Usa, primarie dem. Candidato “giusto” per battere Trump cercasi.

Nat Silver, che è uno dei più autorevoli e seguiti sondaggisti politici americani – è il fondatore di FiveThirtyEight – anche perché spesso ci azzecca, come per le recenti mid-term in cui aveva previsto che il Senato sarebbe rimasto appannaggio dei Repubblicani ma si sarebbe registrata una forte avanzata dei Democratici alla Camera, scenario puntualmente accaduto, ha disegnato un profilo del “candidato ottimale” dem per le prossime presidenziali.
In realtà, il diagramma è un po’ una riproposizione “a specchio” di quello utilizzato per capire cosa stesse accadendo dentro il partito repubblicano per le primarie in previsione delle presidenziali del 2016. E Silver individuò in quel caso 5 anelli di aree elettorali: l’establishment, i moderati, i cristiani conservatori, il tea party, i libertariani. Per ognuno dei cinque anelli c’erano dei “campioni”: Rand Paul per i libertariani, per dire, o Santorum per i cristiani conservatori, ma alcuni erano “a cavallo” di due aree, come Jeb Bush che stava tra l’establishment e i moderati. A sorpresa, vinse poi Trump – molto ostacolato dall’establishment – che in realtà forse non apparteneva a nessuna “area”, o magari a quella dei tea party, ma era stato in grado di intercettare e far convergere su di sé altre aree e bacini elettorali.
Per le primarie democratiche, Silver, che ritiene la forza di un candidato stia nella capacità di costruire una “coalizione vincente”, sostanzialmente la “marea” che portò Obama alla presidenza, individua cinque aree elettorali: 1) i “fedeli”, cioè i dem di lungo corso, che sono per lo più anziani e tengono in gran conto l’esperienza e le chance di vincere; 2) la sinistra; 3) i millennials e i “compagni di strada”, che sono giovani, cosmopoliti e fanno un gran uso dei social media; 4) il voto afro-americano; 5) il voto ispanico, a cui, per diverse istanze e situazioni, può essere associato il voto asiatico.
L’obiettivo per un buon candidato dovrebbe essere quello di costruire una coalizione che comprenda almeno tre delle cinque aree. È a partire da questo schema – con tutte le cautele che qualunque “griglia interpretativa” di un partito in questo momento in estrema fluidità e tenendo in considerazione che parliamo di una competizione che accadrà fra quasi un anno e mezzo (sono in calendario per luglio 2020) – che per Silver i due competitors che adesso vanno per la maggiore, e cioè Joe Biden, che è stato vicepresidente di Obama, e Bernie Sanders, che ha lottato fino all’ultimo voto contro Hillary Clinton per la nomination contro Trump, non hanno molte chance. Per Silver, il fatto che questi due nomi siano i più ricorrenti dipende solo dal fatto che sono i più noti, i più visibili, ma la loro fragilità risiede nel rappresentare solo “una” delle aree elettorali, e cioè quella dei dem “fedeli” per Biden, e quella della sinistra per Sanders.
Il sondaggio – condotto dalla Selzer & co. per il «Des Moines Register» in Iowa, e è il primo in uno Stato – dice che il 49 percento degli elettori dem preferirebbero una persona di “provata esperienza” piuttosto che un “nuovo arrivato” e solo il 36 percento invece il contrario. Tra “le facce” di provata esperienza al primo posto Biden, con il 32 percento di voti e al secondo Sanders con il 19 percento – un considerevole distacco. Al terzo posto, evidentemente spinto da chi cerca “facce nuove”, Beto O’Rourke, pur reduce da una sconfitta di stretta misura in Texas contro Ted Cruz, ma che ha acceso molti entusiasmi, e in grado di raccogliere una enorme quantità di denaro – è un “indice” in grande considerazione negli Stati uniti – e capace di accendere i riflettori della curiosità nazionale anche ultimamente con una contro-manifestazione contro il muro di Trump, con l’undici percento di preferenze. E al quarto, Elizabeth Warren, con l’otto percento. Nessun altro ha raggiunto la soglia del cinque percento.
Per Nat Silver questo sondaggio ha poco valore. Per Sanders, peraltro ben distaccato da Biden in questa “prima prova”, va detto che l’enorme popolarità di cui godette al tempo delle primarie contro Clinton fu dovuta anche al fatto che su di lui finirono con il convergere “tutti quelli che non volevano Hillary”. Ma oggi le cose non stanno così, a parte il fatto che la Clinton ha appena annunciato che non si candiderà anche se non andrà «anywhere» ma rimane per battersi e dare il proprio contributo: ci sono diversi possibili candidati in campo e non una scelta a due, e per il 2020 è proprio difficile che si possa capitalizzare una popolarità “contro”. Va anche tenuto conto che “la sinistra” del partito, cioè Sanders, in realtà non sta nel partito dem: zio Bernie è un indipendente, anche se quasi sempre il suo voto al Senato si è espresso con i Democratici, si definisce socialista democratico, appartiene a un Caucus progressive che è “affiliato” al Partito dem.
Perché le candidature dem sono partite con così largo anticipo? Pensiamo che quando Hillary decise di ufficializzare la sua candidatura per le primarie 2016 era aprile 2015, e Elizabeth Warren ha annunciato la sua intenzione di iniziare a raccogliere fondi per la campagna a dicembre 2018. Probabilmente, il gran fermento tra i Democratici – che hanno ripreso quota dopo le elezioni di mid-term e stanno facendo una dura opposizione contro Trump – è dovuto alla sensazione che Trump sia un presidente debole e corre il rischio di non essere rieletto (è capitato solo a pochi presidenti, si ricordano Bush padre e Jimmy Carter, una delle presidenze più controverse e sfortunate della storia americana): il suo “gradimento” nei sondaggi continua a calare e il Russiagate si sta dimostrando un pasticcio molto più realistico di una supposta fantafiction politica (anche se nessuno scommetterebbe sull’ipotesi di impeachment e la dimostrabilità di un “disegno”, dai tasselli che sinora si conoscono, è ancora aleatoria). Ma va ricordato che Trump vinse contro Hillary Clinton per soli centomila voti in più raccolti in tre Stati-chiave (Michigan, Wisconsin e Pennsylvania) ma prese ben tre milioni di voti in meno della candidata Dem.
Perciò, andranno bene quei candidati che riusciranno a mettere assieme tre dei bacini elettorali descritti da Silver – ma non si può trascurare il fatto che questa “coalizione” dovrà essere in grado di parlare al “maschio bianco disagiato” del mid-west. Tra i tanti nomi che già circolano, oltre quelli già citati, vanno presi in considerazione: Cory Booker, senatore afro-americano del New Jersey, anche se ancora non ha ufficializzato la sua candidatura; Juliàn Castro, un astro nascente di origini ispaniche, che ha anche lavorato nell’amministrazione Obama; Tulsi Gabbard, hawaiana, ex militare, con il grado di maggiore raggiunto in zone di guerra, come il Kuwait, e già sostenitrice di Sanders; Kirsten Gillibrand, senatrice dello Stato di New York, avvocato. E altri, come Sherrod Brown, senatore dell’Ohio, e Amy Klobuchar, che al Senato rappresenta il Minnesota. Ne parleremo, di ciascuno di loro. È interessante però soffermarsi su questo elemento: candidate donne, provenienza etnica e “giovinezza”. L’uno o l’altro “requisito” sembrano rispondere a un discorso di forte identità, cioè a un segno di politiche identitarie che è stata una delle “chiavi” del successo di molti candidati dem alle elezioni di mid-term, anche perché identità ha spesso fatto rima con radicalità (la storia più esemplare è quella di Alexandria Ocasio-Cortez, ma tutta “l’onda femminile” di entrata al Congresso, con numeri mai visti, porta questa impronta). L’elemento “identitario” può essere una spinta forte nelle primarie, ma resta il problema, ben descritto da Silver al di là della pregnanza di una “griglia”, che occorre intercettare più aree se si vogliono vincere le primarie e essere un candidato forte contro Trump. Che è bastata una volta sottovalutare.
Tra tutti i nomi di candidati alle primarie dem, Silver considera abbastanza vincente Kamala Harris, senatrice californiana, 54 anni, ex magistrato – prima procuratore di San Francisco e poi procuratore generale della California –, figlia di genitori accademici – madre di origine indiane, padre giamaicano – e con una capacità impressionante di raccogliere fondi: nei primi giorni del suo annuncio di candidarsi ha raccolto più di un milione al giorno, tutte di piccole donazioni, e il precedente record era di Sanders, e sia Bernie che Kamala sono fortemente contrari ai super PAC, cioè i grandi finanziatori, le lobby, per quello che possono poi significare in termini di “condizionamento” delle politiche del candidato supportato. Donna, carattere etnico, magistrato da poco in politica, già eletta (le cariche della magistratura sono per elezione) in competizioni difficili, senatore di uno Stato che da solo rappresenta la settima potenza del mondo e dove sono concentrati i millennials della Silicon Valley e gli ispanici che premono ai confini: diciamo che ha buone carte in mano.
Insomma, non c’è ancora un candidato forte dell’establishment dem, e non c’è ancora un candidato capace di oscurare tutti gli altri. Sarà una competizione estremamente interessante – anche per le politiche che ciascun candidato vorrà presentare come proprio programma da presidente.

Nicotera, 5 marzo 2019
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 6 marzo 2019.

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