A 50 anni dall’allunaggio: la luna e il cinema fantastico.

Per quanto breve sia stata la loro contemporaneità, Jules Verne non sopportava H.G. Wells. È vero che entrambi scrivevano romanzi di “fantascienza” ma per Verne i dettagli delle sue avventure, che fossero nei cieli, in fondo agli oceani o nel ventre della Terra, scaturivano da ricerche scientifiche, da esperimenti, da qualcosa che era già tecnologicamente possibile; secondo lui, l’altro, l’inglese, inventava invece di sana pianta. In parte Verne aveva ragione: quello che interessava Wells non era strettamente legato alla scoperta scientifica e ai campi della sua utilizzazione, quanto piuttosto ai risvolti sociali, all’impatto che la tecnologia aveva sugli uomini e la loro società: d’altronde, era associato alla Società fabiana, quella che puntava su graduali riforme per l’emancipazione delle classi lavoratrici.
Fu così che Méliès quando cominciò a immaginare il suo film muto Le Voyage dans la lune (1902) decise che sarebbe stato “in compartecipazione”: la prima parte attingeva al romanzo di Verne De la Terre à la Lune, trajet direct en 97 heures 20 minutes (1865) e la seconda si ispirava al romanzo di Wells The First Men in the Moon (1901). I soci del Gun Club, associazione americana di artiglieri con sede a Baltimora, che sono certi di avere inventato un cannone capace di sparare un proiettile per raggiungere la Luna, descritti da Verne, diventano nel film di Méliès un consesso di astronauti pronti a lanciarsi nell’avventura del viaggio; mentre la descrizione del paesaggio lunare – di atmosfera respirabile e nelle cui caverne germogliano piante e funghi, e abitato dai Seleniti, dal corpo di insetto e dalla testa d’uccello – che era di Wells, diventa nel film la trama dell’avventura lunare e del ritorno sulla Terra.
Come che sia, Le Voyage dans la lune di Méliès – che da uomo di spettacolo non mancò di inserire le ballerine all’inizio e alla fine del film – diviso in diciassette quadri e della durata di quindici minuti è tutt’altra cosa dai lavori dei fratelli Lumière, come L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat o il precedente La Sortie de l’usine Lumière, che ritraeva il momento dell’uscita degli operai della fabbrica Lumière a Lione, entrambi “documentari” di 45 secondi. Méliès introduce il fantastico e lo fa a mezzo di “trucchi”, cioè del montaggio, e di effetti speciali – una cosa mai vista prima. Quale miglior “soggetto” della Luna avrebbe potuto trovare per il “sogno” cinematografico? La sequenza del razzo sparato dalla Terra che va a conficcarsi in un occhio della faccia umana della Luna, visibilmente irritata, è diventata una delle più famose della storia del cinema (e bisognerà aspettare il 1982 e l’E.T. di Spielberg, con l’immagine del piccolo Elliott che pedala in volo con la luna piena sullo sfondo mentre nel cestino della bici c’è il suo amico extra-terrestre per avere di nuovo una sequenza memorabile con la Luna).
Eppure, i film sulla Luna si contano sulle dita di una mano, come se la possibilità sempre maggiore di osservazioni e informazioni esatte e realistiche ne allontanasse definitivamente quegli elementi di fascino, di mistero, di ignoto, di avventuroso, di paura che avevano sempre accompagnato l’uomo quando volgeva lo sguardo al cielo, verso sorella Luna. Ora semmai, lo sguardo – e insieme la poetica narrativa – si volgeva più lontano verso lo spazio profondo e insondabile. In 2001: A Space Odyssey di Kubrick l’uomo ha già colonizzato la luna, e vi è una base scientifica dove viene inviata una missione coperta dal segreto a studiare la misteriosa “cosa” ritrovata in un cratere: un monolite nero, che emette un segnale-radio verso Giove. E sarà appunto il viaggio verso Giove e oltre il tema del film.
Un anno dopo – Odyssey è del 1968 – l’uomo sbarca sulla Luna. È il “primo spettacolo globale” – in ogni angolo della Terra dove c’è un apparecchio televisivo si rimane inchiodati a vedere, tutti nello stesso momento, quel “piccolo passo per un uomo e un gigantesco balzo per l’umanità”. L’era della televisione, come la intendiamo adesso, ha inizio lì: il “villaggio globale” (1964) di Marshall McLuhan si realizza lì. Cosa può rimanerne per il cinema? D’altronde, dopo lo sbarco, lentamente l’interesse va scemando. La missione Apollo 12 è poco seguita. Il pubblico è stanco, ormai l’allunaggio è diventato uno “spettacolo” e una volta visto, lo spettacolo, non ha senso vederlo di nuovo, tanto – piccole varianti – non può che essere lo stesso. E così accade anche per la partenza di Apollo 13, finché.
Finché qualcosa non spezza la razionalità e la linearità dell’evento tecnologico e l’imponderabile, il destino, l’umano – con l’inevitabile incombere della tragedia – non prendono il sopravvento. Di nuovo, il mondo incollato allo schermo a seguire palpitando l’avventura dei tre astronauti che “falliscono” la Luna ma lottano disperatamente per tornare sulla Terra. È come se il sentimento sociale verso i viaggi sulla Luna si fosse improvvisamente rovesciato: quello che suscitava partecipazione adesso non era il “successo” ma il “fallimento”. D’altronde, nel successo erano la scienza, la capacità tecnologica, l’invenzione il vero “personaggio” del racconto; mentre nel fallimento, è l’uomo, l’eroe, forse tragico, il personaggio.
Alla base del film sull’Apollo 13 c’è un libro, Lost Moon: The Perilous Voyage of Apollo 13, scritto dal comandante della missione, Jim Lovell e da Jeffrey Kluger, redattore del «Time» magazine. Il libro è del 1994, il film, diretto da Ron Howard, con Tom Hanks nella parte di Lovell, è del 1995. Apollo 13 faceva parte del programma Apollo – era la settima con personale umano – e doveva essere la terza missione, dopo Apollo 11 e 12, a sbarcare sulla luna. Decollò l’11 aprile 1970 da Cape Canaveral, al Kennedy Space Center, Florida. Dopo cinquantacinque ore dal lancio della missione, a 321.860 chilometri dalla Terra, uno dei quattro serbatoi di ossigeno del modulo di comando “Odyssey” esplose. L’esplosione danneggiò diverse parti del modulo. L’equipaggio comunicò l’evento al Mission Control a terra con il messaggio che divenne celebre: «Houston, we’ve had a problem here». L’allunaggio fu annullato. Fu necessaria una considerevole ingegnosità per portare in salvo l’equipaggio, con tutto il mondo – ora sì, ora che la tragedia incombeva – che seguiva l’avvicendarsi dei drammatici eventi in televisione. Il rifugio che salvò la vita all’equipaggio fu il Modulo Lunare (utilizzato come “scialuppa di salvataggio”). Il LEM, però, era predisposto per ospitare due persone per due giorni, e ora doveva invece ospitare tre persone per quattro giorni di viaggio. Solo poco prima della fine della missione, gli astronauti fecero ritorno nella capsula dell’Apollo. Nonostante il grande disagio causato dalla limitata potenza, dalla perdita di calore nell’abitacolo, dalla carenza di acqua potabile e dalla necessità fondamentale di effettuare riparazioni improvvise, l’equipaggio tornò in sicurezza sulla Terra il 17 aprile 1970, ammarando nelle acque dell’Oceano Pacifico, sei giorni dopo il lancio. Anche nella parte finale della missione non mancò l’angoscia, a causa della prolungata interruzione del contatto via radio durante la fase di rientro: di norma tale fase non superava i 3 minuti, mentre per l’Apollo 13 durò oltre 6 minuti. L’equipaggio venne recuperato e portato a bordo della portaerei USS Iwo Jima. Jim Lovell, il comandante della missione, compare nel film in un cameo nel ruolo di un capitano della nave di recupero – si racconta che in realtà avrebbe dovuto interpretare la parte di un ammiraglio, cosa che respinse fermamente dicendo: «No, mi sono ritirato come capitano, tirerò fuori la mia vecchia uniforme, e guarderò i nastrini che aveva, e li metterò su».
Il film di Howard sostanzialmente ripercorre la vicenda – con piccoli spostamenti temporali sugli aspetti più “umani” – e dando conto non solo della complessità del salvataggio ma della cooperazione straordinaria che si realizzò tra il centro di controllo a terra, una enorme “macchina” di competenze e di calcolo “sulla carta”, e l’esperienza vissuta, fatta di piccoli accorgimenti e adattamenti, dagli uomini nello spazio.
L’altra faccia della tragedia che incombe e della capacità dell’uomo di sfuggirvi è il “complotto”. A ridosso delle missioni di allunaggio nacque presto una “narrazione parallela” che negava esservi mai stato sbarco sulla Luna ma che tutte le “prove” fossero delle falsificazioni messe in atto dalla Nasa e dal governo per “imbrogliare”. Addirittura nacque la leggenda che fosse stato proprio Kubrick l’autore di tutte le riprese video e che esse fossero state realizzate in appositi studios segretissimi. Naturalmente, la più banale delle osservazioni, cioè che fosse praticamente impossibile che da quella “macchina organizzativa” che contò tra le trecento e le cinquecentomila persone non si fosse mai levata una voce di sospetto o di denuncia non è stata mai presa in considerazione. Tutti ricattati e costretti al silenzio.
La “teoria del complotto lunare” prese forma cinematografica in Capricorn One, 1978, di Peter Hyams, spostando però “l’oggetto” dalla Luna a Marte. Dietro il soggetto e la sceneggiatura di Hyams c’è un libro: We Never Went to the Moon, di Bill Kaysing, che è diventato la “bibbia” dei complottisti. Era successo che nel luglio del 1976 la sonda automatica Viking 1, atterrata su Marte, aveva trasmesso le prime immagini a colori del pianeta con cielo in tonalità rosso mattone; la NASA le pubblicò con un cielo tendente all’azzurro per non sconvolgere il pubblico, ma fu scoperta e ci furono notevoli polemiche. Ma la realtà è che l’America era ancora sotto shock dopo lo scandalo Watergate del 1972 – e il fatto che un governo mentisse e complottasse per manipolare l’opinione pubblica non era una remota e fantasiosa possibilità ma un dato reale.
Nel film, sta per prendere il via, dopo 15 anni di preparazione e un grande dispendio di mezzi tecnici ed economici, la missione spaziale che prevede lo sbarco sul pianeta Marte. La Nasa sa però che c’è un difetto a un componente essenziale della missione, a causa delle “economie” di produzione e al disinteresse della politica che taglia sui finanziamenti, che la mette a rischio. Così, architetta una messinscena: pochi minuti prima del lancio i tre astronauti vengono fatti uscire dalla capsula e, mentre il razzo parte senza equipaggio, vengono trasportati in aereo in un luogo segreto, dove – sotto ricatto – sono costretti a prendere parte alla macchinazione. La missione “prosegue” tramite una finta sala controllo, ma un tecnico riscontra alcune anomalie e ne parla con un amico giornalista, e subito dopo sparisce misteriosamente. Quando la “missione” sta per finire, la navicella (vuota) si brucia, nell’avvicinarsi alla Terra, a causa dello scudo termico difettoso. Viene annunciato che gli astronauti sono morti a causa del malfunzionamento. E questo significa la condanna a morte per gli astronauti nella base: capiscono la cosa e tentano di fuggire dirigendosi in direzioni diverse. Il giornalista, intanto, ha trovato in una base militare abbandonata il set cinematografico utilizzato per fingere lo sbarco su Marte. Uno solo degli astronauti è ancora in vita – gli altri sono stati eliminati – e verrà salvato, e farà la sua comparsa proprio mentre si svolgono i funerali di Stato, portando alla luce la cospirazione.
Povera Luna – alla fine, per parlare di lei il cinema ha dovuto scambiarla con Marte.

Nicotera, 25 giugno 2019.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 26 giugno 2019.

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