La versione di Bernie, il vecchio dal cuore giovane.

Dopo il risultato delle primarie democratiche nel complicatissimo caucus dell’Iowa e nel più semplice voto in New Hampshire, Pete Buttigueg e Bernie Sanders sono in testa praticamente appaiati (23 delegati l’uno, 21 l’altro) per diventare lo sfidante di Trump alle prossime elezioni presidenziali di novembre. Non è ancora detto che la corsa sia solo tra loro due – bisognerà aspettare il voto in Nevada, il 22 febbraio, e quello nella Carolina del Sud, il 29. Iowa e New Hampshire sono stati piccoli e molto bianchi, il Nevada è un po’ più grande con una forte presenza latina, il South Caroline è più popoloso e molto afroamericano. Sul voto in Carolina conta per potersi riprendere Joe Biden – che tutti i sondaggi davano in testa e che invece ha raggranellato due risultati deludenti consecutivi – perché sarà il primo vero voto afro-americano, dove sinora era dato al 50 percento. Soprattutto, bisognerà aspettare il Super-tuesday del 3 marzo quando si voterà in quindici stati, tra cui California (da cui verranno 415 delegati) e Texas (da cui ne arrivano 228). Certo, una cosa è arrivarci sulla cresta dell’onda e un’altra arrivarci arrancando. E sulla cresta per ora ci sono Bernie e Pete.
La proposta-bandiera di Sanders è quella di un’assistenza sanitaria generalizzata, che viene semplificata nello slogan “Medicare for all”: il Medicare è un’assicurazione sanitaria nazionale a cui si può accedere però solo se hai più di 65 anni. C’è poi il Medicaid, il programma pubblico federale gratuito gestito dai singoli Stati rivolto a alcune categorie di poveri, e il Military Health Care il programma pubblico federale di assistenza ai militari e ai veterani. Ma il sistema sanitario americano è soprattutto regolato da polizze assicurative private, costose, spesso molto costose. Ecco, Sanders dice: Medicare, ma che sia per tutti. E che si finanzi attraverso le tasse e non le polizze private. È qualcosa che per noi europei sembra persino ovvio ma che nella cultura americana è una trasformazione radicale. Obama provò con l’Affordable Care Act meglio noto come “Obamacare” a allargare la base dell’assistenza sanitaria gratuita e a ridurre il potere delle lobby assicurative. Trump sta smantellando pezzo per pezzo quella riforma. Sanders la rilancia e la allarga.
Sanders ha 78 anni (Buttigieg ne ha 38), e si è ripreso alla grande da un infarto occorso a ottobre, durante la sua campagna a Las Vegas: dieci giorni dopo l’intervento era già a un dibattito televisivo. Ha subito rilasciato tutti i certificati medici che attestano la sua condizione fisica – “un debole danno al muscolo del cuore”, è definito – in grado non solo di affrontare le primarie ma anche di governare il paese. È sicuramente il candidato più radicale verso il sistema e formalmente non fa nemmeno parte del Partito Democratico – vi è da indipendente. È il candidato che ha a disposizione più fondi, risultato di piccole donazioni capillari dei suoi sostenitori, e queste cose hanno un enorme peso nelle campagne politiche americane. Stravince nei consensi tra le fasce di popolazione più giovane (sotto i trenta, mentre Buttigieg ha il maggior seguito nella fascia tra i 45 e i 64), istruita, bianca. Questo, d’altronde, era il quadro dei suoi attivisti quando sfidò Hillary Clinton nel 2016. E quando si trovò contro tutto l’establishment del partito, che giocò anche sporco per farlo fuori, tanto che poi si dimise Debbie Wasserman Schultz presidente del Democratic National Committee. Da allora, Sanders ha provato a muoversi anche su altri segmenti elettorali – ne fa fede, a esempio, che sua sostenitrice sfegatata è Alexandra Ocasio-Cortez, portoricana, socialista, astro nascente democratico, la più giovane e molto determinata deputata eletta alla Camera nelle elezioni di mid-term del 2018.
È stato, negli anni Ottanta, per otto anni sindaco di Burlington, nel Vermont, quasi al confine tra gli Stati uniti e il Canada, e poi dagli anni Novanta deputato alla Camera fino al 2007 e da allora senatore dello Stato. Il suo programma politico, oltre la riforma sanitaria, parla di un sistema universitario pubblico e interamente gratuito (oggi, i debiti che si contraggono per studiare sono una catena lunga una vita), l’istituzione di un salario minimo orario a 15 dollari, un intervento che limiti fortemente il finanziamento di campagne politiche dei candidati da parte delle grandi lobby, il ripristino del Glass-Steagall Act che era stato istituito nel 1933, dopo la crisi del 1929, per tutelare i risparmiatori dalle speculazioni finanziarie, separando le banche commerciali (quelle dei risparmi delle famiglie, che concedono crediti alle imprese) dalle banche d’affari (quelle che fanno le operazioni finanziarie più rischiose) e che fu abolito da Bill Clinton nel 1999 – e che si considera come l’origine di quelle bolle speculative che produssero la crisi del 2007.
Un programma che è riuscito a sintetizzare in poche battute, il giorno dopo il discorso sullo stato dell’Unione di Trump, che gongolava per le buone notizie dell’economia. Ma quando mai. «Da quando lui è presidente – ha detto Sanders – i miliardari hanno visto crescere del 37% la loro ricchezza, mentre i salari operai al netto dell’inflazione sono aumentati solo dell’uno percento. 97 milioni di nostri concittadini tuttora non hanno un’assicurazione sanitaria, o hanno un’assistenza medica insufficiente. Gli studenti universitari sono schiacciati dai debiti per pagare le rette».
«Today marks the beginning of the end for Donald Trump» – ha detto Sanders dopo il risultato del caucus in Iowa, quando ancora non arrivavano i dati definitivi, ma sembrava che lui fosse decisamente in testa. Oggi segna l’inizio della fine per Trump. Vedremo se è lui il campione dem.

Nicotera, 13 febbraio 2020.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 14 febbraio 2020.

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