Elezioni europee, maggio 2019: Irlanda.

Londonderry (o Derry, a seconda di chi la nomina), Irlanda del Nord: giovedì 18 aprile, notte. La polizia sta conducendo delle perquisizioni nei quartieri di Creggan, dopo alcune irruzioni nelle aree di Mulroy Park e Galliagh. Sta cercando armi e munizioni. Si teme che la vicina ricorrenza dell’Ester Rising, la rivolta di Pasqua del 1916, possa essere l’occasione per alcune azioni di un nuovo repubblicanesimo armato, che manderebbero all’aria la faticosa pace conquistata con “gli accordi del Venerdì Santo” a Belfast, 10 aprile 1998, che segnarono la fine dei Troubles, trent’anni di violenza e guerra “a bassa intensità” tra protestanti e cattolici e forze di occupazione inglese con 3.600 morti.  Nel marzo dell’anno scorso un’auto della polizia nordirlandese aveva preso fuoco sulla strada che collega Belfast a Nangor per l’esplosione di una bomba piazzata dentro. Pochi mesi dopo, a luglio, gruppi di giovani dell’area cattolica del Bogside di Derry lanciarono molotov contro la polizia e contro l’enclave protestante di Fountain, poi sequestrarono un furgone e gli diedero fuoco. A gennaio di quest’anno un’autobomba è esplosa davanti al Palazzo di Giustizia di Londonderry: non ci sono stati feriti ma il botto è stato terribile – e, soprattutto, ha riaperto squarci nella memoria.
A Creggan scoppia d’improvviso una rivolta – almeno cinquanta bottiglie molotov vengono lanciate contro i mezzi della polizia – la gente, soprattutto ragazzi che non erano nemmeno nati all’epoca dei Troubles, è in strada, non vuole che la polizia irrompa nelle loro case. Lyra McKee ha 29 anni e è una delle firme più promettenti del giornalismo irlandese. Il suo posto è lì, a Creggan, a raccontare che cosa sta succedendo. Si tiene lontana dagli scontri, sta per strada. All’improvviso, da un angolo sbuca un uomo incappucciato, si inginocchia e inizia a sparare numerosi colpi contro i mezzi della polizia. Lyra McKee è colpita alla testa, trasportata subito in ospedale, muore.
Lyra McKee non era solo una giornalista in gamba, e con un importante libro in uscita, frutto di una scrupolosa ricerca sul “mistero dei bambini scomparsi” durante i Troubles, ma un’attivista dei diritti civili, un volto della nuova Irlanda. Sdegno, incredulità e sgomento. Due ragazzi di 18 e 19 anni vengono quasi subito arrestati, ma presto rilasciati. La New Ira si assume la responsabilità dell’accaduto, in un comunicato in cui esprime alla famiglia tutto il proprio “pieno e sincero” dolore per la morte di Lyra McKee, ma addossa la colpa alla presenza delle “forze nemiche”. Il giorno dopo, centinaia di persone appongono le loro mani macchiate di rosso sui muri di una sezione di Saoradh, l’organizzazione politica costituita nel 2016, che raccoglie dissidenti del repubblicanesimo irlandese contrari al “cessate il fuoco”. Come a dire che sono macchiati di sangue, del sangue di Lyra McKee: non sono loro la New Ira, ma forse ne costituiscono il presupposto politico. I giorni della commemorazione dell’Easter Rising si trasformeranno in ferme condanne dell’accaduto da parte di tutte le forze politiche: nessuno vuole tornare ai Troubles.
Che cosa ha a che fare tutto questo con le prossime elezioni europee in Irlanda? Il fatto è che la Brexit – tra i curiosi e imprevisti effetti collaterali – produce come suo unico “confine fisico” tra la Gran Bretagna e l’Europa, e come confine esterno della Ue, proprio la divisione tra la Repubblica d’Irlanda (che rimane europea) e l’Irlanda del Nord, le sei contee che sono territorio britannico. Sono circa 500 chilometri, e attraversa l’intera isola, e un tempo c’erano più di duecento checkpoint – più che lungo tutto il confine orientale dell’Unione europea; dopo la caduta del Muro di Berlino, era di fatto il confine più militarizzato d’Europa. Nell’accordo di pace del 1998 – The Good Friday Agreement, che prevedeva la condivisione del potere tra gli unionisti protestanti e i nazionalisti cattolici – venne stabilito lo smantellamento “militare” del confine e proprio il fatto che Gran Bretagna e Repubblica d’Irlanda fossero entrambi membri dell’Unione europea ne era la garanzia. Gli effetti, soprattutto economici, sono stati importanti, e il ripristino del confine potrebbe avere drammatiche conseguenze sul piano economico – l’economia dell’Irlanda del Nord è più integrata nel mercato comune di qualsiasi altra regione del Regno Unito e dipende in particolare dall’accesso al mercato della Repubblica d’Irlanda. Oggi non ci sono controlli sulle persone che si muovono in entrambe le direzioni. Quando il Regno Unito ha deciso di non aderire allo spazio Schengen, Bruxelles ha concesso un’esenzione all’Irlanda. Anche il commercio è considerevole e frutta intorno ai 4 miliardi di sterline. Ma anche dal punto di vista dei diritti, perché l’adozione della Convenzione Europea sui Diritti Umani garantiva ai cittadini nordirlandesi la possibilità di ricorrere alla Corte Europea, il che nei fatti ha permesso di smantellare un sistema politico basato sulla discriminazione sistematica della minoranza cattolico-nazionalista.
In occasione del referendum sulla Brexit, la maggioranza dei votanti (56 percento) in Irlanda del Nord si è espressa a favore del “Remain” nell’UE, e lo erano entrambi i maggiori partiti nazionalisti, lo Sinn Féin e il Social Democratic and Labour Party, mentre il principale partito unionista, il DUP, sosteneva l’uscita dall’Unione. L’intera campagna referendaria si è concentrata sulle conseguenze della Brexit sul processo di pace e sull’impatto economico dell’uscita dal mercato unico. L’uscita senza condizioni dall’UE è diventata la principale rivendicazione del DUP, sui cui voti si regge la maggioranza tory di Theresa May. E anche lo Sinn Féin, membro della sinistra europea (GUE/NGL), si è concentrato sulle ricadute economiche che un’eventuale uscita del Regno Unito avrebbe causato sull’isola ancora divisa. Quel referendum ha rappresentato quindi un fattore di inasprimento, e ha finito con il dare nuovo alimento alle formazioni dissidenti che, sia negli ambienti repubblicani che in quelli unionisti, vedono nel ritorno a una netta divisione territoriale un’occasione per rimettere in discussione l’intero processo di pace, che non hanno mai accettato.
La questione del confine irlandese ha preso il nome di “backstop”. Il backstop è una clausola di salvaguardia proposta dall’Ue – nella proroga concessa al Regno Unito fino al 31 ottobre, che ha scongiurato (per ora) il No Deal – e prevede che la situazione rimanga invariata in attesa di una risoluzione definitiva. Se entro il 31 dicembre 2020 Regno Unito e Ue non dovessero trovare un accordo sulla frontiera irlandese il governo May ricorrerebbe al backstop per evitare la creazione di una frontiera fisica tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord: in questo modo rimarrebbe in piedi l’unione doganale tra Regno Unito e Unione europea. La clausola impedisce che siano imposti dei controlli sui beni che attraversano il confine tra nord e sud e che sia eretta una barriera fisica tra le due parti.
Questa opzione, che dovrebbe servire ad evitare l’aumento della tensione tra i due territori, è fortemente osteggiata dai membri più conservatori del partito della May e dal DUP nordirlandese: secondo loro, l’accordo metterebbe a repentaglio l’integrità del Regno Unito, dato che una sua parte rimarrebbe di fatto all’interno dell’Unione europea.
Lo scenario più plausibile è che l’Irlanda del Nord, pur facendo parte del Regno Unito, rimanga all’interno dell’Unione doganale, e lasciare che i confini restino fluidi anche con Londra fuori dall’Unione, dovendo però trattare Londra come un “paese terzo”.
Secondo un sondaggio condotto da Red C tra il 15 e il 21 marzo, il numero di coloro che ritengono che l’Irlanda dovrebbe seguire il Regno Unito via dall’Unione Europea mostra un netto e continuo declino. Solo uno su nove elettori dice che l’Irlanda dovrebbe lasciare l’Unione europea, e è quasi tre volte meno il livello di cinque anni fa. Mentre nel 2013 il 29 percento credeva che l’Irlanda dovesse lasciare l’Ue se il Regno Unito ne fosse uscito, la percentuale è scesa ora all’11 percento – probabilmente anche in seguito all’esperienza della Brexit.
Il novanta percento degli intervistati ora dice che l’Irlanda dovrebbe rimanere. Il sostegno è maggiore a Dublino (96 percento) e nella fascia d’età più giovane, tra i 18-24 anni (97 per cento).
Quando entrò nella Comunità economica europea, nel 1973, l’Irlanda aveva un Pil pro capite pari al 64,2 percento della media – più o meno quella che aveva la Romania quando vi entrò a sua volta. Era terra di migranti e paese poverissimo. Oggi gli irlandesi figurano tra i più ricchi al mondo: nella classifica Fmi del 2018 sono quinti, con 79.925 dollari di Pil pro capite, e nella proiezione 2020, realizzata sempre dal Fondo monetario internazionale, Dublino perderà appena un posto, sesta posizione, davanti alla Norvegia, per dire.
A cavallo del terzo millennio, l’Irlanda si trasformò nella “Tigre celtica”, poi, come tutti, ha vissuto una gravissima crisi economico-finanziaria, che l’ha costretta a chiedere aiuto alla comunità internazionale. E oggi, con la crisi alle spalle, nonostante indicatori macroeconomici lusinghieri, non è che gli irlandesi si sentano “i quinti più ricchi del mondo”. In uno studio dell’anno scorso dell’Ufficio centrale di statistica irlandese si dice che un abitante su sei dell’Isola di smeraldo – il 16,6 percento – vive sotto la soglia di povertà. Com’è possibile questa incongruenza statistica, e sociale?
La risposta sta nel peso delle multinazionali nel calcolo del Pil irlandese. Una presenza che si è fatta sentire anche nei ritmi sostenuti di crescita di questi anni, in alcuni casi incredibili, come quando nel 2015 registrò un 26,3 percento – cosa che neanche i cinesi dei tempi d’oro. Prodotto interno lordo – la ricchezza prodotta in un Paese – e reddito nazionale lordo – quello che, insomma, arriva “in tasca” ai suoi residenti – sono dati per lo più simili; in Irlanda però sono significativamente diversi, proprio per effetto di una presenza massiccia delle multinazionali, attratte da un regime fiscale favorevole, a cominciare dalla corporate tax al 12,5 percento.
Introducendo una serie di correttivi statistici, il Pil viene decurtato di circa un terzo e si arriva a indicatori di ricchezza più realistici e meno eclatanti, ma l’Irlanda rimane ben al di sopra della media Ue, è un Paese che continua a crescere e in cui la presenza delle multinazionali produce indubbi effetti positivi, come dimostrano i dati sul lavoro – che sfiorano la piena occupazione. Benché il sistema fiscale di Dublino sia da tempo nel mirino dei partner europei, che premono per un’armonizzazione delle tasse, si capisce perché gli irlandesi credano nel “mercato aperto” e vedano l’idea di restaurazione di “confini” come una iattura.
Secondo Ryan Heath, che ne scrive per «Politico», il fatto che il novanta percento degli irlandesi sia favorevole alla Ue non significa che siano così disposti a parlarne, a entusiasmarsene. Ci sono altre questioni che li appassionano. La prima, uno scandalo scoppiato nel mondo del calcio intorno la figura di John Delaney, ex presidente della Football Association of Ireland (FAI), e un prestito di centomila euro e spese di carte di credito. Lo scandalo ha causato la perdita dei finanziamenti governativi e spinto il primo ministro Leo Varadkar a rilasciare forti dichiarazioni e ha creato proteste, anche “calde” sui campi di calcio.
L’Irlanda è nel bel mezzo di un pubblico dibattito se e come “secolarizzare” le scuole irlandesi dove è ancora molto forte l’impronta cattolica: il 90 percento degli asili-nido sono legati a un’educazione cattolica. Ci sarà un referendum in merito, ma l’offensiva cattolica è significativa, paventa una “catastrofe” e definisce la possibilità che l’educazione dei bambini sia meno improntata alla religione come “a Brexit-type disaster”. In queste condizioni, una corretta e articolata informazione per i genitori che li orienti nella loro scelta non sembra serena.
Il costo medio delle case a Dublino sta salendo a ritmi vertiginosi e vale oggi nove volte il salario medio annuale, un problema che comincia a affliggere il governo.
The Irexit Party, “gemello” del nuovo The Brexit Party di Nigel Farage non sarà neppure tra le opzioni possibili sulle schede elettorali di maggio, nonostante una campagna pubblicitaria dispendiosa. L’ultimo sondaggio – a metà aprile – dice che il 62 percento degli irlandesi sarebbe per una riunificazione dell’isola, se si votasse oggi.
Tra gli “effetti collaterali” della “infinita” Brexit, c’è il fatto che i 73 seggi che toccavano agli inglesi erano stati in parte “congelati” (46) in attesa di eventuali prossimi accessi di altri Stati, e i rimanenti 27 erano stati ridistribuiti fra altri paesi, per dire, uno alla Polonia, uno all’Austria, uno alla Danimarca, tre all’Italia, and so on. Ora, succede che invece gli inglesi voteranno per le europee, e quindi avranno diritto a “rientrare” dei loro seggi – fino a quando, è uno dei quesiti giuridici a cui in questo momento nessuno sa rispondere. Succede dunque che all’Irlanda sarebbero toccati due seggi in più, passando da 11 a 13, però questi due seggi in più resteranno “virtuali” fino a quando gli inglesi non usciranno davvero dalla Ue. Nelle tre circoscrizioni in cui è distribuito il voto in Irlanda, sarà battaglia durissima.
Secondo le ultime proiezioni (24 aprile), il Fianna Gael, che appartiene alla famiglia del PPE, dovrebbe prendere il 30 percento e 4 seggi; il Fianna Fail, che appartiene alla famiglia dell’ALDE, liberal-democratici, dovrebbe prendere il 25 percento e 3 seggi; lo Sinn Féin, che sta nella famiglia del GUE/NGL, la sinistra europea e i verdi, dovrebbe prendere il 16 percento e 2 seggi; a altre liste dovrebbero andare altri 2 seggi. Sommando, fanno undici. Per gli altri due, si vedrà.

Nicotera, 29 aprile 2019.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 1 maggio 2019.
photo: Jonathan Porter

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