L’Ogre du Nord: l’avvocato e ministro francese Éric Dupond-Moretti.

Per una strana cabala nel saltabeccare tra piattaforme d’intrattenimento in questo tempo sospeso, mi è capitato di vedere in sequenza due film, due thriller giudiziari su casi di uxoricidio. Il primo, su Netflix, è Il caso Thomas Crawford, con Anthony Hopkins nella parte di un ricco ingegnere aeronautico di Los Angeles, California – che mette in piedi un piano diabolico che parte da una confessione, la propria, di avere sparato alla testa alla moglie, che è in coma, e che mira non solo alla propria assoluzione ma a incastrare il detective incaricato delle indagini, che lui sa essere stato l’amante della moglie; il piano verrà sventato da un procuratore e porterà alla condanna di Hopkins. È tutto inventato, ma sembra maledettamente vero. Il secondo, su Amazon, è Una intima convinzione, sulla improvvisa scomparsa di una donna di cui viene accusato il marito, professore di diritto all’università di Tolosa, Francia, soprattutto dopo che si è fatto avanti l’amante di lei per dire che voleva il divorzio ma il marito non glielo concedeva. Il film ruota intorno la figura di Nora, una madre e lavoratrice che assiste al processo di primo grado, si convince dell’assoluta innocenza dell’accusato tanto che diventa per lei una sorta di ossessione per cui trascura tutto, fino a coinvolgere un avvocato di prestigio a patrocinare la causa quando la procura ricorre in appello. Dopo dieci anni, il marito verrà definitivamente scagionato. È tutto vero ma sembra maledettamente inventato. Invece si tratta proprio de «l’affaire Suzanne Viguier». E se il personaggio di Nora è una finzione narrativa, l’avvocato di prestigio è un uomo reale in carne e ossa. Anzi, in tanta carne e tante ossa, perché lo chiamano – per la stazza, per la voce, per il carattere e per il suo “stile d’arringa” – «l’ogre du Nord, l’orco del Nord (è bretone)»: Éric Dupond-Moretti.
Così, mi sono incuriosito (d’altronde, «Il Dubbio» ne ha già parlato tempestivamente): Dupond-Moretti non è solo l’avvocato più famoso in Francia – dove è noto con il nomignolo di «l’Acquittator», l’assolutore, visto che ha vinto circa 150 delle cause patrocinate – una notorietà costruita anche sulla capacità di “intercettare” processi molto mediatici: l’Acquittator ama dire che lui difende persone e non cause, e che avrebbe difeso anche Hitler se glielo avesse chiesto, e anzi che lui difende proprio «lo zingaro che ha sventrato la vecchia signora per rubarle 40 euro», ma tra i suoi clienti, oltre lo zingaro, ci sono stati il calciatore Benzema, Julian Assange, Abdelkader Merah, fratello di quel Mohamed, le «tueur au scooter» che uccise sette persone, alcuni imputati del “caso Outreau”, un processo per abuso su minori in cui erano coinvolte diverse persone, tenute in detenzione per anni, tredici dei quali sono andati assolti dopo un lungo calvario.
Da luglio Dupond-Moretti è ministro della Giustizia; anzi, nel cambio voluto da Macron e che eufemisticamente potremmo definire un “rimpasto”, la sua nomina (era dai tempi di Mitterrand che un avvocato non ricopriva quel ruolo, con Robert Badinter, a cui si deve l’abolizione della pena di morte nel 1981) è quella che ha creato più allarme e più scandalo. Scandalo tra le femministe, che lo accusano di una cultura “sessista”: nei giorni in cui veniva approvata la legge contro le molestie per strada Dupond-Moretti sparava frasi come: «Da giovane ho fischiato qualche ragazza che attraversava la strada… E una sciocchezza simile costerebbe 90 euro? Ma è una cosa da pazzi, queste cose vanno affidate alle buone maniere, non alla legge», oppure: «Un’anziana signora che adoro mi ha detto “A me dispiace che nessuno mi fischi più”». Hanno anche fatto una petizione internazionale contro Dupond-Moretti, con firme di premi Nobel. Allarme invece tra i magistrati: Céline Parisot, presidente dell’Unione sindacale dei magistrati, ha considerato la sua nomina come una “dichiarazione di guerra alla magistratura”. Parisot aveva poi rincarato la dose dicendo che il nuovo ministro della Giustizia «sembra detestare i magistrati, che peraltro non si priva di insultare regolarmente». In verità, Dupond-Moretti nel suo libro di successo, Le dictionnaire de ma vie, 2016, in cui parla della Francia come una “Repubblica dei giudici”, proponeva addirittura di abolire l’École nationale de la magistrature, “incapable” di formare i futuri magistrati sia sul piano professionale che umano, deplorando che i giudici mancassero proprio di umanità.
Ma al momento di ringraziare per la nomina Dupond-Moretti, con sobrietà, si era limitato a ricordare le sue umili origini – la madre, di origine italiana, emigrata in Francia per lavoro, era una cameriera, e il padre, un operaio, era morto prematuramente quando lui aveva solo quattro anni – per dire che la Francia repubblicana offre a tutti una possibilità, e che il suo ministero sarebbe stato segnato da due cose: l’antirazzismo e i diritti dell’uomo.
In realtà, per quanto impegno riformatore il neo-ministro si possa proporre, davanti ha solo due anni, poi si andrà al voto. E Dupond-Moretti lo sa benissimo: in una recente intervista circoscriveva le possibilità di intervento “almeno” a due campi: la separazione delle carriere e il miglioramento delle condizioni dei detenuti (su questo aspetto, la Francia è stata messa spesso sotto critica a livello europeo).
Molti hanno pensato che una nomina così “bollente” possa essere stata una mossa mediatica di Macron: Dupond-Moretti è un personaggio molto popolare, perché non le manda a dire e questa sua ruvida franchezza piace ai francesi (poco prima di essere nominato ministro stava per condurre una trasmissione radiofonica). Forse nei francesi rimane anche una sorta di rispetto e reverenza verso quelle battaglie giudiziarie in cui certi verdetti “già decisi” vengono poi ribaltati.
Però, con i magistrati non si tratta solo di schermaglie: benché il neo-ministro avesse subito dichiarato «Je ne fais de guerre a personne, Non faccio la guerra a nessuno», a dicembre due sindacati di magistrati lo hanno citato davanti alla Corte di giustizia della Repubblica per “conflitto di interessi”. In una conferenza stampa, l’Union Syndicale des Magistrates (USM, maggioranza) e il Syndicat de la magistrature (SM, sinistra), hanno dichiarato: «Un ministro della Giustizia ha il diritto di intervenire in un caso che lo riguarda o dei suoi ex clienti? L’USM, lo SM e la stragrande maggioranza dei magistrati pensano di no. Éric  Dupond-Moretti, pensa di sì». I due sindacati accusano in particolare l’ex-avvocato di aver avviato procedimenti amministrativi contro magistrati che in qualche modo avevano “incrociato” l’attività di Dupond-Moretti come difensore. Dall’entourage del ministro parlano di “obsession et acharnement”, ossessione e accanimento, da parte dei magistrati.
Sembra un vero e proprio scontro, tra Dupond-Moretti e i magistrati, di quelli che lui è abituato a combattere nelle aule dei tribunali – solo che questo trasforma tutta la Francia in un’aula di tribunale.

Nicotera, 1 gennaio 2021.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 2 gennaio 2021.

Questa voce è stata pubblicata in società. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...