Fuga dal nord: la questione meridionale al tempo del COVID-19.

È capitato anche a me, ieri l’altro. Al tabacchino ho incontrato un amico del paese che so ormai stabile a Milano, da anni – è sposato, ha messo su casa. So, e in paese d’altronde non si parla d’altro, che nei giorni scorsi stanno arrivando, dal nord – qualcuno addirittura dalle zone vicino Codogno. In paese ormai ci stanno solo anziani e ragazzini fino al diploma, poi vanno via – ci manca la “fascia” dai venti ai cinquant’anni, tutti a cercare lavoro altrove, al Nord o in Europa. Perciò, le facce “nuove” le vedi subito. In genere, tornano d’estate – ma ora. Stavo per abbracciarlo, e lui si era sporto verso di me. Mi sono fermato. Mi ha guardato: Hai paura? – m’ha chiesto, un po’ sorridendo. Sì, gli ho detto. Ho fatto i controlli, m’ha risposto. Beh ci siamo stretti la mano, di più non ci riuscivo.
Le immagini della stazione di Milano dove sciamavano incontrollati i meridionali correndo per i corridoi, per le scale mobili tirandosi dietro i loro trolley preparati in fretta che assaltavano i treni per tornare al Sud prima che scattassero controlli rigidi, o addirittura il divieto di spostarsi – hanno scatenato un putiferio. Irresponsabili, è stato il commento più “delicato”. Qualcuno li ha definiti untori. A me hanno fatto ricordare i racconti degli anziani sopravvissuti, alpini o soldati della 8ª Armata italiana, l’ARMIR, le centomila gavette di ghiaccio in Russia, e la loro ritirata disastrosa attraverso la steppa, quando i sovietici avevano sfondato le linee. A piedi, arrivarono in Sicilia dalla Russia.
Per un momento, per un solo momento, pensiamo a questa ipotesi da film distopico: se l’Italia fosse diventata teatro di una guerra batteriologica, in cosa differirebbero le misure del governo da quelle adesso adottate? In niente, proprio in niente nelle impostazioni – certo sarebbero più “militarizzate”, ma il senso delle “zone rosse” in Lombardia, Veneto, Emilia, è proprio quello di Hubei, Cina.
Quello che voglio dire è: siamo già in guerra. Le persone hanno paura, e è il sentimento più naturale. La paura, questa paura non è “indotta”, manipolata. Qualcuno ci ha provato, all’inizio, a sciacallare, ma presto ci si è resi conto che non pagava. La gente ha paura davvero. E questa paura è reale, perché le bombe cadono in prossimità. Colpiscono gli uomini e non le cose – come nella guerra “perfetta” – e sono durature. Le misure del governo non costruiscono la paura e non la alimentano, è vero, ma non la estinguono, anzi. Più provvedimenti di militarizzazione si prevedono e più capiamo che la guerra si va estendendo, che forse l’abbiamo già perduta e bisognerà aspettare solo le condizioni di una tregua. Perché il vaccino, poi, questo sarà: una tregua.
A questa paura, ciascuno risponde secondo i propri convincimenti e la propria “forma di vita”. In modo cioè, privatissimo, sia quello che va a sciare sia quello che si barrica in casa dopo avere fatto scorta di disinfettanti e carta igienica. Il primo mette a rischio la comunità, il secondo mette a rischio la socialità. Qual è il comportamento “virtuoso”? Io non lo so. So che non sono mai riuscito a disprezzare chi è impaurito.
Quei treni carichi di meridionali in fuga, quei “treni della paura” sembrano l’esatto opposto, il viaggio all’inverso dei treni che negli anni Cinquanta e Sessanta portavano forse i loro padri o nonni verso il Nord, i “treni della speranza”. Ora ci sono i trolley, prima c’erano le valigie di cartone – è la modernità. Il COVID-19 ci ricorda che ancora esiste una “questione meridionale”. Anzi, al momento azzera vent’anni di rovesciamento delle cose, mostrando come la “questione settentrionale” che ha tenuto banco in politica per oltre vent’anni e che è il lievito di tutti i progetti di autonomia differenziata sulle regioni si è rivelata più fragile che mai. Nei primi giorni, con gaffe sovrappensiero, politici e anchormen si mostravano dispiaciuti che il virus avesse colpito così duramente la “parte produttiva del Paese”, implicitamente dicendo che fosse toccata al Sud, tutto sommato non sarebbe stato poi sto gran male. Perché stupirsi che i meridionali non vedano l’ora di andarsene via da lì?
L’Italia è tagliata in due dal coronavirus. Forse lo era anche prima. Perché poi, il coronavirus non fa che “mostrare” quello che si è. I cinesi ci hanno stupito tutti – per la rigidità della risposta e lo sforzo logistico e organizzativo messo in piedi. È la forza di un regime, ma è anche il carattere millenario di un popolo. Ma ci hanno messo un bel po’ di tempo prima di arginare quello che un odontoiatra di Wuhan aveva capito dopo qualche osservazione – che c’era una epidemia. Ci hanno messo di meno della SARS – ma ci hanno messo sempre troppo tempo. Avevano già consentito – per vergogna magari – che il virus viaggiasse per il mondo. Poi, hanno isolato militarmente Hubei – ma il virus era già bell’è “scappato”.
Il virus ci mostra come siamo, come regimi, come popoli. Come individui. La cinesizzazione delle misure in Italia non attecchirebbe: non si diventa cinesi per decreto governativo – siamo un popolo di anarchici individualisti, poco attenti da sempre al “bene comune”, poco inclini alla “civicness”, spontanea o coatta. Eppure, è proprio in questo individualismo, da sempre la nostra risorsa politica, estetica, filosofica.
Come dopo l’armistizio dell’8 settembre – (perdonerete ancora un’immagine di guerra) quando le dichiarazioni radiofoniche di Badoglio facevano capire che tutto era allo sbando, che eravamo al “si salvi chi può” – i meridionali in rotta tornano verso casa. Tutti a casa. Tornano verso le loro famiglie, verso gli affetti, gli amici, il paese, il quartiere – perché se “sopra” non sanno esattamente cosa fare, è meglio farsi trovare da chi può darti aiuto e conforto a prescindere.
È curioso che tutti i governatori meridionali mostrino i muscoli: Musumeci chiede la quarantena agli imbarcaderi dei traghetti a Messina; De Luca vuole l’obbligo di isolamento; Emiliano chiede l’’applicazione dell’articolo 650 del Codice penale ovvero, per la “inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità” l’arresto fino a tre mesi. Come non fossero figli loro. Figli delle loro stesse terre.
È proprio vero, chi emigra, non lo vuole nessuno.
Era proprio così già prima che la pandemia scoppiasse.

Nicotera, 9 marzo 2020.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 10 marzo 2020.

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