Estate 1958.

Prima di Bernard Madoff, «il più grande truffatore del secolo», arrestato nel 2008, che si faceva affidare i risparmi della ricca comunità ebraica americana – da Steven Spelberg a Kevin Bacon a Eli Wiesel – e attirava gli investimenti di grandi istituti finanziari e a cui riuscì a fregare qualcosa come 65 miliardi di dollari, ci fu Giovanni Battista Giuffrè. Ex impiegato in una banca di Imola, negli anni del dopoguerra si era messo a curare i patrimoni di parrocchie e istituti religiosi, promettendo interessi stratosferici, dal 70 al 100 percento. E si sa, il denaro è lo sterco del diavolo, epperò. Epperò, se i soldi all’inizio arrivano come per miracolo, succede che la voce gira e gli affari si moltiplicano, anche fuori della Romagna. Così che frati cappuccini e suore clarisse non vedevano l’ora di affidare al «banchiere di Dio» le loro raccolte di denaro. Sempre per la grandezza del Signore, va da sé. Lo schema – continuare a farsi dare soldi nuovi con cui pagare gli interessi vecchi: l’aveva inventato, peraltro, un altro romagnolo emigrato in America, Carlo Pietro Giovanni Guglielmo Tebaldo Ponzi – funzionò per un po’ d’anni e poi si esaurì.
Si esaurì e esplose lo scandalo proprio quest’estate quando il ministro delle Finanze, il socialdemocratico Luigi Preti, accusò il ministro del Tesoro, il democristiano Giulio Andreotti, di non aver vigilato su queste operazioni di Giuffrè come avrebbe dovuto, forse per ragioni di parte o di fede. Apriti cielo. Perché questo governo qui – con Preti e Andreotti – nato a luglio è il Fanfani II, il primo, con i socialdemocratici dentro e la benevola astensione dei repubblicani, che è stato battezzato con la dicitura: centro-sinistra. Che ce ne vuole di fantasia eh.
A maggio si erano svolte le elezioni politiche per rinnovare il Parlamento. Un’affluenza straordinaria: la più alta in percentuale dell’intera storia repubblicana. Per la Camera si presentano ai seggi 30.437.770 aventi diritto, cioè il 93,8 percento. Addirittura il 93,9 percento (27.391.239 elettori) per il Senato. Non c’è nessun vinto, benché ci sia un netto vincitore. La DC passa dal 40,1 al 42,4%; aumento del PSI; il PCI perde 3 seggi, le destre 20. Ma dopo le vicende d’Ungheria la conservazione del consenso è il massimo che lo schieramento comunista si potesse aspettare. A qualche settimana dalle elezioni, Amintore Fanfani forma il suo secondo governo (il primo, varato nel gennaio ’54, era durata meno di due settimane): la sarabanda di governi e incarichi tra i cavalli di razza democristiani inizia.
Quasi subito dopo essersi insediato, il presidente del consiglio Amintore Fanfani vola a Washington dove tiene un discorso al Congresso americano nel quale propone l’Italia come possibile mediatrice nelle relazioni tra gli Stati Uniti e i paesi arabi. Nel testo del comunicato emanato dalla Casa Bianca, sull’incontro tra Eisenhower e Fanfani si legge: «Il Presidente, il Segretario di Stato ed il Primo Ministro si sono scambiati punti di vista sul recenti sviluppi nel Medio Oriente e si sono trovati in soddisfacente accordo. Essi hanno anche convenuto sull’importanza della posizione dell’Italia rispetto ai suoi interessi nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, e sulla conseguente importanza di assicurare i mezzi con i quali le opinioni dell’Italia possano essere tenute in conto su una base continuata». Il Medio Oriente è in fiamme. Nasser ha unito l’Egitto alla Siria, in una Repubblica araba unita, sotto lo sguardo compiacente dei russi e, di risposta, Giordania e Iraq si sono unificati, in una nuova Federazione araba, sotto la protezione degli americani. Ma Nasser ha adesso alimentato un colpo di stato in Iraq. La linea di politica estera dell’Italia nel Mediterraneo è ora tracciata e sarà seguita a lungo.
Il campionato di calcio l’ha vinto la Juventus, dove ci sono due nuovi arrivi, l’argentino rissoso e talentuoso Omar Sivori e il gigantesco gallese John Charles – quest’anno capocannoniere con 28 reti – che vi resteranno a lungo e che con Boniperti formeranno un Trio magico tra i più prolifici. Ma questo è l’anno del campionato del mondo di calcio, in Svezia, e il primo che viene trasmesso in mondovisione. E d’altronde, noi italiani possiamo solo guardare. E masticare amaro per quell’esclusione della nazionale azzurra per mano dell’Irlanda del Nord. E sì che in squadra c’erano due campioni mondiali, Schiaffino e Ghiggia, uruguagi di quella formazione che aveva espugnato il Maracanà brasiliano nel 1950, provocando una tragedia nazionale. E non erano i soli oriundi. C’erano anche Montuori, un argentino che veniva dal Cile e giocava nella Fiorentina, e Da Costa, un brasiliano che giocava nella Roma. Ma in una partita in cui sarebbe bastato un pareggio, il commissario tecnico Foni decise di impiegarli tutti e di aggiungerci Pivatelli che era il bomber del Bologna. Cinque attaccanti puri. Un disastro. L’Italia non partecipava per la prima volta alla fase finale del campionato del mondo di calcio.
Però, ci lustriamo gli occhi: Gilmar, Djalma Santos, Nilton Santos, Zito, Bellini, Orlando, Garrincha, Didì, Vavà, Pelè, Zagalo. Chiunque avesse i calzoni corti in quell’anno saprà ripetervi a memoria questa formazione, la Seleçao più amata della storia, il calcio come non si è mai più visto, quella che vinse i mondiali in giugno. Pelè, o Rei; Garrincha l’allegria del popolo; Didì, per l’eleganza, il Principe; Nilton Santos, per l’immensa conoscenza calcistica, è l’Enciclopedia; e Djalma, da sempre e per sempre, è «o lateral eterno», il terzino eterno. Il commissario tecnico Feola, un panzone che mangiava durante gli allenamenti, decide alla seconda partita, di sostituire Altafini (Altafini!) con Pelè, che ha appena 17 anni. Un fenomeno. Uno che in finale riceve un assist nell’area svedese, stoppa di petto la palla, pallonetto per saltare l’accorrente difensore Gustavsson e riprende la sfera al volo battendo il portiere Svensson. Da allora, lo chiamano “sombrero”. È così che noi che avevamo i calzoni corti all’epoca abbiamo visto tutto.
Sulle spiagge si canta Modugno, che ha trionfato al Festival di Sanremo. In gara c’erano Claudio Villa, Natalino Otto, il duo Fasano, Gino Latilla, insomma la crema della voce italiana. E c’era Nilla Pizzi, con L’edera. Faceva così: «Son qui tra le tue braccia ancor / avvinta come l’edera / son qui respiro il tuo respiro / son l’edera legata al tuo cuor». Nilla Pizzi era la Regina della canzone italiana. L’edera, Nilla Pizzi la cantava con Tonina Torrielli, la caramellaia di Novi, per via che veniva da una fabbrica di dolciumi, dov’era operaia – c’erano gli operai in Italia. Una coppia di voci e di presenza impeccabili: la “tradizione”. Non c’era partita.
Poi arrivò lui, di Polignano a Mare: Domenico Modugno. A Sanremo aveva portato un brano estroso. Modugno non sapeva scrivere la musica, suonava a orecchio. Quando Gorni Kramer, direttore dell’orchestra di Sanremo, un mito amatissimo e seguitissimo, la sentì la prima volta, sbottò: «Ma che pazzia è questa canzone? Non ha stile, non esiste!» L’assistente di studio per le riprese televisive si accorge durante le prove che le braccia di Modugno, spalancate nel ritornello, davano problemi con le inquadrature. A differenza degli altri interpreti, che se ne stavano sempre composti, lui era tutto uno slancio. Nel ritornello, poi, muoveva di continuo le braccia verso l’alto. Il regista non era mai pronto a seguire con l’inquadratura il movimento delle braccia. Così, l’assistente si avvicina a Modugno: «Guardi che il regista vorrebbe che lei stesse un po’ più fermo». Modugno lo guarda senza capire. Dalla platea si levarono delle risate. Nella prima serata, al termine dell’esecuzione, si levarono applausi a non finire.
Faceva così: «Penso che un sogno così / non ritorni mai più / mi dipingevo le mani e la faccia di blu / poi d’improvviso venivo dal vento rapito / e incominciavo a volare nel cielo infinito / Volare oh oh / Cantare oh oh oh oh».
Dipingersi le mani e la faccia di blu. Essere rapiti dal vento, volare liberi nel cielo, a braccia aperte. Un gesto straordinariamente folle e poetico, un’idea dadaista, surrealista, cubista, senza necessariamente essere tutta sta roba qua. Con un signore elegante in smoking bianco che gorgheggiava e allargava le braccia come volesse abbracciare il mondo tutto. Una rivoluzione da fermi. Ma quale edere avvinghiate: possiamo volare volare volare.
E la cosa più straordinaria non fu questa, che vinse. Fu che l’Italia tutta se ne innamorò. Si innamorò di se stessa, di quel sogno assurdo e meraviglioso, di quel mondo bellissimo che aveva dentro e che aspettava di essere raccontato, per esplodere. Voleva lo spazio infinito l’Italia, voleva il cielo. Quello che sentiva crescere nei suoi desideri. Quell’Italia desiderava volare. Voleva il blu. E blu, di mare e cielo, in quell’estate ce n’era tanto.
In bici fa sfracelli Ercole Baldini, il Treno di Forlì, il Direttissimo della Romagna. È forte sia in pista – ha anche detenuto il record dell’ora – che su strada, dove si mostra un buon passista, un buon scalatore e ottimo nella crono: l’anno scorso ha vinto anche il Trofeo Baracchi con Coppi, che sarà l’ultimo prestigioso trofeo del Campionissimo. Vince il Giro d’Italia a giugno e salta il Tour, che va al lussemburghese Charly Gaul, arrivato terzo da noi, per concentrarsi sul Campionato del mondo, dove dominano i belgi. Ed è proprio del conflitto tra Rik Van Steenbergen e Rik Van Looy in fuga che il Direttissimo della Romagna approfitta: li va a riprendere e li stacca, giungendo solo al traguardo. Un anno d’oro per Baldini, campione un po’ in ombra, che non si ripeterà più a questi livelli.
Al cinema spopola Steve Reeves, nelle Fatiche di Ercole, il film che darà inizio al ciclo peplum che sbancherà ai botteghini prima che arrivino gli spaghetti-western e i poliziotteschi. L’idea era dello sceneggiatore Ennio de Concini che però faticava a trovare un produttore. In realtà, c’era un illustre precedente, quello che era considerato il primo capolavoro del cinema, il Cabiria di Pastrone del 1914, dove recitava un uomo i cui muscoli erano più importanti del talento di attore e il cui nome, Maciste, era stato inventato da Gabriele D’Annunzio: per la parte di Maciste era stato scelto uno scaricatore del porto di Genova. Il regista Francisci l’anno prima, selezionando facce per il casting, aveva incrociato le foto di Reeves, un giovanottone del Montana che nel 1947 aveva vinto il titolo di Mr. America e l’anno dopo quello di Mr. World e poi di Mr. Universo. Così, Reeves arrivò in Italia e le Fatiche di Ercole furono un successo straordinario a cui seguirono negli anni Ercole e la regina di Lidia, Romolo e Remo, La leggenda di Enea, Gli ultimi giorni di Pompei, La guerra di Troia, facendo di Reeves l’attore più pagato d’Europa.
Ma sugli schermi arriva anche I soliti ignoti di Monicelli – un cast strepitoso, con Gassman, Mastroianni, Totò, Renato Salvatori, una giovanissima Claudia Cardinale, supportato da caratteristi straordinari come Memmo Carotenuto, Tiberio Murgia e Carlo Pisacane, in arte Capannelle – da un soggetto di Age e Scarpelli che avevano tratto ispirazione da un racconto di Italo Calvino: Furto in una pasticceria e girato in una Roma che non esiste più da tempo. La storia di un tentativo di furto al Monte di pietà, passando per un appartamento ritenuto vuoto, che mette assieme una banda di sciamannati e che si risolverà nel passaggio da un salotto a una cucina dove ci si ritroverà tutti seduti a mangiare un piatto di pasta e ceci.
È la commedia all’italiana. L’Italia ride e fa sorridere, dei propri caratteri, delle proprie fantasie, della propria umanità – che poi è la cosa che ci riesce meglio.

Messina, 11 agosto 2018.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 15 agosto 2018.

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Estate 1948.

«Viva i pompieri di Viggiù / che quando passano / i cuori infiammano / viva i pennacchi rosso e blu / viva le pompe dei pompieri di Viggiù / e pompa qua e pompa là».
Clara Jaione canta così alla radio e l’Italia sorride maliziosa – ce n’è bisogno. È un’estate bagnata, alluvionata anzi. E i pompieri si troveranno spesso in prima linea (a dicembre, il parlamento approverà la legge 1542, disposizioni in dipendenza delle piene e alluvioni dell’estate 1948: art. 1: «È autorizzata la spesa di lire 300 milioni, da iscriversi nello stato di previsione della spesa del Ministero dei lavori pubblici per l’esercizio 1948-1949, per provvedere, in dipendenza dei danni causati dalle alluvioni e piene dell’estate 1948 nel Piemonte, nella Liguria e negli Abruzzi» – 300 milioni, una spesona.
Il campionato di calcio, stagione 1947-48, è appena finito. La sorpresa è stata la Triestina di Nereo Rocco, che ha appena iniziato il mestiere di allenatore e si sta facendo le ossa e sperimentando moduli: è arrivata seconda, con Milan e Juve, dove ha esordito, diciannovenne, Giampiero Boniperti, capocannoniere con 27 reti. Campione d’Italia è il Grande Torino, che te lo dico a fare: l’anno dopo sarà la tragedia di Superga.
A giugno si è concluso anche il Giro d’Italia. Ha vinto Fiorenzo Magni ma tra polemiche a non finire. Sulle Dolomiti Coppi faceva sfracelli e sul Pordoi Magni per raggiungerlo si fece spingere. La Bianchi, la squadra di Coppi, non ci stava e denunciò la cosa e arrivò la squalifica per Magni, ma gli tolsero solo qualche secondo, e la Bianchi e Coppi per protesta si ritirarono. Così, vinse Magni. Gino Bartali è ottavo, a 11 minuti e 52”. È stanco Ginaccio, ha trentaquattro anni, e milioni di chilometri nelle gambe.
Andare al cinema costa 70 lire, e lo stipendio medio di un impiegato di terzo livello è di 13mila lire – si può fare, e le arene all’aperto sono piene. Commediole leggere o drammoni – c’è Totò, ma anche Hollywood: Victor Mature, Spencer Tracy, Humphrey Bogart. De Sica sta lavorando al montaggio di un suo film, Ladri di biciclette, che uscirà in autunno, ma anche Rossellini sta completando Germania Anno zero e a Venaria, in un’azienda agricola degli Agnelli, De Santis ha iniziato le riprese di Riso amaro – uscirà l’anno dopo. Il cinema italiano produce ancora meraviglie.
L’Italia è in pieno Piano Marshall, come l’Europa tutta. La storia era iniziata l’anno prima, quando George Marshall aveva parlato alla cerimonia delle lauree di Harvard, anche se ancora non era stato pianificato nulla. Anzi, per tutto il discorso, Marshall (era allora Segretario di Stato, dopo aver fatto il soldato in due guerre e essere diventato generale, aveva lavorato prima con Roosevelt e ora con Truman, che lo sosteneva, ma non era democratico né repubblicano, un non-partisan) si preoccupò di convincere l’auditorio, e chiunque avrebbe ripreso quel discorso della bontà ecumenica dell’iniziativa, senza l’intenzione di escludere nessuno. Compresi quei dannati comunisti. «Our policy is directed not against any country or doctrine but against hunger, poverty, desperation and chaos / la nostra politica non è diretta contro un paese o una dottrina, ma contro la fame, la povertà, la disperazione e il caos», disse Marshall. Ma aggiunse, subito dopo: «Governments, political parties, or groups which seek to perpetuate human misery in order to profit therefrom politically or otherwise will encounter the opposition of the United States / Governi, partiti politici o gruppi che si provassero a perpetuare la condizione umana di miseria per approfittarne politicamente, incontreranno l’opposizione degli Stati uniti».
Era questa la preoccupazione americana: che l’influenza dei partiti comunisti d’occidente crescesse mentre le difficoltà economiche continuavano e gli aiuti fino allora forniti dagli americani si dimostravano un fallimento. La propaganda comunista stava funzionando. E secondo la “teoria del domino”, se cadeva un paese strategico – nel mirino c’erano Grecia e Turchia e Italia – poteva cadere l’intero impianto faticosamente messo assieme dopo la guerra a Jalta.
Marshall era stato a Mosca nella primavera del 1947, per seguire i negoziati su un trattato di pace accettabile con Germania e Austria, e era rimasto sconcertato dal comportamento dei sovietici. Li definì “Troublemakers”, piantagrane, e si convinse che non negoziassero in buona fede. Qualcosa doveva essere fatto subito. Il fatto è che non era facile convincere gli americani che dovessero sborsare denari per gli europei. C’era stata una guerra in Europa – cavolo – e ora bisognava pure tirare fuori i dollari?
In realtà, al Dipartimento di Stato americano c’erano due linee, una più cauta che prevedeva due fasi di intervento, a partire dalla produzione di carbone, e lasciando dopo l’iniziativa agli europei; l’altra più diretta e massiccia, in cui fosse evidente il ruolo degli Stati uniti. Erano state istituite più commissioni e si produsse una quantità di documenti e dati. Si temeva l’opposizione del Congresso, dove – sia tra i Democratici che i Repubblicani – si trovavano “isolazionisti” (che si opponevano al Piano) che “internazionalisti” (che lo appoggiavano). In realtà, poi l’opposizione fu abbastanza minoritaria, e il problema semmai fu convincere la pubblica opinione: ma si costituì una Commissione inzeppata di tecnici e professori e i sondaggi rilevarono presto che l’appoggio sociale era alto. Solo la sinistra americana – come quella europea e i russi – continuò a considerare il Piano Marshall una “manovra ideologica”.
Beh, non è che avevano tutti i torti. De Gasperi, a gennaio del ‘47, era volato a Washington, dove era considerato un leader carismatico e assolutamente affidabile, su cui contare per gestire la delicata situazione politica in Italia, crocevia strategico nel centro del Mar Mediterraneo. Il segretario della Dc aveva riportato a casa considerevoli aiuti economici, la concessione di crediti a condizioni molto favorevoli e l’assicurazione che non sarebbero mancati rifornimenti di carbone e grano. A maggio, De Gasperi forma un esecutivo senza i socialisti e i comunisti. Ha pagato il suo biglietto. Il 20 marzo, a Berkeley, Marshall affermò che gli aiuti economici all’Italia – che a quel momento, in soli tre mesi, erano di 176 milioni di dollari – sarebbero cessati in caso di vittoria elettorale sella sinistra. Mancava un mese al voto.
Le elezioni furono uno “scontro di civiltà”, un Armageddon. Con i Comitati civici di Gedda che sfornavano continuamente martellante propaganda; con manifesti del tipo: “Sei senza cervello? Vota falce e martello”, oppure “Nel segreto dell’urna, Dio ti vede, Stalin no”, ma anche quelli che raffiguravano cosacchi che venivano a rubare “le nostre donne”. Trecentomila volontari, organizzati in oltre ventimila comitati parrocchiali, queste furono le loro forze. D’altronde era stato lo stesso pontefice, Pio XII, a dire che la scelta del voto era «con Cristo o contro Cristo».
La Sinistra si presentò unita nel Fronte democratico popolare che aveva come simbolo il bel faccione di Garibaldi, ma non moltiplicò i propri voti e nemmeno li sommò, perché c’era stata la scissione di Palazzo Barberini voluta da Saragat e la scelta di Nenni di correre insieme ai comunisti non fu condivisa dalla destra del partito che se ne uscì, togliendo una fetta di voti. Fu un trionfo democristiano e un ridimensionamento della Sinistra.
Poi, a luglio, l’attentato a Togliatti.
«Hanno sparato a Togliatti». È un attimo e tutta l’Italia sa la notizia. È un attimo e le fabbriche si fermano, le piazze si riempiono di operai, si assaltano e distruggono sedi dei partiti. È un attimo e i partigiani vanno a prendere i mitra Sten che hanno tenuto nascosto. Genova, Milano, Torino sono già in fiamme, ma anche Napoli e Taranto. È il 14 luglio, e l’estate si fa torrida. Un’estate da insurrezione, da guerra civile. In poche ore ci sono quattordici morti e trecento feriti, e saranno di più nei giorni successivi.
Un giovanotto catanese, Antonio Pallante, se n’è partito dalla sua città siciliana e se n’è venuto a Roma per sparare a Togliatti. L’ha aspettato davanti a Montecitorio, e quando il leader comunista ne è uscito avendo al fianco Nilde Iotti ha tirato fuori il suo revolver comprato al mercato nero per millecinquecento lire e gli ha tirato quattro colpi: uno alla schiena, uno alla nuca, uno al braccio, l’altro finito in un cartellone. Le pallottole sono di tipo scadente e a bassa penetrazione, e non saranno mortali. Ma questo si saprà dopo. Adesso Togliatti è a terra in una pozza di sangue. Sono le undici e trenta. I giornali escono in edizione straordinaria con titoli a 9 colonne: «Togliatti colpito a morte in Piazza Montecitorio».
Il ministro dell’Interno, il democristiano Scelba, mostra i muscoli e manda l’esercito a presidiare strade e piazze: fa sapere che è pronto alla guerra. Ma Alcide De Gasperi, il capo del governo, telefona in Francia. C’è il Tour in Francia.
– Monsieur Bartalì, au telephone s’il vous plait…
– Pronto?
– Pronto, Gino, ciao, sono Alcide De Gasperi, ci davamo del tu una volta…
È il 14 luglio, e il Tour quel giorno riposa. Bartali è sulla spiaggia davanti all’albergo a Cannes. Seduto sulla sdraio fuma una sigaretta dopo l’altra e disegna sulla sabbia la tappa del giorno dopo, le salite, i punti in cui avrebbe potuto attaccare.
Bartali sapeva dell’attentato a Togliatti, tutti lo sapevano e poi quasi tutti gli inviati dei giornali erano stati immediatamente richiamati in patria.
De Gasperi venne subito al punto.
– Gino, puoi vincere il Tour?
Bartali non stava andando bene, in classifica era indietro e venti minuti di distacco lo separavano da Louis Bobet. Ha trentaquattro anni, e milioni di chilometri nelle gambe. Gino fu schietto, come era la sua natura.
– Eccellenza, il Tour non lo so, ma la tappa di domani la vinco.
La “tappa di domani” sono in realtà due tapponi massacranti consecutivi: la Cannes-Briancon e poi la Briancon-Aix les Bains. Quello che combina Bartali su quelle salite è ormai leggenda, mito, storia. Vola da solo sull’Izoard e lascia a bocca aperta i francesi. Il giorno dopo vince nuovamente, conquistando la maglia gialla. Oh, quanta strada nei miei sandali / quanta ne avrà fatta Bartali / quel naso triste come una salita / quegli occhi allegri da italiano in gita / Io sto qui aspetto Bartali / scalpitando sui miei sandali / da quella curva spunterà / quel naso triste da italiano allegro.
La notizia arriva in Italia nel pomeriggio. Il deputato Tonengo, piemontese, democristiano, annuncia a Montecitorio che Bartali ha stravinto la tappa decisiva del Tour: applausi, evviva, la tensione sembra attenuarsi. Nel paese ci sono cortei festosi. Togliatti, appena sveglio dall’intervento che lo ha salvato, chiede come sia andata la tappa al Tour: è un appassionato di ciclismo, e di calcio – tifa per la Juventus – come tutti gli italiani.
Il 16 luglio del 1948 esiste una sola notizia per i giornali italiani: Gino Bartali ha vinto al Tour De France.
La guerra civile è scongiurata. Gino Bartali ha salvato la patria. Anni dopo, sono emerse le lettere e le cartoline che Bartali inviava alla moglie durante le pause del Tour: «Vorrei tu potessi vedere quello che è e che può essere questa corsa, la manifestazione stessa di questi italiani all’estero piangere per la gioia di vedermi vincere, sia pure una tappa. Fai conto essi sì sono liberi, ma sempre mal visti perché considerati stranieri». Era un grand’uomo Bartali.
Neanche il tempo di respirare e iniziano le Olimpiadi a Londra, XIV edizione. Che poi in realtà la XII, che era prevista a Tokio, non s’era svolta per via della guerra sino-giapponese, e poi la XIII neppure per via della guerra mondiale, e il Comitato olimpico era rimasto sospeso e si era riunito solo nel 1945. La Russia non ci verrà, la guerra fredda è iniziata e attraversa anche lo sport. Per l’Italia fu un trionfo, medaglie nella boxe, nel ciclismo, nella scherma, nel canottaggio, nell’atletica, nella pallanuoto: è lì che nasce la denominazione del Settebello – che poi in origine era utilizzato per definire la Rari Nantes Napoli, perché i giocatori, per ingannare il tempo durante le lunghe trasferte, erano soliti giocare a scopa, e durante un’intervista con Carosi alcuni della squadra napoletana, impegnati con la nazionale, gli dissero: «Noi siamo quelli del “settebello”, alla radio ci chiami così», e restò per tutti.
Un bottino consistente. Forse la vittoria che si ricorda di più fu quella di Alfonso Consolini, il discobolo. Era un pezzo d’uomo con una classe straordinaria, per tre volte detentore del titolo mondiale e che ebbe una lunghissima carriera. Ma in quell’anno, a quell’Olimpiade, l’Italia piazzò un altro gran atleta, Giuseppe Tosi, al secondo posto dietro Consolini. Una cosa che non si ripeterà mai più.
Ci stavamo risollevando dalla guerra, dal fascismo e dalle distruzioni, e avviando verso il miracolo economico: avevamo fame. Con le pezze al culo, lasciavamo tutti a bocca aperta.
Viva i pompieri di Viggiù.

Nicotera 3 agosto 2018.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 8 agosto 2018.

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