improvviso, un giorno, uno di loro, proprio Mario Savio, siciliano di Santa Caterina Villarmosa, si toglie le scarpe, sale su un’auto della polizia e comincia a parlare: «Il rettore ci ha detto che questa è una fabbrica di cui lui è il capo. E, allora, se lui è il capo, questo vuol dire che tutte le facoltà sono di suo dominio e che noi siamo la materia bruta che non può avere parola sul prodotto finale. Che cosa saremo? Clienti dell’Università, dell’industria, del sindacato organizzato?»
È il 2 dicembre del 1964 e Mario Savio ha un megafono nelle mani. Lo brandisce con forza, ci parla dentro come non aveva mai fatto fino allora – da ragazzo aveva anche dovuto lottare contro una forma di balbuzie. È lì, quel giorno, che tutto è cominciato.
Emma Gonzalez è una studentessa della Marjory Stoneman Douglas High School di Pakland, Florida, quella dove Cruz ha ucciso diciassette persone. Il 17 febbraio – tre giorni dopo la sparatoria – in una manifestazione davanti la Broward County Federal Courthouse, a Fort Lauderdale, Florida, ha preso la parola. È stato un discorso duro, che si è immediatamente diffuso e è diventato noto come “calling B.S.” – ci chiamano bullshit, spazzatura: «Le persone che sono state votate per avere potere al governo ci stanno mentendo. E noi ragazzi sembriamo essere gli unici a farlo notare e siamo pronti a essere chiamati B.S. Le aziende, cercando di fare caricature degli adolescenti al giorno d’oggi, affermando che tutti noi siamo auto-coinvolti e ossessionati dalla moda, ci zittiscono quando il nostro messaggio non raggiunge le orecchie della nazione, e siamo pronti a essere chiamati B.S. I politici che siedono nei loro sedili dorati della Camera e del Senato finanziati dalla National Rifle Association (la lobby delle armi), dicendoci che non si può fare nulla per impedirlo: ci chiamano B.S. Dicono che le leggi più severe sulle armi non impediscono la violenza della pistola: siamo B.S. Dicono che un bravo ragazzo con una pistola ferma uno cattivo con una pistola: siamo B.S. Dicono che le armi sono solo strumenti, come i coltelli, e sono pericolose quanto le auto: siamo B.S. Dicono che nessuna legge sarebbe stata in grado di impedire le centinaia di tragedie insensate che accadono: siamo B.S. Che noi ragazzini non sappiamo di cosa stiamo parlando, che siamo troppo giovani per capire come funziona il governo, siamo B.S.». E è a quel punto che la folla ha cominciato a urlare “We call B.S.”. E subito dopo: «Votiamogli contro, votiamogli contro, votiamogli contro».
In un’intervista del 1965, Mario Savio disse: «You can’t disobey the rules every time you disapprove. However, when you’re considering something that constitutes an extreme abridgement of your rights, conscience is the court of last resort / Non puoi disobbedire alle regole ogni volta che disapprovi. Tuttavia, quando stai considerando qualcosa che costituisce un’estrema riduzione dei tuoi diritti, la tua coscienza è il tribunale di ultima istanza».
Alla March for Our Lives che il 24 marzo ha coinvolto centinaia di migliaia di giovani per le strade di Washington e in tutti gli Stati uniti, Emma Gonzalez ha detto dal palco: «In poco più di sei minuti, diciassette nostri amici sono stati portati via da noi, altri quindici sono rimasti feriti e tutti – assolutamente tutti nella comunità di Douglas – sono stati sconvolti per sempre. Tutti quelli che erano lì capiscono. Tutti quelli che sono stati toccati dalla fredda presa della violenza armata capiscono. Per noi, lunghe ore di lacrime e caotiche nel sole cocente del pomeriggio passavano senza capire. Nessuno capiva la portata di quello che era successo. Nessuno poteva credere che c’erano corpi in quell’edificio che aspettarono di essere identificati per più di un giorno. Nessuno sapeva che le persone che mancavano avevano smesso di respirare molto prima che qualcuno di noi avesse saputo che era stato chiamato un codice rosso. Nessuno poteva comprendere le conseguenze di quel pomeriggio devastante, o quanto sarebbero potuto durare o dove ci avrebbero portato».
E per sei minuti e venti secondi, esattamente il tempo che passò tra il primo e l’ultimo sparo di Nikolas Cruz, quella folla enorme è rimasta in silenzio.
Emma Gonzalez non è la sola studentessa della Marjory Stoneman Douglas High School che si batte per il controllo delle armi. Nella scuola si è costituito un comitato di studenti, e sono loro – in coordinamento con altre realtà e con l’appoggio di importanti personalità dello star system – a avere organizzato la March. Uno di questi studenti è David Hogg, che dopo la strage ha iniziato a girare per il paese, incontrando familiari e sopravvissuti della Columbine, apparendo in numerosi talk show televisivi e rilasciando interviste. In una di queste, alla CBS, ha detto: «I politici di questo paese devono lavorare insieme. E non mi interessa se sei un repubblicano o un democratico. Qui parliamo delle vite dei bambini. Non c’è altro da fare. E se chiedi una riforma dei controlli sulla salute mentale, la sostieni. Se chiedi di avere controlli sui background, la supporti. Perché non fare entrambe le cose? I politici cercano compromessi, e noi possiamo farlo. È solo una questione di superare le nostre barriere politiche per salvare la vita dei bambini. E anche il nostro futuro». Hogg è una personalità forte, che ha aderito subito all’associazione Never Again per il controllo sulle armi: quando un candidato repubblicano, Leslie Gibson, che correva per il seggio in Maine, senza oppositori, ha attaccato Emma Gonzalez, definendola una “skinhead lesbian”, lui ha lanciato un pubblico appello perché qualcuno sfidasse Gibson, e il suo appello è stato accolto da una repubblicana che si è dichiarata “inorridita” e è scesa in campo per i democratici. Alla March, Hogg ha detto dal palco: «È tempo per i nostri membri del Congresso, tempo per i nostri legislatori e tempo per i nostri leader politici americani in tutto il paese di fermarsi e ascoltarci».
Un altro dei giovani organizzatori della March è Cameron Kasky. Dal palco ha detto: «La mia generazione – avendo passato tutta la vita a vedere sparatorie di massa dopo sparatorie di massa – ha imparato che le nostre voci sono potenti e che i nostri voti contano. Dobbiamo educare noi stessi e avviare contatti e incontri che spingano il nostro paese verso il futuro, e lo faremo. Qui, oggi promettiamo di riparare il sistema svalvolato in cui siamo stati costretti a vivere e a creare un mondo migliore per le generazioni a venire. Tranquilli, lo faremo. Welcome to the revoution».
The broken system. Oh sì. A Mario Savio – è morto nel 1996 – piacerebbero queste parole. Lui, che aveva parlato della “machine”, nel suo discorso più famoso. There is a time when the operation of the machine becomes so odious… Parlando sulla gradinata della Sproul Hall all’università di Berkeley, quel giorno del 1964, Mario Savio disse: «Arriva un momento in cui il funzionamento della macchina diventa così odioso, ti rende così infelice che non puoi più farne parte, non puoi farne parte nemmeno passivamente. And you’ve got to put your bodies upon the gears and upon the wheels, upon the levers, upon all the apparatus, and you’ve got to make it stop! E devi mettere il tuo corpo sugli ingranaggi, sulle ruote, sulle leve, su tutto l’apparato, e devi farla fermare! E devi mostrare alle persone che la gestiscono, alle persone che la possiedono che se non sarai libero, alla macchina sarà impedito del tutto di funzionare».
È lì che tutto è cominciato. È lì che tutto ritorna. Oh America.

Nicotera, 26 marzo 2018
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 27 marzo 2018.
foto di emma gonzalez, da: mother jones

Pubblicato in società | Lascia un commento

Il mare non ha muri. Ma il «Fatto quotidiano» non è d’accordo.

Esclusivo, titola «Il Fatto Quotidiano»: Sappiamo che tra Ong e scafisti c’è uno strano movimento sincronico. E quindi, grazie a sofisticatissime tecnologie israeliane e a rivelazioni segretissime dei Servizi, veniamo a sapere che quando partono i gommoni con i migranti dalla Libia, lì davanti in mare ci sono le navi delle Ong. Perbacco. Certo, si affretta a dire «Il Fatto», quasi rammaricandosene, è difficile documentare tutto questo in un processo e non sappiamo neppure se questo materiale di indagine è utilizzabile, e sotto il profilo diplomatico e sotto quello giuridico, visto che si tratta di “prove” acquisite su un territorio straniero in maniera, diciamo così, un po’ estemporanea. Però, i magistrati che hanno ipotizzato un asse tra volontari delle Ong – per carità, per motivi umanitari – e gli scafisti ci avevano visto giusto: le Ong sono quanto meno gli “utili idioti” degli scafisti, i quali intanto risparmiano in nafta. Che poi sia da configurarsi il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, come ipotizza la procura di Catania, beh questo è un altro paio di maniche. L’unica cosa sicura è che la Libia vuole attrezzature e denari e che i trafficanti libici a cui sono state versate cospicue somme di denaro per rallentare gli sbarchi ne vogliono ancora di più. Per intanto, i migranti che vengono bloccati sono tenuti in condizioni che già definire disumane è un eufemismo.
Intanto, Eurostat, l’istituto di statistica dell’Unione europea, dice che il numero degli immigrati che fanno domanda di asilo politico nella Ue è sceso nel 2017 a 650.000, rispetto al milione e 206.000 del 2016. Dunque, in un anno si è registrato un calo di quasi la metà delle domande. Il che significa che c’è stato un calo di quasi la metà di sbarchi e di arrivi.
Eurostat dice pure che questo numero qua di 650.000 richieste di asilo fa tornare le statistiche ai livelli del 1992, anno della prima ondata, che all’epoca provenivano dallo smembramento della ex Jugoslavia. Attualmente, a chiedere protezione umanitaria sono soprattutto siriani (102.000 domande), iracheni (47.500) e afghani (43.000) . Il che significa pure che le guerre non finiscono mai e si spostano sempre.
In proporzione alla popolazione residente, il flusso maggiore del 2017 è diretto verso la Grecia. D’altronde, per arrivare dalla Turchia all’isola di Lesbo c’è un braccio di mare di pochi chilometri, per arrivare dalla Tunisia a Lampedusa ci sono trecento chilometri.
Eppure, la percezione che noi abbiamo della quantità di immigrazione è di una dinamica in continuo aumento. Nei venticinque anni cui fanno riferimento queste statistiche siamo passati nella chiacchiera pubblica dalla “crisi umanitaria” alla “invasione inarrestabile”.
Le leggi del mare parlano chiaro. La Convenzione di Montego Bay (conosciuta anche come UNCLOS, Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, firmata nel 1982), la Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare (SOLAS), la Convenzione internazionale sulla ricerca e il soccorso in mare (SAR) non lasciano margini a dubbi: «Il comandante di una nave in navigazione che riceve un segnale da qualsiasi provenienza indicante che una nave o un aereo o loro natanti superstiti si trovano in pericolo, è obbligato a recarsi a tutta velocità all’assistenza delle persone in pericolo», così la SOLAS. E la UNCLOS: «Ogni Stato deve esigere che il comandante di una nave che batte la sua bandiera, nella misura in cui gli sia possibile adempiere senza mettere a repentaglio la nave, l’equipaggio o i passeggeri: a) presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo; b) proceda quanto più velocemente è possibile al soccorso delle persone in pericolo, se viene a conoscenza del loro bisogno di aiuto, nella misura in cui si può ragionevolmente aspettare da lui tale iniziativa».
Le leggi del mare sono pignole, e lo si può capire, è difficile mettere paletti e tirare fili spinati e alzare muri sulle acque. Però è perché sono pignole che si possono definire con precisione alcuni concetti fondamentali, a cominciare dai limiti marittimi che si estendono a partire dalla costa. Così, abbiamo le acque territoriali (fino a 12 miglia), la zona continua (altre 12 miglia), la zona economica esclusiva (200 miglia), e da lì cominciano le acque internazionali. Le acque territoriali sono quella parte di mare su cui lo Stato esercita la propria sovranità territoriale in modo del tutto analogo al territorio corrispondente alla terraferma. Poi, ci sono le altre 12 miglia della zona contigua, che però non tutti gli Stati applicano. A differenza delle acque territoriali, la Zona contigua non fornisce diritti sovrani allo stato costiero, ma solo diritti di controllo sulle navi in transito, tesi a prevenire o reprimere infrazioni alle sue leggi doganali, fiscali, sanitarie o di immigrazione. Poi c’è la zona economica esclusiva, in cui uno Stato costiero ha diritti sovrani per la gestione delle risorse naturali, giurisdizione in materia di installazione e uso di strutture artificiali o fisse, ricerca scientifica, protezione e conservazione dell’ambiente marino. Comunque, anche nella fascia più vicina alla costa, quella delle cosiddette “acque territoriali”, esiste un diritto di passaggio inoffensivo da parte delle navi straniere, «sia per traversarlo, sia per entrare nelle acque interne, sia per prendere il largo provenendo da queste, e purché il passaggio sia “continuo e rapido”. Il passaggio è considerato inoffensivo “finché non reca pregiudizio alla pace, al buon ordine o alla sicurezza dello Stato costiero”», così dice il diritto internazionale.
Ora, è difficile pensare che l’intervento delle navi delle Ong, in ogni caso mai accaduto in acque territoriali, che girano nel Mediterraneo per salvare vite umane possa considerarsi un pregiudizio alla pace, per dire, della Libia, dove una forma di guerra “a bassa intensità” – se così si può dire – dura fin dalla caduta di Gheddafi. Ma è abbastanza difficile anche sostenere che «il buon ordine e la sicurezza» dell’Italia vengano minacciati dalle Ong e dai loro salvataggi in mare. Eppure, è proprio questo il filo di ragionamento – se così si può dire – che seguiva il procuratore di Catania, Zuccaro, che ha emesso l’avviso di garanzia ai responsabili della ong Open Arms per la nave Proactiva sequestrata nel porto di Pozzallo pochi giorni fa, ipotizzando il reato di associazione per delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina. E che un anno fa, quando cominciò il polverone sugli accordi e il rapporto tra finanziamenti occulti di scafisti e le organizzazioni umanitarie nel Mediterraneo, in un’intervista radiofonica disse: «Si perseguono da parte di alcune Ong finalità diverse: destabilizzare l’economia italiana per trarne dei vantaggi».
Poi, al Senato Zuccaro parlò da “privato cittadino” e rabberciò le sue parole. Però, insiste. E trova eco – a parte nel «Fatto Quotidiano» – in quelle politiche e in quei partiti che hanno fatto dell’immigrazione la loro “carta vincente”.

Nicotera, 21 marzo 2018
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 22 marzo 2018.

Pubblicato in cronache | Lascia un commento