Quei pirati dell’Amistad.

Questa storia inizia nel 1839, quando dei cacciatori di schiavi catturano centinaia di africani nella terra dei Mende, l’attuale Sierra Leone, costa nord-occidentale dell’Africa. I prigionieri vengono inviati all’Avana, a Cuba, per essere venduti come schiavi. Due proprietari di piantagioni di canna da zucchero, Don Jose Ruiz e Don Pedro Montez, ne comprano cinquantatré, quarantanove maschi adulti e quattro bambini, di cui tre femmine e un maschio. Il 26 giugno i prigionieri vengono trasportati sulla goletta “Amistad”, un due alberi battente bandiera spagnola, con destinazione Porto Principe a Cuba. La “Amistad” non era una nave negriera e, se possibile, le condizioni in cui vengono tenuti i prigionieri sono ancora peggiori.
Qualche giorno dopo la partenza, Sengbe Pieh, un uomo Mende di 25 anni, che in seguito verrà chiamato Joseph Cinque, riuscì a liberarsi e a liberare gli altri. Presero il controllo della goletta uccidendo il capitano e il cuoco e ordinarono a Ruiz e Montez di dirigersi a est, verso l’Africa. Due membri dell’equipaggio riuscirono a calarsi su una scialuppa e a fuggire, raggiungendo poi l’Avana e dando l’allarme. Ruiz e Montez fecero finta di obbedire, ma navigavano verso est solo di giorno, e di notte verso nord-ovest, prima nei Caraibi e poi verso la costa orientale degli Stati Uniti.
La navigazione durò settimane. Il 24 agosto 1839, il brigantino statunitense “Washington” intercettò la nave al largo di Long Island, New York. Pieh e i suoi compagni fuggirono dalla nave, ma furono catturati a terra e poi portati in prigione a New Haven, nel Connecticut, dove la schiavitù era ancora tecnicamente legale, con l’accusa di omicidio e pirateria.
Intanto, il presidente Martin Van Buren aveva ricevuto dalla Spagna la richiesta di restituire i prigionieri africani a Cuba in base a un reciproco trattato. Van Buren tentenna, e perché vuole mantenere buoni rapporti con la Spagna e perché non è contrario di principio alla schiavitù: se accondiscende, potrebbe essere visto come chi interferisce con il processo giudiziario e la separazione costituzionale dei poteri; ma se lascia che il processo giudiziario continui, rischia una decisione a favore dei prigionieri e della loro libertà, cosa che avrebbe fatto molto arrabbiare gli elettori del Sud, pro-schiavitù, su cui Van Buren faceva affidamento per le prossime elezioni.
Al centro della battaglia c’era la legalità della schiavitù sia in Spagna che negli Stati Uniti. L’importazione di schiavi africani era stata resa illegale negli Stati Uniti nel 1807. La schiavitù e il commercio di schiavi erano invece legali in Spagna se quelli in schiavitù erano spagnoli o provenivano da territori spagnoli. Sengbe Pieh e gli altri prigionieri erano stati comprati e venduti a Cuba, che era allora un territorio spagnolo, però erano stati rapiti da un territorio non spagnolo, in Africa.
Il 7 gennaio del 1840, i prigionieri vengono processati dalla Corte Distrettuale per ammutinamento – senza tenere conto né della loro storia né delle condizioni a cui si erano ribellati. La procura, sotto la direzione del Segretario di Stato, presenta la tesi della Spagna secondo cui i prigionieri dovrebbero essere restituiti a Cuba. Una parte dell’opinione pubblica – già da tempo abolizionista – si pronuncia contro e si coordina in un Comitato Amistad. Quando finalmente si riesce a organizzare una difesa, non è difficile dimostrare che gli africani erano stati catturati illegalmente, che l’ammutinamento era stato compiuto per rivendicare il loro diritto alla libertà e che pertanto tale azione non poteva essere considerata un reato. La sentenza, emessa nel gennaio 1840, accoglie questa tesi: i prigionieri africani non erano spagnoli e dovrebbero tornare in Africa. L’accusa propone appello alla Circuit Court che però conferma la sentenza della Corte Distrettuale e allora decide di impugnare la sentenza davanti la Corte Suprema – Van Buren appoggia.
Il Comitato Amistad si rivolse allora all’ex Presidente e Segretario di Stato John Quincy Adams e gli chiese di sostenere la difesa davanti alla Corte Suprema. Adams era uno dei principali oppositori della schiavitù, aveva una vasta esperienza all’interno del governo, aveva discusso davanti alla Corte Suprema, negoziato trattati internazionali, ma aveva 72 anni, era quasi cieco, e non aveva più sostenuto un caso come avvocato da oltre 30 anni. All’inizio esitante, alla fine accettò, forse sarebbe stato il suo ultimo servizio al paese.
La causa “Stati Uniti vs. Amistad” iniziò nel febbraio 1841. Il governo sosteneva che, in base agli obblighi del trattato, i prigionieri dovevano essere rimandati in Spagna. Adams dichiarò che gli ideali americani di libertà richiedevano che Pieh e gli altri fossero liberati e restituiti alle loro case, in Africa. In un passaggio della sua arringa disse: «Gli africani erano in possesso e avevano il presunto diritto di proprietà; erano in pace con gli Stati Uniti; precedenti corti hanno stabilito che non fossero pirati; erano in viaggio verso le loro case native; avevano acquisito il diritto e, per quanto lo permettessero le loro conoscenze, avevano il potere di proseguire il viaggio; la nave era loro, ed essendo in contatto ravvicinato con la riva, si trovava nel territorio dello Stato di New York; e hanno diritto a tutte le disposizioni della legge delle nazioni, e alla protezione e al conforto che le leggi di questo Stato assicurano a ogni essere umano entro i suoi confini». La Corte Suprema deliberò per 7-1 a favore dei prigionieri africani: non erano spagnoli, erano stati presi illegalmente dall’Africa e sarebbero dovuti tornare in Africa.
La sentenza dichiarò che: «Il trattato con la Spagna non potrebbe mai essere inteso per privare di uguali diritti tutti gli stranieri … o privare tali stranieri della protezione loro conferita da altri trattati, o dalla legge generale delle nazioni. Nel merito del caso, quindi, non ci sembra che ci sia alcun motivo per dubitare che questi negri debbano essere considerati liberi… i negri devono essere dichiarati liberi, e essere licenziati dalla custodia del tribunale, e andare senza indugio».
Nel novembre 1841, due anni dopo la loro cattura, Sengbe Pieh e altri trentaquattro prigionieri sopravvissuti (alcuni erano morti sulla nave, altri erano morti durante il processo) tornarono nella terra dei Mende sulla nave “Gentleman”. I fondi per il viaggio furono raccolti dal comitato Amistad. Prima di partire donarono una Bibbia a John Quincy Adams, con questa dedica: «Stiamo per tornare a casa in Africa. Ti ringraziamo per tutta la tua gentilezza nei nostri confronti. Non dimenticheremo mai la tua difesa dei nostri diritti dinanzi alla Grande Corte di Washington. Sentiamo di dovere a te, in larga misura, la nostra liberazione dagli spagnoli, dalla schiavitù o dalla morte. Pregheremo per te, signor Adams, finché vivremo. Che Dio ti benedica e ti ricompensi!»
Il caso giudiziario dell’Amistad è considerato il primo caso di battaglia per i diritti civili negli Stati Uniti. La decisione positiva a favore degli africani prigionieri diede forza al movimento abolizionista, che passò dall’essere un gruppo frammentato a un movimento legittimo, e il caso Amistad aiutò a moltiplicare il suo messaggio sull’ingiustizia della schiavitù.

Nicotera, 28 marzo 2019.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 29 marzo 2019.

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2 risposte a Quei pirati dell’Amistad.

  1. Interessante questo post, come pure gli altri che seguono. Ti faccio i miei complimenti. Se posso fare una domanda, sei il Lanfranco Caminiti che attorno al 1967 frequentò le scuole superiori a Gallipoli, in Provincia di Lecce?

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